PASQUA AD ALBUQUERQUE

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All’inizio del decennio avevo una ragazza che abitava lontanissimo da me. Questa cosa mi dava una certa serenità. Non sentivo il bisogno di uscire tutte le sere, non andavo cercando affetto visto che ne ricevevo già tanto, anche se a distanza. Soprattutto, avevo fame di cose: libri, film, serie televisive, musica. Una mia amica dice che quando uno sta bene vuole tutto. Quanto ha ragione! Così furono tante le serate passate in santa pace, a casa, a dare da mangiare al mio cervello. Durante una di queste, in dormiveglia, rimasi fulminato da una scena catturata al volo su Rai 4: c’erano dei messicani che strisciavano verso un tempietto. Non so cosa mi accadde, non so se fu l’aria minacciosa evocata dai messicani, se fu il cielo sopra il deserto o il movimento della macchina da presa, fatto sta che consultai la guida, lessi il nome della serie e spensi il televisore. Andai a dormire sapendo cosa volevo. Quella serie andava vista dall’inizio.

Non ne avevo mai sentito parlare, anche perché a quei tempi non era il cult che sarebbe diventata in seguito. A quei tempi era roba per appassionati terminali anche se la mia amica (quella che quando stai bene vuoi tutto) già la stava seguendo perché era solita fermare il telecomando su Rai 4, dato che il suo televisore leggeva pochissimi canali. Ricordo che avevo preso l’abitudine di scriverle ogni volta che beccavo un film di Billy Wilder o cose del genere in tarda serata, per leggere sempre la stessa risposta: “A casa mia quel canale non si vede”. Rai 4 sì, e in quel periodo regalava un po’ a tutti belle soddisfazioni, soprattutto perché c’era una meravigliosa serie australiana ambientata nel mondo del crimine e poi perché c’era La Nuova Squadra Spaccanapoli, che era un mio pallino, una di quelle cose che adoro anche se sono snobbate dalla critica e dal pubblico nerd che giudica e valuta tutto in modo definitivo. Quella cosa dei messicani che strisciavano, però, mi sembrò subito più importante, infatti si sarebbe rivelata davvero straordinaria, molto più di quanto avessi potuto prevedere.

Dopo la prima sequenza della prima stagione, ero già un tossico. C’era tutto quello che avrei sognato di vedere: deserto, cielo, colori stupendi ovunque, una location (il Nuovo Messico) che da sempre fa parte dei miei sogni proibiti, la tensione della storia rallentata da inaspettate lentezze cinematografiche e poi i personaggi, tutti meravigliosamente caratterizzati. A proposito di Albuquerque: quando andai a rileggermi il mio vecchio blog, che avevo dovuto salvare perché la piattaforma online era stata cancellata, ritrovai un minuscolo racconto che avevo pubblicato qualche anno prima che Breaking Bad avesse inizio. Lo avevo ambientato proprio in quella città. E’ una di quelle coincidenze che, ogni tanto, mi fanno sentire parte di un disegno maligno dal quale il libero arbitrio è bandito. I colori di Albuquerque ebbero un effetto dirompente su di me. Non riuscivo a fare a meno di quei colori. Non ne parlava nessuno, tutti parlavano di quanto fossero potenti i personaggi, ed era vero, tutti parlavano della storia e di quanto ci tenesse sulle spine anche se un mio amico un giorno sbottò: “Possibile che a questo non lo sgamano mai?. Quando la serie era appena finita, Blow Up pubblicò un pezzo di due pagine proprio sui colori di Breaking Bad, e fui felice di avere amato tanto un aspetto così sottovalutato di quel cinema televisivo (o di quella televisione cinematografica, che dir si voglia) che aveva mille argomenti da proporre a chiunque ne volesse parlare.

Che poi, parlarne non si poteva, perché ognuno era a un punto diverso della serie, quindi c’erano minacce di morte ovunque per chi osasse spoilerare. Mai, nella mia vita, ho pensato che una follia collettiva fosse davvero giustificata come in quel caso. Mi sparavo quelle maratone dalle quali uscivo fortemente condizionato. Se andavo a dormire dopo aver visto qualche episodio, la notte sognavo immancabilmente di essere un personaggio della serie. Non uno di quelli veri, sognavo proprio di essere me stesso catapultato nel traffico di stupefacenti e nei rischi connessi. Sognavo sparatorie, fughe, appuntamenti con loschi spacciatori e boss messicani. La mia parte preferita della storia è quella dove c’è il sentore del Messico. Quante scene memorabili, come quella in piscina con la canzone degli Oh Sees! Quanti personaggi favolosi, come il vecchio boss sulla sedia a rotelle che comunica con un campanello, e che meraviglia i tempi di ripresa! Quanta nostalgia e quanta invidia per chi deve ancora vedere Breaking Bad! Che aspettate a iniziare? Pagherei per rimuovere dalla mia memoria tutti gli episodi per ricominciare da capo.

Ogni puntata chiamava la successiva. Una volta passai tutta la giornata di Pasqua a vedere Breaking Bad, per un totale di quattordici episodi consecutivi. Mi fermai soltanto perché il DVD della stagione seguente non era ancora uscito. Già, perché non ho fatto come tanti che l’hanno scoperto in ritardo e poi scaricato e visto tutto d’un fiato; no, io aspettavo qualche mese tra una stagione e l’altra, in ritardo rispetto a chi lo stava seguendo in diretta su internet ma con i tempi (seppure ritardati) di una serie, lasciando quindi un po’ di tempo tra una stagione e l’altra. Alla fine di tutto non mi preoccupai neanche di comunicare (a me stesso prima che agli altri) se il finale mi fosse piaciuto. Pensai soltanto che il cielo di Albuquerque già mi mancava. Mi mancava la sigla, così tagliente e paradossalmente inesistente, quasi una sfida da parte di chi sapeva che nei vari episodi c’era così tanto da vedere da poter fare a meno di una bella sigla. Mi mancavano i piccoli prologhi, alcuni dei quali avrebbero portato a qualcosa di definitivo e clamoroso.

Non accadono tantissime cose, in Breaking Bad. E’ una serie che parla di progetti, di ricerche e di dipendenze, di soldi e del fascino perverso del pericolo, degli esseri umani e della loro terribile solitudine, anche quando vivono con la propria famiglia. Poi, certo, accadono cose straordinarie: i resti di un incidente aereo cadono su Albuquerque, una tartaruga esplode in faccia alla polizia, sparano a un ragazzino in motoretta, fanno saltare in aria il boss dei boss, muore una ragazza senza che Walter White faccia niente per salvarla ma c’è anche un episodio intero nel quale i due protagonisti cercano di uccidere una mosca per tenere pulito il laboratorio: non fanno altro per tutta la durata dell’episodio, una cosa mai vista in una serie televisiva, dove normalmente il ritmo è padrone di tutto. Non è la prima serie che, per ritmo e movimenti di macchina, ha pretese cinematografiche. E’ fondamentale, in questo senso, l’episodio pilota di Twin Peaks, un vero e proprio film dove accade una cosa sola, episodio utile a presentare i personaggi e l’ambiente. La verità è che parliamo di eccezioni, visto che dopo Twin Peaks le serie hanno sempre puntato tutto su dinamiche frenetiche, anche per colpa delle stesse televisioni, spietate nel tagliare un prodotto nel momento in cui l’attenzione del pubblico subisce un calo.

In Breaking Bad tutto è approfondito e tutto torna, anche quando sembra che si vada verso l’assurdo. Durante la serie vengono disseminati segnali di ciò che accadrà anche molto tempo dopo. A quel punto, quando veniamo a sapere perché un determinato oggetto era stato inquadrato, il godimento per la parentesi che si chiude è pari alla raffinatezza dell’invenzione narrativa. In questo porsi spesso se non sempre in doppia lettura, Breaking Bad rifiuta la facilità della serie televisiva standard, si allontana dall’immediatezza e si mette su un piedistallo. Aprendo e chiudendo parentesi, può permettersi di scolpire nell’immaginario tutta una serie di personaggi, luoghi e loghi (chi ha detto “Los Pollos Hermanos”?) fino a renderli mitici. E’ un’orchestra che non sbaglia una nota, è un magnifico dramma corale, è leggenda prima ancora di finire. Qualcuno dice che è diseducativo perché tende a far sperare lo spettatore che il male non venga mai scoperto ma io non mi sono mai posto il problema. D’altra parte, non si può dire che i cattivi esempi presenti nella serie siano camuffati né giustificati. C’è un momento in cui Walter ammette davanti alla moglie di avere fatto tutto per il piacere di farlo ma noi l’avevamo già capito molto tempo prima, quando si trovò ad affrontare la violenza insita nel narcotraffico messicano. Noi, delle buone maniere e della questione morale, abbiamo smesso di preoccuparci da quando abbiamo visto quel camper scassato arrancare nel deserto. Da allora, completamente rapiti, ci siamo adagiati in poltrona chiedendo di non essere mai più distolti da tanta meraviglia. Ci siamo goduti il cielo del Nuovo Messico, abbiamo tremato al solo apparire del demonio vestito da affabile venditore di pollo fritto, ci siamo chiesti cosa si nascondesse dietro quel pupazzoide finito in piscina e visualizzato in più di un prologo, abbiamo detto a tutti (ma proprio a tutti) che Breaking Bad è il meglio del meglio e, ancora oggi, lo ripetiamo volentieri. A tutti.

L’altra corsa

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Nordovest non è soltanto un negozio di dischi. Certo, l’identità è quella, definita e (si spera) incrollabile ma in questi primi undici anni di attività ho anche venduto tanti film, cofanetti di serie televisive e anche molti libri. Da parte mia, non sento il dovere (diciamo così) professionale di essere aggiornato su tutto ciò che accade in questi settori. La mia specializzazione riguarda la musica rock, sia indipendente che mainstream, senza che per questo motivo io possa permettermi di trascurare il jazz, l’elettronica e il rap. Per quanto riguarda film, serie televisive e libri, invece, mi permetto di vivere tutto ciò senza troppa attenzione, quasi per puro diletto. Insomma, se vi aspettate che sia uno di quelli che seguono in diretta e in lingua originale dieci serie nello stesso periodo, allora siete fuori dal seminato però sarete ben felici di sapere che da me non avrete mai uno spoiler, visto che arrivo sempre per ultimo. Stabilito ciò, ho pensato di dedicare due pezzi di Nordovest Amarcord a queste materie alternative, raccontandovi il film, il libro e la serie che mi verranno in mente quando, da vecchio, ripenserò a questi anni.

Il film e il libro sono collegati tra loro. Vitaliano Trevisan è il (memorabile) protagonista di un film di Matteo Garrone che si chiama Primo Amore. Quando, tre anni fa, decisi di comprare il suo libro Grotteschi e arabeschi, liberamente ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, non sapevo che uno dei racconti fosse una tremenda vendetta nei confronti dello stesso regista. In Poe, la vendetta si compie all’interno di una cantina dove la vittima crede di dover assaggiare un particolare vino spagnolo. In Trevisan, tutte le belle parole spese dalla critica e dal pubblico verso il regista romano vengono sommerse da una sarcastica invettiva dello scrittore veneto il quale, prendendo spunto da un commento di Garrone nei contenuti speciali del DVD di Primo Amore, realizza un ritratto impietoso di un uomo viziato e borghese, incapace di distinguere la finzione a causa dell’ossessione per la realtà. In Poe, i due protagonisti sono amici, eppure il sentimento della vendetta cancella del tutto qualsiasi parvenza di empatia. Non c’è alcuna pietà per la vittima. In Trevisan, si capisce che i due non siano mai stati amici ma che ci sia stata comunque la condivisione di un’esperienza importante, quella di aver realizzato insieme un film indubbiamente potente, un film che non può lasciare indifferenti.

Anche in questo caso, la vendetta non lascia spazio all’empatia: Matteo Garrone, senza essere nominato, viene sbeffeggiato come persona e criticato aspramente come artista, pur essendogli riconosciute capacità non comuni dal punto di vista tecnico. Gli viene contestata la sua estrazione borghese, con tutti i vizi connessi. Viene accusato di avere senso pratico solo quando entrano in gioco i soldi. Gli viene contestato un certo buonismo di facciata verso le minoranze tipico di certi intellettuali radical chic. Gli viene soprattutto contestata la scarsa sensibilità nei confronti del suo attore. Trevisan sente di essere messo in simbiosi con il terribile protagonista del film, un uomo patologicamente ossessionato dalla magrezza femminile, un uomo (tra l’altro) realmente esistito. A pensarci, è un’offesa di proporzioni bibliche: passa così l’idea che lui fosse perfetto per quel ruolo perché era realmente come quel personaggio, non perché fosse un bravo attore. Del resto, non sarebbe quello il suo mestiere. Vitaliano Trevisan è uno scrittore che per hobby fa l’attore.

Ho letto tante volte il racconto di Trevisan. All’inizio faticavo a credere a tanto astio ma poi mi arresi all’idea che per coverizzare Poe proprio come se dovesse coverizzare una canzone, Trevisan aveva dovuto eguagliarne il cinismo. Trevisan aveva usato un sentimento negativo per farne letteratura. Così, pur non provando da parte mia questo sentimento nei confronti del regista, il piacere di quella lettura mi travolse. Il racconto diventò esattamente come una canzone, sinuoso e scorrevole, con alcuni momenti di assoluto pathos. Una sera, durante un aperitivo in terrazza, ne lessi una parte agli amici. Credo che la musicalità della storia fu molto apprezzata. Non importava il fatto che la vittima fosse uno dei nostri artisti preferiti, del quale tra l’altro parlerò bene tra poco. Non importava neanche il fatto che Trevisan avesse rischiato di fare la figura del rosicone, di quello che non aveva ricevuto gli elogi che credeva (e crede) di meritare. Quella sera dimostrai quanto fosse stato bello per me leggere e rileggere quelle parole per il semplice fatto che filavano in modo perfetto ed epico. Ero così contento in quel momento, della mia vita, di tutto, che mi misi a declamare la vendetta di Vitaliano Trevisan. Così, perché mi sembrava una bella cosa, una cosa diversa.

Dunque Grotteschi e arabeschi è il mio libro preferito di questi undici anni. E il film? Quando si seppe che Matteo Garrone avrebbe girato un film sul Grande Fratello rimasi basito; mi pareva un tema bollito e sul quale non avrei speso tempo né energie da spettatore, figuriamoci se fossi stato un regista! Andai al cinema lo stesso, senza leggere neanche una recensione, senza vedere il trailer. Rimasi molto colpito da ciò che ne venne fuori. Era il film che avrei voluto vedere ma che non avevo minimamente immaginato. Garrone è ossessionato dalla realtà, è vero. Lo scrive Trevisan, lo considera un limite enorme per un cineasta che (a suo dire) non conosce nulla della realtà, ed è vero che anche stavolta gli attori sono così poco attori. Eppure Reality funziona. E’ pervaso dal sogno fin dall’inizio, è idealista, è poetico.

Quando il mio professore di storia moderna mi propose di scrivere la tesi di laurea facendo una ricerca per lui, dissi subito di sì ma, una volta terminata la ricerca commissionatami, fu evidente nella mia mente che si sarebbe potuto andare oltre. Così la mia tesi divenne un’altra cosa ma non saprò mai se così facendo ho costruito una cosa migliore rispetto al progetto iniziale. Anche Garrone, a quanto pare, era partito con un’idea e, strada facendo, la cambiò radicalmente fino a costruire un film emozionante e onirico, aiutato in questo da una città cupa, tragica e infinitamente evocativa come Napoli. Reality ha una musicalità intrinseca, portata avanti non solo e non tanto dalla colonna sonora quanto dai movimenti di macchina, i magistrali e tanto decantati movimenti di macchina di un regista che, quando ispirato, ha pochissimi eguali in circolazione. La cosa più sorprendente resta però l’idea del film che cambia in corso d’opera. Il film su un fenomeno sociale diventa il film su un uomo che manda a monte tutto ciò che ha fatto nella vita pur di avere quindici minuti di gloria e di visibilità, tanto per non farci mancare il solito Andy Warhol quando parliamo di certe cose.

Così la prima cosa che pensai, uscendo dal cinema, fu: “Cazzo, questo ha fatto un film volutamente minore!”. Pensai che sarebbe andato malissimo e che era proprio ciò che la gente non si aspettava in quel momento. Dopo Gomorra, il regista romano sembrava destinato a spiccare il volo e il tema del Grande Fratello poteva aiutarlo a passare alla cassa. Invece ne uscì fuori l’esatto contrario, ovvero un film d’autore che, pur contentendo qualche scena indubbiamente spettacolare, era un film senza ambizione, rischioso nel non appartenere ad alcun filone di moda, nell’indugiare ancora una volta sul dialetto e su un protagonista normale: ecco di nuovo l’ossessione per il reale o per il realistico, che dir si voglia. Ecco di nuovo ciò che non piace a Trevisan: le facce che le persone fanno nella vita di tutti i giorni, naturalmente, senza bisogno di recitare, gli attori che non sono attori bensì sono esattamente ciò che vediamo, il tutto diretto dal ripugnante borghesuccio coi capelli trasandati in stile Kubrick.

Eppure c’è una cosa che mi fa amare questo film e che, paradossalmente, me lo fa mettere proprio accanto al nemico Trevisan in questo pezzo: Reality è commovente, emoziona e non mi importa se lo fa in un modo che può sembrare scorretto. Reality sorprende, lascia nello spettatore la voglia, ogni tanto, di rivederlo per ritrovare quella dimensione di sogno sovversivo, così come il libro di Trevisan ogni tanto si fa rileggere in tutta la sua straordinaria potenza espressiva. Reality è un film invernale, da vedere con il camino acceso, mentre Grotteschi e arabeschi è un libro estivo, da declamare in terrazza. Reality chiama una bottiglia di rosso, mentre Trevisan va buttato giù con le migliori bollicine del suo Veneto. Le pagine della sua vendetta scorrono torrenziali come un fiume in piena, sono una corsa sfrenata laddove Reality è una lenta passeggiata nel sogno (impossibile?) di un uomo. Trevisan e Garrone, uniti da un film maledetto e leggendario, divisi da una vendetta su carta, tornano insieme in questo mio best of.

TRENTA

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Questo è il trentesimo pezzo pubblicato su Nordovest Amarcord. Mi sembra giusto onorare la cifra tonda raccontandovi brevemente i miei trenta album preferiti, quelli che consiglierei spassionatamente a tutti voi, pronto a offrirvi una birra in caso di aspettative deluse.

#30 – SMOG. Rain on Lens.

Pochi mesi prima di aprire Nordovest, andai a un piccolo festival in città. Non so bene perché ci fosse anche mamma con me, davanti al banchetto dei dischi. “Scegline uno, te lo regalo”. Come quel mercante osasse sperare di vendere un album minore di un cantautore minore, in una piazzetta di Frosinone, resta per me un mistero. Sarebbe diventato un po’ più conosciuto in seguito, Bill Callahan, e più di un cliente mi ha ringraziato per avergli consigliato la sua musica.

#29 – THE DREAM SYNDICATE. The Days of Wine and Roses.

Pare che i musicisti della scena di Los Angeles denominata Paisley Underground facessero uso di ogni tipo di droga. Una volta cenai con uno di loro. Mi confermò che, in effetti, il salutismo negli anni ottanta non andava proprio di moda. Quella sera, con me, il tizio in questione bevve tanto vino rosso. Mi disse che era diventato finalmente salutista. Sembrava e sembra ancora un ragazzino. A saperlo prima, mi sarei drogato pure io a vent’anni, anziché giocare a pallone!

#28 – NICK DRAKE. Bryter Layter.

All’inizio, quando ascoltai Northern Sky in uno spot delle Poste Italiane, mi inalberai. E’ la solita storia della gelosia che riversiamo noi appassionati di musica sulle nostre canzoni preferite. Non vogliamo che diventino carne da macello. Poi, riflettendoci, pensai che il pubblicitario che aveva scelto la canzone aveva dimostrato un bel coraggio e che, in fondo, ascoltare Nick Drake è sempre fonte di godimento.

#27 –  THE BLACK HEART PROCESSION. 2.

“Comprati questo disco, fidati!”. Il giorno dopo Rodolfo mi chiamò in negozio, emozionato neanche fosse un liceale che aveva appena pomiciato con la più bella della classe: “Che cazzo di disco che mi si’ dato! Grazie, grazie, grazie!”. I Black Heart Procession fanno battere il mio cuore neanche fossero la fidanzata di una vita, eppure devo ammettere che una volta, a un loro concerto, mi addormentai. Peraltro, una volta (solo una, eh), mi addormentai mentre facevo cose con la mia ragazza.

#26 – BLACK LIPS. Arabia Mountain.

Dopo una serata di frizzi e lazzi, imboccammo Via Firenze con questo disco a tutta callara, in macchina di Corrado. Lui guidava, io ero seduto dietro e Lele era fuori dal finestrino, a cantare queste canzoni sguaiate, con solo i piedi e le caviglie all’interno della macchina. Certe cose, da queste parti, si fanno solo se c’è da festeggiare la vittoria di una squadra di calcio ma cosa sarà mai una promozione in Serie A in confronto ad Arabia Mountain?

#25 – ANGELS OF LIGHT. We Are Him.

Ho sempre pensato che i nostri pensieri quotidiani si dividano in intellettuali e sentimentali. La persona in forma è, secondo me, quella che si avvicina al cinquanta per cento delle energie mentali spese in entrambi i campi. Ecco, quando Michael Gira fa il filosofo esce un disco degli Swans; quando è in forma e ci mette anche il cuore allora il nostro, di cuore, si rianima grazie agli Angels of Light.

#24 – GALAXIE 500. Today.

Questo disco contiene la mia canzone preferita di tutti i tempi. Le parole contenute in Tugboat mi ossessionano da sempre. Ho letto spiegazioni fin troppo filosofiche su quella che è la più dirompente dichiarazione d’amore che io abbia mai ascoltato. Il fatto che le quattro frasi che più rappresentano il mio modo di provare certe cose siano accompagnate dalla musica che avrei sempre voluto suonare non fa che accrescere la mia venerazione per un album fantastico fin dalla copertina.

#23 – ROBERT JOHNSON. The Complete Recordings.

Ogni tanto penso a Robert Johnson e penso che vorrei sparire per un anno. Al ritorno sarei una persona diversa, piena di talento. Avrei sempre la risposta pronta, non mostrerei mai le mie debolezze, sarei un grande imprenditore di me stesso e scriverei cose bellissime. Peserei venti chili di meno e vestirei come si deve. Tutti quelli che mi vogliono bene sarebbero orgogliosi di me e farei nuove conquiste. Poi un marito geloso mi avvelenerebbe con un bicchiere di vino corretto con il cianuro.

#22 – LULLABY FOR THE WORKING CLASS. I Never Even Asked for Light.

Se siete in giro per il mondo e vi capita di entrare in un negozio di dischi che ha il reparto dell’usato, non stancatevi mai di impolverarvi i polpastrelli: potreste trovare uno di quei favolosi CD di american indie degli anni novanta che purtroppo sono fuori catalogo da tempo. Ce ne sono tante, di meraviglie dimenticate da un mondo ingiusto e crudele. Chi viene in vacanza con me lo sa: se mi imbatto in un negozio di dischi, ci si rivede dopo un paio d’ore nella piazza più vicina.

#21 – THIN WHITE ROPE. Moonhead.

Ho un vago ricordo di quando, durante l’ultimo anno di scuola, andai con i compagni di classe al Kepos, un locale situato nella parte alta della città. Ricordo invece in modo limpido la riflessione amara che un amico fece andando via da Piazza Scappaticci anni dopo, quando il Kepos non c’era già più: “Non riesco a capire come cazzo ha fatto Guy Kyser a suonare in un disco degli Yo Yo Mundi. Ti rendi conto? Gli Yo Yo Mundi!”.

#20 – CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL. Green River.

Davide si fissò con i Creedence. Per un inverno intero, nel suo locale, non ascoltammo altro. Tutte le storie che ricordo di quei mesi hanno la stessa colonna sonora, cosa non troppo esaltante se ci penso bene. Di quella ragazza ubriaca che si addormentò flirtando con me sul divano in fondo alla sala, non ricordo il nome e neanche le scarpe che portava. So però che stavano suonando i Creedence, come ogni sera.

#19 – BRUCE SPRINGSTEEN. Nebraska.

Brutta bestia, il Boss: a Frosinone rappresenta una religione, né più né meno. Gli adepti mi schifano perché non l’ho mai visto dal vivo, i detrattori mi schifano perché sanno che mi piace e perché passo spesso i suoi dischi in negozio. Sto tra due fuochi e, alla fine, ci rimetto sempre. Anche nella scelta del disco preferito: a nessuno dei fan che conosco verrebbe in mente Nebraska, album radicale e minimale, così lontano dall’epica del loro eroe.

#18 – PINBACK. Summer in Abaddon.

Forse l’album che, più di ogni altro, mi fa passare la voglia di vendere dischi: sono così convinto della sua bellezza da pensare che debba per forza piacere a tutti. Purtroppo c’è qualcosa che non funziona nella mia proposta. Se in tanti altri casi (National, su tutti) sono riuscito a evangelizzare, per i Pinback ho perso le speranze. Saranno sempre i miei pupilli incompresi. Peggio per voi: non sapete cosa vi perdete!

#17 – NEIL YOUNG. Everybody Knows This Is Nowhere.

Riccardo aveva una copia aperta di Mirror Ball. A quei tempi, i negozi di dischi aprivano una copia per farla ascoltare in cuffia. Io, invece, faccio ascoltare i miei dischi oppure uso Youtube. Quella volta fu speciale: dopo pochi secondi della prima canzone decisi di comprare il CD che Neil Young aveva registrato con i Pearl Jam (non accreditati) come backing band. E’ un album magnifico ma quello stereo e quelle cuffie lo rendevano ancora più bello. Fu il primo disco del rocker canadese che comprai. Ora ne ho tipo venticinque, e alcuni di loro sono anche più belli di Mirror Ball.

#16 – GRANT LEE BUFFALO. Mighty Joe Moon.

La vacanza estiva che mise fine al mio primo anno di università mi portò in Calabria. All’andata, il treno era così pieno che viaggiai in piedi fino a poche fermate dalla meta. Trovai posto vicino a un prete e a una ragazza di Rossano Calabro, molto carina. Parlammo ma non ci curammo di vederci in quei giorni. Mi diede il suo indirizzo di Roma, a due passi dalla mia facoltà: praticamente, un gol a porta vuota. Non l’avrei mai cercata. L’unica cosa che facevo nel tempo libero, in quegli anni a Roma, era comprare dischi. Più o meno nuovi, più o meno belli. Tipo Mighty Joe Moon, recuperato in cassetta in un negozio di Via del Corso.

#15 – TELEVISION. Marquee Moon.

L’altra sera, Silvan mi ha ricordato che la storia di Tom Verlaine genio incompreso e della nostra relativa discussione è trita e ritrita. Ha ragione, anche se l’idea era di raccontarla in modo diverso dalle altre volte. Quindi ho riscritto questa scheda. Volete sapere qualcosa di inedito su Tom Verlaine? Allora, posso dire che mi ha fatto piacere vederlo dal vivo a Ciampino, perché è uno che non si è mai fatto due soldi con la musica nonostante lo meritasse più di tanti altri, e perché la sua chitarra ha ancora quel suono unico e struggente.

#14 – WIRE. Pink Flag.

Entrai nel negozio di Natalino e ciò che sapevo era che avrei comprato un disco. Per forza. Scelsi Send perché avevo già Pink Flag. La sera del concerto dei miei amici, in tour a San Benedetto del Tronto, lo stereo del locale passò il primo album degli Interpol. Non avevo ancora mai pagato una bolletta in vita mia, non sapevo cosa fosse una pur minima responsabilità eppure, a distanza di tanti anni, credo che ora la mia vita sia più bella di allora. La spensieratezza è un valore sopravvalutato, non trovate?

#13 – THE BEACH BOYS. Pet Sounds.

L’appuntamento era alle 10, per la colazione. Ci aspettavano dieci ore di lavoro per smontare, pulire e reinventare Nordovest. Fu il primo, e finora unico, restyling del negozio in undici anni di attività. Al bar, presi un bicchiere di spumante. “Se lo bevi me ne vado”. Dopo aver ascoltato Pet Sounds sei volte di fila, azzardai Psychocandy, un album che abbiamo sempre amato ma che non si rivelò adatto a quella giornata: “Marco, puoi togliere questo disco, per favore?”. Rimisi Pet Sounds, in loop. Non esiste musica migliore per sopportare la fatica e il caldo. Alle 20 ci sparammo una birra, soddisfatti.

#12 – SUICIDE. Suicide.

“Sai che c’è? La musica con le chitarre mi ha stufato”. Hai ragione, Emilia’, e sai perché ti ha stufato? Perché il vero appassionato di musica ha sempre bisogno di novità, di idee nuove, di stimoli nuovi. Per carità, l’amore è eterno, quindi gli Slint e i Pavement non ci stuferanno mai ma è vero che certe band di qualche anno fa sono già cadute nell’oblio. Ecco, i Suicide, questa cosa, la interpretarono meglio di tutti, laddove era sacrilegio anche solo pensarla.

#11 – YO LA TENGO. Painful.

“Come mai non eri al concerto degli Yo La Tengo? Non ti ho visto”. Avevamo rotto la macchina, la nostra serata si era esaurita in una dignitosa ma tutto sommato anonima pizzeria di San Cesareo. Gianluca stava per dirmi l’unica cosa che volevo sentirmi dire riguardo a quel concerto. Glielo lessi in faccia, prima che sentenziasse: “Non ti sei perso un cazzo”. Ho buttato un po’ di soldi ma so che la prima volta con gli Yo La Tengo sarà speciale e non una performance moscia e piena di cover.

#10 – PIXIES. Doolittle.

Kurt Cobain copiava i Pixies. Nel senso che prendeva piccole cose dei Pixies e le metteva nelle sue canzoni. Lo faceva anche con i Mudhoney. Erano piccole dediche ai suoi idoli. A una prima lettura, sembra una raffinatezza però mi fa venire in mente una cosa di quando andavo al liceo: un mio compagno di classe si candidò al consiglio d’istituto copiando la struttura del manifesto di un gruppo musicale di Frosinone. Quindi, nella mia capoccia, quel compagno di scuola e Kurt Cobain sono due ragazzini che scopiazzano frasi (più o meno carine) altrui.

#9 – BOB DYLAN. Highway 61 Revisited.

In questo album, a un certo punto, Bob Dylan se la prende con una donna in declino, una che tutti volevano e che ora nessuno vuole più. Non è dato sapere di quale donna stia cantando la disfatta. Non è dato sapere se certe parole siano meritate o meno. Ciò che traspare è la cattiveria che il meraviglioso poeta di Duluth riserva a questa creatura: la lascia rotolare e scrive una canzone leggendaria, forse la più leggendaria di sempre. Se cercate i buoni sentimenti, non è il disco che fa per voi. Se volete sapere come la penso, Bob Dylan è uno stronzo.

#8 – PAVEMENT. Wowee Zowee.

Avevo sentito parlare tanto di questo negozio di San Lorenzo: Disfunzioni Musicali. La prima volta mi sentii in soggezione. C’erano due computer con l’archivio di tutto ciò che si poteva comprare subito oppure ordinare. A pensarci ora era un negozio davvero all’avanguardia. Feci una cosa per la quale certamente mi odiarono: anziché perdere tempo al computer, lessi a uno dei soci la lista che avevo portato da casa, con la tremenda (per lui) condizione che avrei comprato una cassetta. Nè vinile, ne CD, dunque. Il tizio sparì per dieci minuti, poi tornò con Wowee Zowee.

#7 – SONIC YOUTH. Sister.

Un pomeriggio di vent’anni fa andai a trovare un compagno di scuola, a casa sua. Aveva registrato delle cose con un gruppo di amici e me le fece sentire. Oggi, in un momento storico nel quale registrare un disco (in modo professionale) è diventata una cosa semplicissima, quel ricordo mi fa tenerezza. Meno tenerezza mi fa ricordare la sua idolatria per gli Helloween e roba del genere. “Ti piacciono i Sonic Youth? Non ci credo, mi stai prendendo in giro. Non sanno suonare!”. Credo sia stato quello il giorno in cui ho detto addio all’heavy metal e ai suoi adepti.

#6 – WALL OF VOODOO. Call of the West.

Detesto il conformismo. E’ un difetto delle persone che mi fa perdere lucidità. Potrei dire le cose peggiori anche al mio migliore amico se sprofondasse nel conformismo. Quindi, ogni tanto, sbrocco. Nonostante il mondo ci riservi ogni giorno amarezze e tragedie, mi capita di tirare una bestemmia per cose futili, tipo le foto sui social di piedi inquadrati dall’alto (le prime che ricordo risalgono a dodici anni fa: quando la smettiamo?) o del solito piatto di carbonara. Detto ciò, volevo solo essere la prima persona di tutti i tempi a scrivere di Call of the West senza nominare quello scrittore. Sì, avete capito. Quello del mitico film con Bogart e Lauren Bacall e bla bla bla…

#5 – RODRIGUEZ. Cold Fact.

Io voglio bene a Sixto Rodriguez. Avevo sentito parlare della sua incredibile storia, poi ho visto il (commovente) documentario sulla sua vita, poi ho comprato i suoi due album. Perché gli voglio bene? Perché le sue canzoni hanno qualcosa di diverso da quelle di Bob Dylan e di Lou Reed, pur trattando spesso gli stessi argomenti. Nelle sue canzoni c’è l’empatia al posto del cinismo. Anziché umiliare la donna che gli è sfuggita, immagina come deve essere stata e come sarà la vita di lei. C’è affetto nel suo dispiacere, così nobile e così lontano dalla vendetta di Like A Rolling Stone

#4 – R.E.M.. Automatic for the People.

Li conobbi qualche anno prima. In televisione passarono il video di Stand. Ero piccolo e mi piaceva la musica senza però fare alcuna ricerca sull’argomento. Mi accontentavo di quello che mi veniva proposto dai media e dai vinili che trovavo a casa, non molti perché i miei non erano questi grandi acquirenti di musica. Non stetti neanche a pensare se la canzone mi piacesse o no. Era divertente, sicuro. L’unica cosa che pensai fu: “Tanto questo sarà il solito gruppo che campa con una canzone sola!“.

#3 – SLINT. Spiderland.

E’ colpa di Spiderland, della sua immaginifica copertina e della scritta (presente sul CD) che impone l’ascolto in vinile della musica ivi prodotta, se ho (ri)cominciato a far girare il cerchio nero. Da un paio d’anni sto selezionando il meglio della mia discografia per aggiungere la copia in LP a quella in CD dei miei titoli preferiti. Spiderland è, più di ogni altro album, quello che mi rende orgoglioso di avere scelto di amare l’american indie. Quando il sommo Maurizio Blatto ne recensì la ristampa su Rumore, appioppandole un epico 10, mi alzai dalla sedia per applaudire, emozionato.

#2 – SPARKLEHORSE. Vivadixiesubmarinetransmissionplot.

La vidi e la mia testa esplose in mille pezzi. A quel punto avrei dovuto dirle come mi sentivo. Aspetterò fino a sabato. Quel sabato, invece, andai a giocare a pallone. Quello dopo ancora, andai a una festa dove i tramezzini facevano schifo e non c’erano alcolici. Il terzo sabato mi chiamò Frankie e passammo la serata da Roberto. Frankie si è sposato di sabato. Ormai tutti si sposano di sabato. Aspetterò fino a sabato.

#1 – THE VELVET UNDERGROUND. The Velvet Underground & Nico.

Pochi giorni fa: “Ah, Marco, sei tu? Non avevo capito! Dall’avatar sembrava uno scherzo dei miei amici. Che è quella banana con la scritta Andy Warhol vicino? Ah, è un disco dei Velvet Underground? Non lo sapevo però so chi è Andy Warhol. Comunque sei il numero uno, è troppo figo il tuo avatar!”. Poi mi ha chiesto che lavoro faccio. “Vendo quelle cose con la banana. I dischi, non i quadri”.

I LOVE MUSIC

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Come faccio a spiegare cosa significa per me la musica? Intanto diciamo pure che sono religioso e maniacale nel mio amore incondizionato per i dischi e per chi li realizza, di una religione che fatica a spegnersi. Anche quando non riesco a dormire o non riesco a stare calmo davanti alle ansie della vita, non riesco a smettere di buttarmi in una canzone, che l’abbia in mente o che la debba far girare su vinile o su CD. Non c’è mai un momento in cui la musica è assente dalla mia testa, anche quando tutto tace. “Veramente canti a mente pure tu mentre giochi a pallone?”. Sì, il mio compagno di squadra di calcio a cinque non è l’unico ad avere questa insana abitudine. Solo che lui si accontenta di ciò che passa la radio. Il suo metodo di ascolto è compulsivo. Non riesce a tenere l’autoradio sullo stesso canale per più di due minuti, a meno che non si imbatta nel suo tormentone preferito. Io, invece, devo sapere. Devo cercare, trovare, conoscere, approfondire.

Nel 1995 ebbi una folgorazione e da allora non ho più smesso di comprare dischi. Cento all’anno, tutti gli anni. La musica mi guida come fosse una divinità che dall’alto di un’intelligenza superiore condiziona i miei stati d’animo e le connessioni con gli stati d’animo altrui. Raramente mi fisso su un disco solo e non sono sempre io a scegliere cosa ascoltare, altrimenti metterei ogni volta sul piatto Today dei Galaxie 500Automatic For The People. Invece lascio che sia (in parte) il caso a condizionarmi. Allora apro, senza pensarci su, lo sportello di vetro di uno scaffale o un cassetto e mi spizzo tutte le copertine o i bordi dei CD prima di scegliere magari un album che non ascolto da un anno. Così scopro sempre emozioni nuove e mi lascio corrompere dai dischi. Così una giornata triste viene deviata dai Beach Boys o una botta di entusiasmo viene annebbiata dai Mogwai. La musica diventa padrona di casa o del negozio, e la mia follia di ascoltatore si adagia su un’amaca di suoni e di voci che non smettono di sorprendermi.

Oggi mi sono lasciato tentare da una compilation di musica nera che comprai due anni fa solo perché costa(va) pochissimo. Che goduria ritrovare vecchi amici come Percy Sledge, Wilson Pickett, Sam & Dave, Ray Charles! Sembrava fossero fatti apposta per stare nello stesso disco, i migliori singoli di certi artisti! Non sono mai stato un grande appassionato delle compilation, eppure la bravura di chi le pubblica (o di chi le fa in modo amatoriale per gli amici) può consentire ogni tanto di imbattersi in qualcosa di sorprendentemente sensato e omogeneo. Così ci siamo abituati a imparare a memoria la sequenza della colonna sonora de Il Grande Freddo piuttosto che di Pulp Fiction e a considerarle come dei veri e propri album. Tutto questo nasconde qualcosa di misterioso, se ci pensate bene: come fanno, canzoni concepite in momenti diversi e per dischi diversi da artisti diversi, a legarsi in modo perfetto tra loro fino a stabilire un nuovo linguaggio?

Nei credits di un album degli Starfuckers c’è scritto che quella musica è stata concepita per essere ascoltata insieme ai rumori dell’ambiente circostante. Qui entriamo nel campo della filosofia più pura. Non solo la libertà di ascolto mi permette di togliere una traccia da un album e di montarla in una compilation o in una colonna sonora ma si arriva al punto di poter dire che ogni singolo ascolto di un disco è diverso dall’altro. D’altra parte, qui davanti, passano continuamente macchine, persone, cani, e ognuno di loro sporca la canzone che sto ascoltando in modo ogni volta diverso. La musica si libera così da ogni catena e da ogni regola prestabilita. La possiamo smontare e ricostruire a piacimento, dando ragione a Bob Dylan nel momento in cui dice che ogni sua canzone muore nell’attimo in cui viene pubblicata (per poi rinascere, ogni volta diversa, nei concerti). Dunque le canzoni non sono mai uguali a loro stesse, e sono vittime di noi, del nostro ambiente, del nostro umore, dei nostri impianti di (più o meno) alta fedeltà, della nostra interpretazione. La storia della nostra musica preferita può subire, quando meno ce lo aspettiamo, una mutazione che può metterne in crisi l’identità.

Ricordate Blade Runner? E Apocalypse Now? Esempi perfetti per stabilire la libertà di costruzione di un’opera. I registi realizzarono quei film, li pubblicarono e poi, insoddisfatti, li ricostruirono fino a pubblicarli nuovamente. Eppure il nome dell’opera resta invariato. Se ci pensate bene, ciò accade già nella nostre case ogni volta che facciamo girare il cerchio nero: una bottiglia di vino si scheggia, il nostro sangue ne imbratta l’etichetta, le nostre parole sporcano la musica, e il disco che avevamo ascoltato in silenzio la settimana precedente ci sembra un altro. E’ un altro. Questa si chiama libertà. Attraverso il situazionismo di autentici precursori, siano gli Starfuckers o gli Einsturzende Neubauten, ho capito che la bellezza in musica non dipende dalla purezza del suono né dalla qualità dell’esecuzione ma dal rapimento causato dalle idee e dalla forza evocativa e culturale di queste. Dallo stile riconoscibile di certe idee. Fino a qualche tempo fa non avevo la minima conoscenza delle arti figurative, tanto per fare un esempio. Negli ultimi mesi mi sono ritrovato a riconoscere l’autore di certi quadri semplicemente perché l’autore stesso ha un’idea di pittura così forte e riconoscibile da arrivare anche a un incompetente come me. Ecco, l’arte: fare qualcosa che sia bello ma, soprattutto, che sia riconoscibile.

Cosa conta la qualità del suono se posso raggiungerla anche io pagando il fonico migliore? Prendete Peter Buck: il suo chitarrismo è unico al mondo, inconfondibile, il tutto senza bisogno di particolari virtuosismi. Prendete Joe Bonamassa: bravo, per carità, ma cosa aggiunge a decenni di chitarrismo blues? Niente di niente. Però, vuoi mettere? Suona le chitarre migliori del mondo e viene sponsorizzato per suonarle! Che mito, che mostro! I suoi dischi sono di una banalità sconcertante però che mostro! La chitarra di Peter Buck è inattaccabile anche dalla bottiglia che si scheggia, non può essere sporcata dal motorino modificato che passa davanti a Nordovest emettendo un rumore infernale. La forza della sua unicità la rende pura. Non importa se la stiamo ascoltando dal computer o da uno stereo costato diecimila euro. E’ quella cosa lì, sempre e comunque. E’ un’idea dirompente, è il tocco del maestro, è la differenza tra l’artista e l’artigiano.

Io, però, oltre ad amare i grandi dischi e le grandi idee, devo riempire la cassa di banconote. Oggi un cliente mi ha detto che la colonna sonora originale della Pantera Rosa, CD che gli ho venduto la scorsa settimana, è una sòla. “L’unico pezzo decente è quello che conoscono tutti, tu che fai il venditore dovevi dirmelo”. Io lo sapevo che lui voleva ascoltare solo il tema principale, io lo sapevo già che lui ignorava che oltre a quel tema ci fossero altre cose in quella colonna sonora. Io ho solo eseguito un ordine e ho solo fatto il mio lavoro. In realtà, fosse per me, venderei solo i dischi che mi piacciono ma quanta gente entra in negozio chiedendomi davvero un consiglio spassionato? Quasi nessuno e allora, più che comunicare il mio amore per le grandi idee musicali, spesso non mi resta che accontentare la richiesta derivante dall’ultimo capriccio del cliente.

Uno dei miei migliori clienti, uno che se ne andò la prima volta da qui esultando come un bambino perché finalmente aveva trovato a Frosinone il negozio di dischi dei suoi sogni, ha smesso da tempo di fidarsi di me. E’ tornato alle origini, è tornato a (e)leggere la sua bibbia personale: Il Buscadero, rivista roots rock per antonomasia. E’ un mio personale fallimento: ormai non ci provo neanche più, probabilmente a casa sua ci saranno decine di CD impolverati che gli avevo consigliato con entusiasmo fanciullesco e con la speranza che anche a lui avrebbero provocato grandi emozioni, al di là dell’impianto e al di là dei motorini modificati che inquinano la mia (e la vostra) esistenza. Un altro cliente, un signore educato e appassionato, una volta me lo disse: “Dì la verità, a te piace tutt’altra musica da quella che compro io, vero?”. E’ stato un lampo di vita presto svanito. Dalla volta seguente ha ricominciato a chiedermi se avessi ascoltato i nuovi album di Dream Theater, Nickelback, Bon Jovi e soggetti simili. Ogni volta rispondo di no e ogni volta mi chiedo come sia possibile, dopo undici anni, che la musica che suona nel mio negozio non sia sufficiente a stabilire le coordinate nella bussola di chi entra qui dentro. Un altro, ottimo cliente mi dà invece dello psicopatico se entra mentre ascolto qualcosa di appena rumoroso o dissonante. Dice proprio così, tutte le volte: “Ma chi se la sente ‘sta musica? Giusto chi c’ha problemi psichiatrici!”. Come se stesse parlando di qualcuno che sta a dieci chilometri di distanza. Di solito faccio finta di non sentire ma qualche volta rispondo sommessamente: “A me ‘sto disco piace”. Quello che posso dire con certezza è che da Nordovest non ascolterete mai qualcosa che non mi piace ma ciò non vuol dire che se vi consiglierò un album da comprare avrò dato un giudizio. Io devo viverci, di questo lavoro, e devo vendere ciò che piace a voi. Ecco perché il nuovo disco di Kevin Morby non è sugli scaffali. E’ un capolavoro ma me lo tengo per me. Tanto domani usciranno i Radiohead e vorrete solo loro. Nient’altro che loro.

1984

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In tanti dei miei dischi preferiti vengono raccontate storie che parlano di persone irregolari o pericolose, in una parola che va di moda di questi tempi: borderline. Fabrizio De André ne è stato un grande cantore, Lou Reed sia con i Velvet Underground che da solo, Bob Dylan. Gli ultimi due usarono anche lo stratagemma di vestire di un nome famoso queste persone, regalando loro un alter ego prestigioso come a voler dire che il disagio è universale e che la follia è di tutti. Del resto, autentici patrimoni dell’umanità sono impazziti al calar del sole, si pensi a Nietzsche o a Thelonious Monk. La follia è anche una ricchezza ma qualcuno dice che i pazzi dicono sempre la verità, quindi sono pericolosi anche quando si limitano a parlare. Chi si porta dietro manie difficili da comprendere ha spesso anche un terribile e patologico bisogno di stare al centro dell’attenzione. Per questo arriviamo a soffrirli, a fare conoscenza con un mal di testa che neanche i dischi sperimentali di Scott Walker ci hanno mai provocato. Per questo arriviamo a zittirli, a chiedere loro di starsene buoni, neanche fossero cani spaventati da un’eclissi.

Nel mio negozio succede di avere a che fare con persone particolari. Molte di loro vengono accompagnate da assistenti sociali, altre dai genitori. La musica ha un’influenza sorprendente sugli esseri umani, anche su quelli che vivono in un mondo tutto loro. Il minimo comune denominatore tra tutti i miei clienti è la loro soddisfazione quando escono dalla porta con uno o più dischi acquistati. Quando si ha a che fare con una signora il cui unico interesse nella vita è Michael Jackson, e che sputa, urla e sbatte i pugni sul bancone per enfatizzare la sua voglia di avere tutta la discografia del musicista in questione, ci vuole un pizzico di pazienza per contenere la bufera. Quando uno sconosciuto entra in negozio e, agitandosi e guardandomi con occhio spiritato, comincia a raccontare le sue vicende sentimentali (peraltro disastrose) e, solo dopo un monologo di un’ora, si ricorda di essere venuto per ordinare un vecchio CD di successi dance, tutto sommato il mio sforzo intellettivo si limita a quello di un prete che ascolta la confessione di un onanista. Quando entra uno sbandato e compra un disco del tutto a caso, solo per buttare dieci euro perché la copertina gli piace, si ha semplicemente la sensazione di aver guadagnato due soldi senza alcun merito. Quando invece alla follia si uniscono una cultura non banale, una grande sensibilità verso l’arte, e tanta umanità, allora è arrivato il momento di fissare nella memoria il più difficile, bizzarro e straordinario di tutti i clienti che hanno popolato Nordovest.

Ho un ricordo di quando ero piccolo che riguarda il modo di parlare di mio zio: quando voleva dare peso a ciò che diceva rallentava la parlata cadenzando bene le parole con tono vezzeggiativo, come se stesse raccontando una favola. Guardava fisso per terra, come se stesse parlando a se stesso, come se fosse insieme il narratore e l’ascoltatore della storia e nel suo tono coglievo un velo di commozione e di stupore. Pur conoscendo la storia, visto che era lui a narrarla, ne sembrava colpito. Angelo, un mio compagno di classe, andava ogni giorno a trovarlo nel suo negozio per ascoltare quelle storie. “Tuo zio è un mito, è troppo simpatico”.

Il mio cliente, ogni tanto, faceva la stessa cosa, con la differenza che mio zio parlava solo di calcio. In quei momenti, quando non era distratto dagli altri avventori, si immergeva nei suoi percorsi e io non dovevo fare altro che ascoltare vicende lontane da me e dal mio tempo. Parlava di fantapolitica, di letteratura sovversiva, ovviamente di musica, e faceva il tifo per i perdenti e per chiunque fosse in qualche modo un ribelle. Una volta si fissò per un produttore radiofonico insignificante che ha fatto un solo disco, perché aveva sentito da qualche parte che costui è un ribelle che fa battaglie contro il diritto d’autore. Glielo trovai, quell’unico album, e lui ne fu commosso. Quel disco di cui nessuno ha mai sentito parlare gli diede la certezza di essere anche lui un ribelle. Pensò di avere sposato una causa giusta. Mi ringraziò per mesi ma io avevo solo eseguito un ordine.

Pensava che la tecnologia nascondesse i demoni peggiori ed era un complottista convinto. Per lui, tutto ciò che c’era da sapere partiva da Orwell, per poi dipanarsi in anni di letteratura e di politica nei quali la realtà e la fantasia si sono tragicamente mescolate. Vedeva una speranza in ognuno che fosse originale e fuori dal coro. Era un fanatico del rock’n’roll anni cinquanta. Ha regalato a tre mie amiche CD preparati da lui con tutti i grandi singoli di quel genere musicale che sconvolse l’America e che fece ballare le ragazze di tutto l’Occidente. Adorava le mie amiche e mi chiedeva sempre di loro. Mi chiedeva anche di un mio cliente che fa il professore, forse perché il suo sogno segreto era proprio quello di insegnare ai giovani come si cambia il mondo. Poi però sbroccava, specialmente se veniva stuzzicato sulla politica, allora alzava la voce e copriva le parole altrui fino a estraniarsi, quindi usciva e si fumava una sigaretta per rimettere a posto le idee. Qualche volta se ne andava a spasso e mi lasciava i suoi “bagagli” anche per ore. Girava senza macchina quindi, per lui, prendere l’autobus per venire a comprare dischi era un piccolo ma autentico viaggio. Un ragazzo che passava ogni tanto qui in negozio diceva che fosse un barbone. Non era vero, aveva casa e sapeva cavarsela benissimo da solo. Quel ragazzo, tra l’altro, un giorno non volle sedersi sullo sgabello da dove era appena andato via: credo sia stato il gesto più fastidioso che qualcuno abbia commesso qui dentro in undici anni.

Il mio cliente bizzarro mi ha fatto penare, intendiamoci. Spesso, quando eravamo da soli, mi parlava senza sosta e in modo confuso anche per due ore di fila facendomi spegnere la musica perché lo distoglieva dal discorso (contorto) che stava facendo. Se si perdeva era la fine, perché ricominciava tutto da capo ripetendo sempre le stesse cose. Un altro ragazzo aveva paura di lui, altri clienti lo evitavano. La follia fa paura, lo capisco. Io gli dicevo di non sbroccare con gli sconosciuti. Non sempre capiva, non era tenuto a farlo. In fin dei conti, nel mio negozio può capitare tranquillamente di trovare il proprietario che beve come fosse l’ultimo giorno dell’umanità, figuriamoci se non si può condividere questo spazio con un visionario che ogni tanto sbrocca e straparla! Mi lasciava dei regali, ogni tanto. Quadri fatti da lui, soprattutto. Mi lasciò anche un DVD da far vedere al professore, contenente un mediometraggio, con lui in qualità di sorprendente protagonista.

Il suo pezzo forte però era la musica. La sua curiosità era travolgente, non era uno di quei nostalgici che rifiutano le novità. Ricordo che gli piacque molto Bill Callahan, che gli avevo consigliato con entusiasmo. Non si curava dei pregiudizi della critica e considerava indispensabili alcuni album di Branduardi, di Baglioni e di Mina. Quando parlava di musica si rilassava, si disimpegnava dal complottismo e dalla fantapolitica. Sorrideva e comprava dischi senza ritegno. Una volta pagato il conto, mi guardava e diceva: “E adesso quale sento per primo? Mamma mia che bei dischi, sono tutti bellissimi!”. Ne scartava uno e lo metteva nel lettore CD portatile per ascoltarlo con le cuffie, prima nel tratto che da Nordovest porta alla fermata dell’autobus, poi durante il piccolo viaggio che lo avrebbe riportato a casa. Spesso si fermava a mangiare il pollo arrosto nella rosticceria vicino casa. In realtà è una pizzeria ma lui la chiamava rosticceria perché lì prendeva sempre e solo il pollo. Risparmiava sul mangiare ma non sui dischi. Da Nordovest non ha mai badato a spese.

Diceva che il mio negozio è l’unico posto dove la gente gli dava retta però è anche vero che a volte andava domato. L’ho anche visto urlare alla gente in mezzo alla strada, senza motivo, in preda a chissà quale demone. Una volta arrivò alle 8 di mattina e aspettò fino all’apertura, cioè fino alle 9:45 circa. Le bestemmie che mi buttò appresso! Era convinto che lo avessi fatto aspettare quasi due ore. Nella sua testa, quel giorno, c’era scritto che Nordovest avrebbe aperto alle 8! Dopo un minuto di bestemmie si calmò e tornò a raccontare le sue storie, come quella della radio libera dove lui aveva un programma negli anni settanta. Era molto affezionato alla radio e posso capirlo: quando metto le cuffie e inizio a parlare a gente che mi ascolta ma che io non vedo, entro in un mondo parallelo e mi sento così forte e libero! Era un po’ meno affezionato agli altri media, che ha sempre visto corrotti e falsi. Si era avvicinato al Movimento 5 Stelle e cercava di indottrinare i miei clienti, specialmente i più giovani, anche se non so se andava a votare. Ogni tanto mi portava ritagli di giornale nei quali si parlava delle denunce da lui ricevute perché aveva scritto cose blasfeme o sovversive sui muri. Ne parlava con amarezza, e la cosa mi ha sempre colpito molto. Chi abitualmente lancia proclami scrivendo sui muri lo fa con soddisfazione e orgoglio ma senza lamentarsi nel caso vengano poi cancellati. Lui invece sembrava deluso dal fatto che una cosa per lui assolutamente innocente e naturale lo avesse portato a ricevere una denuncia. Per lui era un’ingiustizia essere punito per avere espresso un pensiero. Se la follia è pericolosa, non credo fosse il suo caso. Non ho mai avuto la sensazione, neanche per un attimo, che avrebbe potuto fare qualcosa di pericoloso o di inqualificabile. Neanche una volta. Poi, un giorno, ha imitato Monicelli.

CRASH

foto Notarangelo

Il nuovo album di Teho Teardo Blixa Bargeld si chiama Nerissimo. Nel testo della title track, il cantante tedesco gioca con i colori e con le parole. Nanni Moretti diceva in un suo famoso film che le parole sono importanti ma proprio quel film ha un colore nel titolo. I colori sono importanti, almeno quanto le parole. Il rosso, per esempio. Se la maglietta che era in vendita al banchetto di Giorgio Canali fosse stata rossa con la scritta bianca l’avrei comprata ma cosa me ne faccio di una maglietta bianca con la scritta rossa? La portavo una sera, in agosto, una maglietta rossa con la scritta bianca. Era tanto tempo fa. Me l’avevano regalata i Blonde Redhead.

Nel negozio di dischi che frequentavo c’era qualcuno a cui piaceva questa band rumorosa, proveniente da New York, con una particolare ossessione per Pasolini. Solo che, nelle chiacchiere da bar che si fanno nei negozi di dischi, si finisce sempre per semplificare: quindi, per tutti, i Blonde Redhead erano quelli che vorrebbero essere i Sonic Youth. Era abbastanza per prendere un treno apposta per vederli dal vivo. Incontrai Gianni che tornava dal lavoro. Fa ancora il pendolare, diciotto anni dopo. Passa sempre davanti al mio negozio quando va a prendere il treno. Saluta e basta. E’ sempre stato un uomo di poche parole. Poche ma risolute. Una sera andammo a bere una birra al mare ma lui prese la cosa davvero alla lettera. Quando il mio bicchiere era ancora mezzo pieno, ci fulminò: “Tracannate che ce ne andiamo”. Io, invece, non avevo ancora aperto Nordovest. Anzi, neppure abitavo nel quartiere. Il treno lo prendevo spesso, a causa degli studi universitari. I corsi non richiedevano regolarità, diciamo che potevo andare più o meno quando mi pareva. Non ero un pendolare ma avevo una certa confidenza con quel mezzo di trasporto, con la fuliggine che produce, con quell’odore unico di quella che è, a tutti gli effetti, una città invisibile. Gianni era curioso di sapere dove andassi a quell’ora, in treno. No, non avevo un’amante a Roma. Sarebbe stato bello essere un ragazzo sveglio, di quelli che all’università imparano presto il dialetto calabrese perché hanno conosciuto una studentessa di lettere di Rossano Calabro e ci sono andati a letto alla Casa dello Studente. Io stavo andando, molto più prosaicamente, a vedere i Blonde Redhead in un centro sociale.

Era uscito da poco In an expression of the inexpressible, un album che mi aveva entusiasmato da subito. Non c’era niente di scontato in quel disco. C’era invece qualcosa di misterioso e colto, e c’era Pasolini. Evocato, certo, e con rara finezza. Non urlato, non sbandierato. Sarebbero piaciuti a Pasolini quegli omaggi discreti ma decisi, mai ambigui. Gli sarebbero piaciuti, anche se odio chi dice “gli sarebbero piaciuti”. Arrivai a Roma. Arrivai senza biglietto. Non credo neanche si potesse prendere prima, il biglietto. La sala era piena e non mi fecero entrare. Dire che ci rimasi male è un eufemismo ma non me ne andai: a ventuno anni, tutti abbiamo tanta pazienza. Soprattutto, abbiamo tanto tempo libero. Quindi restai nel corridoio, a due metri dalla porta (aperta), ad ascoltare ciò che vagamente mi sembrò un concerto. Per anni ho pensato alla questione filosofica: sono mai stato a un concerto dei Blonde Redhead? Tecnicamente sì ma la tecnica non è il mio forte. E’ vero che ho una tendenza autistica a fissarmi per numeri e forme geometriche ma se dovessi definire me stesso con un aggettivo, mai sarebbe razionale. Che ci crediate o no, sono un romantico. Anche se nessuno lo sa, anche se non mi piacciono gli eroi, più o meno epici. Il cuore mi dice che no, io i Blonde Redhead non li ho mai visti e probabilmente non li vedrò mai. Perché era quella la serata in cui volevo essere sotto il palco, era quello il tour che volevo fissare nella mia memoria. Perché un disco come quello non lo faranno mai più.

Quando inaugurai Nordovest, erano diventati un gruppo molto amato in città. Un amico li vide dal vivo, all’aperto, non so se a Roma o a Napoli. Mi regalò una foto che aveva scattato di persona. Sta in bacheca, dietro al bancone del negozio. In quella foto c’è tutta la loro eleganza ma qualcosa della loro arte si era già perso. Neanche posso usare la metafora del treno che passa: io, il treno, l’avevo preso in tempo. Non pensavo che quel centro sociale avesse una sala troppo piccola per ospitare il pubblico di una band che credevo fosse poco conosciuta. Altri amici avrebbero visto, negli anni, i concerti dei tour successivi, in posti più eleganti o, come minimo, più grandi. Io non c’ero. Io non ci sono. Leggo sempre le interviste che i Blonde Redhead rilasciano ai media italiani. Sono belle persone, berrei volentieri un bicchiere di vino con loro. Mi piace l’onestà con la quale parlano dei loro album ammettendo che i dischi più belli sono quelli della prima parte della carriera; li adoro quando dicono che un artista può creare soltanto quando prova dolore e quando ha paura di perdere qualcosa. Fosse per me, scriverei soltanto delle mie paure e forse verrebbe fuori qualcosa di davvero emozionante per voi che leggete ma io non sono un artista. Io ho questo blog che racconta la storia del mio negozio e devo scrivere di musica, magari mettendoci dentro parole che facciano venire voglia di ascoltare certi dischi.

Quella sera rimasi nel corridoio, ad aspettare. Alla fine di tutto, andai da loro, mi feci autografare due CD che avevo con me, e raccontai cosa mi era successo. Mi regalarono una maglietta originale, rossa, a maniche corte, con un bel disegno fumettoso, sexy e di sinistra. Fu davvero un regalo maestoso e indimenticabile, che addolcì non poco il mio umore. Non credo di aver messo un’altra maglietta più volte di quella. Direi che l’ho ostentata ovunque. Ai concerti, alle feste, in negozio, e nelle serate normali. In quella maglietta e in quell’album c’era tutto ciò che volevo si pensasse di me. Ero orgoglioso di portare in giro un’icona solo mia, non sputtanata come quelle che si portano alle manifestazioni di piazza o alle feste della birra. Non ho mai sentito il bisogno di cantare a squarciagola Bella ciao né di iscrivermi a un partito, e non ho mai amato le icone classiche del rock. Mai avuto una maglietta dei Rolling Stones o dei Metallica. Una dei Clash sì ma, perdonatemi, la copertina di London Calling è di una bellezza che non fa prigionieri. La mia sinistra era tutta nella musica e nella maglietta rossa di una band proveniente da New York, composta da due gemelli italiani e da una ragazza giapponese. La mia sinistra era fiera, non ruffiana, non televisiva. Cominciai a leggere Pasolini, a studiarlo, a capirlo. Passai i restanti cinque anni di università per conto mio, senza curarmi dei pur frizzanti fermenti che circondano la facoltà di Lettere. La mia unica concessione all’ostentazione politica rimase quella maglietta. Nient’altro che quella maglietta.

Una sera, in agosto, qualche anno dopo quel concerto, chiamai Daniele. Dovevamo vederci al Muretto. Lo chiamai da casa perché non avevo ancora il cellulare. Quando arrivai non c’era nessuno. Erano andati tutti al mare, pure Daniele. In agosto può capitare, erano tempi spensierati. Avevamo tanto di quel tempo libero, figuratevi in agosto! Non c’era veramente un cane con il quale condividere la serata in città. Tornai mestamente verso casa. Era il 2001: me lo ricordo perché in macchina avevo un regalo che avevo preso in Irlanda per un’amica. Fu la prima cosa che chiesi di recuperare dalla macchina. Già, perché quella fu l’ultima volta in cui guidai la mia Suzuki Alto bianca. Dell’incidente ricordo solo il momento, non ciò che accadde dopo. L’unica testimone disse di avermi visto uscire, da solo, dal rottame e di avermi visto barcollare come uno zombie, grondando sangue dalla testa e dal braccio. Ero incosciente ma salvo. Una mia amica dice che sono patologicamente fortunato. Ha ragione: quella è stata una delle cinque o sei volte in cui poteva accadermi qualcosa di terribile. Come quella volta in cui si sganciò la ruota della mia bicicletta nell’attimo in cui tornai sotto casa. Fosse accaduto in discesa, non sarei qui davanti al computer. Come quella volta in cui un colpo di sonno mi fece sbattere contro un palo vicino casa di Loris. Se avessi incrociato un’altra macchina, ora sarei dietro le sbarre o ai domiciliari. Come quella volta in cui, per raccogliere una pallina da tennis in una fratta, mi bucai un centimetro sopra l’occhio destro perché non avevo visto una pianta grassa con le foglie spinate. Un misero centimetro più in basso e sarei diventato il protagonista di un film horror in un anonimo circolo di tennis. Quella sera, in agosto, indossavo la maglietta rossa dei Blonde Redhead. Fu bucata da una ferraglia, a pochi centimetri dalla spalla destra. Ho continuato a indossarla per anni, mostrando attraverso la stoffa squarciata la cicatrice che non si rimarginerà mai. Non sono superstizioso ma, pensando a certi eventi con la giusta dose di ironia e di distacco, mi piace affermare che il comunismo indie dei Blonde Redhead mi abbia salvato la vita. Altro che santi, cristi e madonne!

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

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Stamattina ho venduto un solo disco. Era un regalo. Il ragazzo che l’ha acquistato si è scusato, con una frase non nuova in questi casi: “E’ per la mia ragazza, io non ascolto roba del genere”. E’ la parte più sociologica del mio lavoro: assistere al gesto altruista per antonomasia. Regalare musica non è semplicemente assecondare un desiderio altrui, è anche soddisfare una propria esigenza. Soprattutto, regalare musica può avere una funzione rivelatrice. E’ un dilemma che si pone ogni volta che devo fare quel tipo di scelta: è meglio qualcosa che piace a me o qualcosa che piace a lei? L’appassionato di musica resiste difficilmente alla tentazione di metterci del suo, in parte per darsi un tono. E’ anche vero che ci sono persone che vogliono proprio essere “educate” a nuovi ascolti ma non sarebbe più giusto affidarsi a un’aderenza totale nei confronti dei gusti della persona interessata?

A dicembre ho ascoltato a ripetizione l’eccellente secondo album dei Protomartyr perché mi ero fissato con l’idea di regalarlo a qualcuno. I candidati erano due, entrambi molto vicini a certe sonorità. Un mio amico dice però che ai compleanni e a Natale si regalano i classici e le raccolte. Come avrei potuto giustificare la scelta di un album nuovo, il secondo, di una band indipendente che potrebbe essere dimenticata da tutti nel giro di pochi anni? Soprattutto, come avrei reagito se il regalo non fosse piaciuto? Mia sorella, per esempio, i regali che vuole ricevere li comunica in (largo) anticipo. E’ una cosa che non capisco. Toglie il gusto della sorpresa a se stessa, e toglie al prossimo la soddisfazione del pensiero e pure del gesto. D’altra parte, quel disco dei Protomartyr poteva essere un buco nell’acqua. Questo dubbio amletico mi ha obbligato ad ascoltarlo più del previsto, tanto che alla fine l’ho pure messo al sesto posto nella mia classifica di fine anno. Poi è uscito un album che andava bene per una delle due persone, nel senso che le sarebbe piaciuto per forza, così al mio amico Silvan è rimasto l’effetto sorpresa dei Protomartyr. Pare sia andata bene ma è quasi impossibile sapere veramente cosa pensa il destinatario di un regalo. In ogni caso, non è cosa saggia chiedere com’è andata, né a breve né a lungo termine. Il successo del nostro gesto ci verrà comunicato spontaneamente, magari dopo mesi.

In negozio, ogni volta che preparo un pacchetto, cerco di immaginare la faccia di chi lo aprirà. Una volta un ragazzo pagò un CD ma lo lasciò qua dicendomi a quale ragazza avrei dovuto consegnarlo. L’album aveva un titolo allusivo ma non ho mai capito se il titolo fosse davvero una dedica (poco) implicita. Non ebbe neanche il coraggio di guardarla in faccia. Mi fece tenerezza, ma provai anche imbarazzo per lei, che magari non voleva ricevere niente da lui. Infatti ora è sposata. Con un altro. Un’altra volta fu invece una ragazza a farsi notare. Le ragazze sanno essere molto generose, almeno quando regalano dischi. Gli uomini magari fanno i fenomeni al ristorante ma se devono regalare musica hanno spesso il braccino. Soprattutto, gli uomini sono generosi con la propria ragazza mentre le donne esagerano in doni anche per il primo che capita. La tipa in questione, mai vista prima, era davvero elettrica: “Perdonami ma dovresti proprio aiutarmi. Dovrei regalare un disco a una persona, il problema è che non conosco i suoi gusti musicali”. Vostro onore, obiezione! Perché mai dovresti regalargli un disco se non conosci i suoi gusti musicali? Me la cavai in un altro modo: “Questa persona ha un account su Facebook? Possiamo vedere le canzoni che pubblica. Che ne pensi?”. Con entusiasmo pari alla sua smania di ottenere l’obiettivo per la quale era entrata in negozio, mi rese partecipe della sua nuova storia sentimentale. Così ogni parvenza di discrezione se ne andò a quel paese. La persona in questione poteva essere tranquillamente un mio amico o mio cognato o il fidanzato di una mia amica. Poteva nascere un casino di proporzioni bibliche, considerata la piccolezza (in tutti i sensi) di questa città, ma cosa importava? Il fine giustifica i mezzi, quindi privacy divenne una parola senza significato. Lo trovammo, il disco. L’avrei trovato comunque, a quel punto. Non so come sia andata a finire. La ragazza non si è più fatta viva, lui non era un mio conoscente. Non è neanche detto che quel CD sia stato effettivamente regalato, non è detto niente. La mia idea è che non ci fosse proprio bisogno di quell’acquisto. La mia idea è che guadagnai due soldi grazie al momento di squilibrio di una donna. A un’altra ragazza glielo dissi, pur non avendo confidenza con lei: “Voi donne siete troppo generose quando vi fissate”. Anche in questo caso, la ragazza davanti a me non aveva le idee chiare. Si era semplicemente convinta di dover regalare un supporto musicale al suo nuovo amore ma un semplice CD non poteva bastare. Allora si fece convincere a spendere quasi cento euro per un cofanetto degli U2 perché “So che gli piacciono”. Anche lei, mai più vista in negozio. Purtroppo, aggiungerei, visto che spese cento euro in una volta sola e visto che era di una bellezza disarmante.

Non è sempre possibile sapere come vanno a finire certe cose. Un ragazzo, prima di Natale, mi ordinò un album da regalare allo zio. Piccolo ma risolvibile problema: lo zio mi aveva già ordinato quel CD. Per tre settimane ho dovuto fingere che il CD non fosse arrivato, lo zio mi chiamava ogni due giorni e ogni tanto passava di persona. Chissà quante madonne mi avrà mandato ogni volta che passava o chiamava a vuoto! Il 25 dicembre, tra i tanti messaggi più o meno banali di auguri, trovai sul telefono una foto che lo ritraeva sorridente dopo che aveva aperto il pacchetto. Quell’immagine era un’altra mia intrusione involontaria nella privacy altrui, un altro episodio durante il quale mi toccava il ruolo di testimone obbligato. Attorno alla sagoma austera e dietro il sorriso compiaciuto di un impiegato di banca c’era la sua casa alla vigilia di Natale. Io, spettatore non pagante, anzi spettatore pagato, ero lì senza esserci: la stessa notte di ogni anno, tanti altri regali comprati qui dentro vengono aperti e le persone che li scartano collegano anche solo per un attimo il loro Natale al mio negozio, cosa gratificante e allo stesso tempo straniante.

Poi c’è la questione del disco gratis: ogni venti acquisti ogni cliente ha la possibilità di scegliere un vinile o un CD in omaggio. Il comportamento umano in questo caso è sfuggente. C’è chi aspetta anche mesi prima di passare alla cassa, per noia o per sbadataggine. Alcuni, tipo l’audiofilo Stefano, vogliono che sia io a scegliere l’album; se dopo undici anni continua a darmi questo compito, e a venti acquisti lui ci arriva spesso, vuol dire che non l’ho deluso. Altri usano il regalo per fare un regalo. Molti ordinano un disco costoso quando sanno di essere a pochi punti dal bonus. Altri fanno il contrario: per timidezza, vorrebbero farsi regalare un disco in offerta, allora tocca a me incoraggiarli ad approfittare del bonus in modo più sfacciato.

Poi ci sono quelli che scaricano musica per loro stessi ma la regalano originale agli altri; il loro è un modo buffo ma accettabile di promuovere la musica di qualità. Nel cuore di questa storia ci sono io, e a poca gente viene in mente che anche a me, che vendo musica, ogni tanto piacerebbe riceverla in regalo. I miei amici mi hanno regalato un paio di volte un buono da spendere nel mio negozio, e ne ho approfittato con sommo godimento. Un cliente, una volta riuscì a fregarmi. Gli vendetti In Rainbows dei Radiohead. Gli piacque tantissimo e non si capacitava del fatto che io lo considerassi un album minore e che fosse l’unico che non avessi tra quelli realizzati dalla band di Oxford. Dopo qualche settimana lo comprò di nuovo. “Incartalo, è un regalo”. Pagò. “Scartalo”. Un bel gesto, soprattutto perché non avevo capito minimamente le sue intenzioni. Devo però dire che continuo a ritenere In Rainbows un abbaglio collettivo. Quanti lo ritennero un album fondamentale della prima decade di questo secolo dovranno ricredersi presto, se non lo hanno già fatto. Non è coraggioso come Kid A e non ha il vellutato linguaggio tecnologico del sottovalutato The King of Limbs ma è stato bello riceverlo, così come fu bello ricevere un CD di Conor Oberst dal mio amico Ettore, che mi chiese se c’era in negozio un disco che mi sarebbe piaciuto comprare in quel momento e, all’istante, me lo regalò.

Dopo undici anni di Nordovest non ho ancora una risposta attendibile alla questione: meglio andare sul sicuro oppure sorprendere? Meglio piegarsi alla volontà altrui oppure metterci del proprio? Probabilmente vanno bene entrambe le soluzioni ma ci sono due approcci che detesto e che mi fanno venire i crampi alle budella quando si palesano nel cervello dei miei clienti. Per prima cosa, detesto chi non si sforza minimamente, chi non dà peso a un regalo e lo fa giusto per non fare brutta figura. A quel punto non farlo! Chi però mi manda proprio al manicomio è il tirchio, colui che entra da Nordovest con un budget prestabilito e se ne va soddisfatto dopo aver comprato un regalo insulso (ebbene sì, anche nel mio negozio ci sono in vendita oggetti insulsi) solo perché costava poco, avendo ignorato più o meno volontariamente la possibilità di sorprendere una persona spendendo appena un euro in più. Se c’è una divinità da qualche parte, mi piace immaginare che, nel giorno del giudizio, punirà i tirchi. Sono loro gli unici veri peccatori in circolazione.