CASCADE

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A Isola del Liri, da qualche decennio, gli abitanti si sono battezzati portavoce della musica, del blues in particolare. Hanno un fiume che a loro evoca il Delta, una splendida cascata e un piccolo auditorium che hanno chiamato New Orleans. La musica sembra essere parte integrante (quotidiana) del loro tempo libero; in poche parole, un piccolo miracolo italiano, per usare un orrido termine degli anni novanta. La cascata è il vero punto di riferimento; tutto ciò che di importante avviene nella piccola città porta con sé l’umidità di quella cartolina. Anche la mia fine, che magari non sarà una cosa importante, stava per essere ambientata in quell’inconfondibile condizione climatica, e non sto esagerando.

Cascade è un affascinante album di William Basinski, autore di musica sperimentale da me molto amato. In quell’album il caso si unisce all’intenzione dell’artista fino a realizzare un concept di ambient music che mi stordisce a ogni ascolto. L’acqua della cascata è qualcosa di ripetitivo e, allo stesso tempo, sempre diverso, così la musica di quell’album: i rumori ambientali registrati dal compositore e i rintocchi di pianoforte da lui suonati sembrano fare sempre lo stesso percorso ma, ogni volta, provocano un sussulto in chi li ascolta, tramite impercettibili variazioni dovute al momento. Ecco perché la composizione si chiama Cascade: è una cosa sempre uguale ma sempre diversa. Impazzisco quando la ascolto in macchina; non avrei mai pensato che un disco di musica sperimentale potesse essere così emozionante. Ogni volta che guardo una cascata penso a Basinski ma quando guardo quella cascata, quella di Isola del Liri, penso a una serata caotica e, allo stesso tempo, memorabile. Perché solo le ragazze e il rock’n’roll sanno essere tanto memorabili e, quella sera, mi sono ubriacato insieme alla ragazza più rock’n’roll che conosco, l’unica che farebbe un figurone anche al cospetto della mitica Grace Slick.

“Ah, davvero c’è Steve Wynn a Isola?”. Gerry stava leggendo l’appuntamento segnato col gessetto sulla lavagna di Nordovest. Altri amici si sarebbero fatti trovare già lì, quindi il solito gruppetto di appassionati che tante volte ha omaggiato le leggende dell’indie rock americano in tour dalle nostre parti (Giant Sand, The Black Heart Procession, Calexico, Shellac, tanto per fare qualche nome adatto alla questione) aveva garantito una degna partecipazione. “Vengo anch’io”. Emanuela si aggiunse con mia somma gioia, anche perché nessuno dei due avrebbe avuto l’onere di guidare la macchina, quindi avremmo potuto fare una cosa che, nonostante le sue velleità di salutismo, amiamo fare insieme: bere, possibilmente cose di qualità visto che non abbiamo più diciotto anni, quando non conoscevamo la differenza tra il vino del discount e un Amarone Riserva. In più, ovviamente, c’era il concerto. Se la mia passione per la musica è da malato terminale, la mia amica non è da meno. La sua sensibilità e la sua cultura l’hanno sempre portata vicino al mio immaginario. Le piacciono il rock’n’roll, il punk, e tutto ciò che in musica è sexy e carico di stile: il magnetismo di David Bowie, la poesia pura di Lou Reed, la gloria mancata dei Diaframma, la perfezione iconica di Elvis Presley. Solo su Bob Dylan non andremo mai d’accordo. Ovviamente ama i musicisti e mi sembra pure giusto. Il fatto che io, nella vita, avrei dovuto fare dischi anziché venderli, andrà approfondito prima o poi. Detto ciò, non ero sicuro che avrebbe gradito il concerto, del resto io l’ho visto tante volte Steve Wynn, contando a memoria direi sette, e proprio la volta prima mi aveva stranamente deluso.

Ero andato apposta a Sangemini a vedere un suo live in una chiesa, una vera chiesa consacrata. “Il parroco è molto sportivo”. Lo è davvero, visto che in apertura suonò un travolgente Flavio Giurato che mancava solo bestemmiasse e forse nel testo di una canzone una bestemmia c’era pure o forse me l’aveva comunicata con la forza del pensiero, tanto fu coinvolgente e magnetico. Non così Steve – da qui in avanti lo chiamerò solo con il nome di battesimo, un po’ per comodità e un po’ perché tutti i (pochi ma non pochissimi) fan che ha in Italia lo chiamano solo con il nome di battesimo in segno di stima e di affetto, e poi perché su Instagram ha risposto agli auguri di compleanno di Emanuela, dimostrandosi più simpatico di tante presunte star -. Suonò da solo, voce e chitarra, in quel posto così insolito e intimo, davanti a un pubblico adorante, eppure mancava qualcosa: i pezzi, arrangiati in chiave elettrica, subivano la tragica assenza della sezione ritmica. Fu come vedere un pesce che prova a nuotare sull’erba di un campo da golf. Semplicemente, una scelta sbagliata. Mi duole dirlo ma resto convinto di questo, anche se il luogo, il pubblico e il personaggio (sempre incantevole) resero perfetta la mia serata.

Dopo pochi mesi, Steve sarebbe salito sul palco dell’Auditorium New Orleans, e la chitarra sarebbe magicamente diventata acustica. Andando a Sangemini con Giovanni, mio cliente e buon amico, avevamo ascoltato un disco che Steve aveva pubblicato l’anno prima, ed era un album composto prevalentemente di ballate, non aggressivo ma sinuoso e perfettamente calibrato; insomma avrei sperato in un concerto che mi avesse fatto stare in quel mood ma questo sarebbe accaduto appunto a Isola, anziché a Sangemini. Arrivati davanti alla cascata, subito Gerry si mise a fare delle foto insieme a un suo amico, reclutato il giorno stesso. Emanuela, tacchi alti, biondissima, con addosso una sorprendente blusa verde, volse lo sguardo a sinistra della cascata, cioè più a sinistra di dove fosse Gerry. “Oh, c’è un’enoteca!”. C’era (e c’è ancora) un’enoteca che non conoscevamo. Mancava un bel po’ all’inizio del concerto. Ci appollaiammo al bancone e ci godemmo l’aperitivo: (tanto) vino rosso, qualche rustico e risate, non c’era bisogno di altro. Gerry, sconsolato, ci lasciò fare. Del resto, conosce bene i suoi polli.

L’enoteca ci piacque molto: il vino non era male, l’ambiente era accogliente e ci fecero pure lo sconto. Quando beve, la mia amica, che solitamente è una persona equilibrata e attenta al galateo, inizia a ridere di qualsiasi cosa e io non mi faccio pregare per andarle appresso. Quella sera l’atmosfera si prestava. Presi dall’euforia, commettemmo l’errore di passare, una volta dentro l’auditorium, a un non identificato prosecco. Tutti i buoni propositi, peraltro assenti fin dall’inizio, se ne andarono in quel posto. La sbornia era ormai irreversibile. Steve ci mise del suo, con uno show molto empatico, emozionante per i fan e anche per chi lo stava vedendo per la prima volta. Nel finale, suonò in mezzo al pubblico che, senza alcuna esitazione, si fece trovare pronto a condividere un momento così ricco di pathos, cingendosi intorno a lui: l’omaggio ai Velvet Underground, una struggente Sunday Morning, fu lo zenit della serata. Sui nostri volti, e su quello di Frank Bombay, DJ di fiducia di Nordovest, c’era un velo di commozione. Al banchetto dei dischi, regalai un vinile a Emanuela, proprio il disco che avevo ascoltato in macchina andando a Sangemini. Dopo averlo fatto girare, volle a tutti i costi ridarmi i soldi, perché le era piaciuto così tanto che ci teneva a poter dire che lo aveva acquistato.

Che fossimo i più vistosi in tutto l’auditorium, non certo per merito mio – basti pensare che al concerto di Giovanni Lindo Ferretti un nostro amico sapeva esattamente dove fossimo perché, in mezzo a tutto il pubblico, anche da molto lontano, riconosceva distintamente i capelli di Emanuela, e vi assicuro che la blusa verde a Isola era abbagliante quanto i capelli -, è cosa certa quanto il fatto che fossimo di gran lunga i più ubriachi. Il colpo di grazia ci fu dato da Filetto, che si fece avanti per accompagnarci al ritorno, permettendo così a Gerry di andarsene prima di noi. Vittorio, il simpaticissimo avvocato che aveva portato Steve a Isola, ci aveva visto fare i fenomeni al banchetto dei dischi, con tanto di foto, dediche, baci e abbracci, quindi ebbe la sciagurata idea di invitarci al tavolo con la star della serata. Non volevamo andarci ma fummo letteralmente costretti, neanche fossimo noi quelli importanti. Lì andai in tilt. Non sapevo cosa dire a Steve, con il quale ero stato tre volte a cena prima dei suoi concerti ma oltre dieci anni prima, quindi ero sicuro – a ragione – che non si ricordasse di me. Ho sempre avuto problemi a esprimermi in una lingua non mia. Con l’inglese scritto me la cavo, tanto che potrei leggere un libro intero, e lo stesso con l’audio originale di un telegiornale o di una partita di pallacanestro ma, davanti a una persona, ho paura di non farmi capire, e io, quando parlo, voglio sempre farmi capire. Da chiunque, figuriamoci da un musicista del quale ho (quasi) tutti i dischi. Ci guardavano tutti ma cosa si aspettavano da noi? Che rivelassimo una verità definitiva sull’esistenza di Dio? Feci scena muta, mentre Emanuela mi pizzicava il fianco dicendomi: “Forza, dì qualcosa, dai che lo sai l’inglese!”, aggravando in modo letale la mia ansia da prestazione. Dopo qualche settimana, Giovanni mi avrebbe chiesto se in quel momento fossi commosso o ubriaco ma non avrei saputo rispondergli. Vittorio, invece, mi avrebbe detto: “Siete stati grandi!”. Contento lui, a me pare che Steve ci guardasse come se fossimo due disadattati, altro che grandi!

Dunque fu Filetto a riportarci insieme a Florindo, sotto la casa del quale noi due seduti dietro fummo svegliati da una volante della polizia che aveva stranamente seguito la nostra macchina per più di un chilometro, tanto per vedere dove stessimo andando. Giunti finalmente a destinazione, Emanuela non trovò le chiavi di casa. Svegliò il fratello e ci rassicurò: “Certo che prendo il treno e vado a lavorare domani!”. La sera dopo, andai a recuperare le chiavi, che erano rimaste in quella macchina; con quella scusa, passai la serata con Filetto e con il suo amico Marco a parlare di Bob Dylan e di altre cose. Il nostro autista per una sera volle subito sapere se Emanuela fosse andata a lavorare. “Macché, ha messo la solita scusa dell’intossicazione da cozze”.

I più attenti avranno notato che manca (ancora) un pezzo. Due mesi dopo, andammo in birreria. Io stavo parlando con Ivan Liuzzo, eccellente batterista e percussionista cresciuto dalle mie parti, intanto Emanuela aveva salutato un po’ di gente che non vedeva da tempo. Mi si avvicinò con aria divertita e sarcastica e mi rise in faccia: “Non puoi capire! Filetto mi ha raccontato una cosa del concerto di Steve Wynn che avevamo rimosso; scommetto che non ti ricordi che sei caduto quando stavamo raggiungendo la sua macchina e un SUV si è fermato proprio un attimo prima di schiacciarti la testa!. No che non me lo ricordavo e anche adesso la mia mente non produce alcuna immagine legata a quel momento! Le chiesi, già conoscendo la risposta, quale fosse stata la sua reazione, vedendomi steso, a un passo dalla morte, con la cascata di Isola del Liri sullo sfondo. “Sono scoppiata a ridere”. Ogni tanto, Emanuela e Filetto viaggiano insieme. Il nostro amico si fa notare in treno perché ha una bella bicicletta pieghevole che poi usa a Roma. E’ un ragazzo affabile, di quelli che non si scompongono mai e che non alzano mai la voce. Emanuela, invece, è la mia amica preferita di tutti i tempi, oltre che la responsabile di tantissime idee utili per il successo di Nordovest. Sul treno, ogni tanto, si fa descrivere il momento in cui sono caduto. “E’ troppo figo farsi raccontare quella storia da Filetto; con la sua cadenza, sembra che stia raccontando la favola della buonanotte a una bambina e io, ogni volta, scoppio a ridere”.

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(WORK)

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Al compleanno mi hanno regalato due buoni acquisto da spendere in libreria. E’stato uno strano regalo perché, a farmelo, sono state tre persone che escono sempre insieme. Quindi, al momento della consegna, sono rimasto sorpreso: perché non avevano fatto un unico buono ma ne avevano fatti due della stessa cifra? Che poi, a vedere bene, una delle tre persone, l’unica donna, aveva fatto il regalo da sola, quindi aveva speso il doppio degli altri due, a conferma che le donne quando fanno regali sono più generose, mia strampalata teoria basata su ciò che ho visto in questi anni nel mio negozio, teoria già esposta in un precedente racconto. Sono passato in libreria insieme a un’amica e ho scelto due libri. Uno già c’era, l’altro no, quindi ho dovuto ordinarlo. Il commesso mi ha raccontato che, qualche settimana prima, si era presentato un tizio a ritirare un buono vecchio di sette anni, quindi ampiamente scaduto. “Abbiamo mandato i dati in azienda, vedranno loro”. Che strani comportamenti ha la gente, talvolta!

Il libro che non c’era e che poi ho trovato dopo una settimana è Works di Vitaliano Trevisan, ed è il racconto della sua vita precedente. Precedente a cosa? Alla sua carriera nel mondo della cultura. Nella sua vita precedente, Trevisan ha fatto di tutto, e per tutto intendo tutto. Poi ha iniziato a scrivere. C’è voluto un libro grande quanto tutti i suoi precedenti libri per raccontare tutti i suoi precedenti lavori. Io, invece, a parte il servizio civile, ho fatto un solo lavoro. Dunque, perché vendo dischi? Perché posso permettermelo, per prima cosa.

“Siete rimasti in pochi a vendere dischi”“Resisti, non chiudere sennò come facciamo?”“Ma i dischi si vendono ancora?”. Ogni giorno ascolto con un mezzo sorriso queste frasi provenienti dai miei clienti e, se posso ascoltarle, è solo grazie al fatto che ho un locale tutto mio. Me lo disse mio zio, qualche anno fa: “Bella forza, senza pagare l’affitto sono buoni tutti a mandare avanti un’attività”. Quindi sì, faccio questo lavoro perché sono fortunato e, soprattutto, perché non so fare nient’altro. Nei lavori manuali sono una frana e le mani mi tremano pure, specialmente la sinistra. Me ne accorsi un paio di anni fa. Improvvisamente, letteralmente da una partita di tennis all’altra, il gesto del servizio smise di funzionare. Gioco a tennis da quando ho quattordici anni, quindi per ventiquattro anni ho sempre lanciato la pallina con la mano sinistra ottenendo una traiettoria diritta e fluida che permettesse alla racchetta un impatto regolare con la piccola sfera giallo limone. Da due anni, la pallina scappa a destra oppure verso la rete, prima che io possa colpirla.

Non è per questo, però, che sono così scadente nei lavori manuali. Semplicemente, non sono motivato. In verità, non credo di essere motivato in niente, neanche nel mio lavoro. Intendo che non lavoro per fare soldi. I dischi brutti non vorrei venderli, provo tristezza per chi butta i soldi in quel modo. I dischi belli neanche, perché vorrei che li ascoltassimo solo io e le persone che amo ma alle persone che amo preferisco regalarli, quindi il mio negozio ideale è pieno di dischi bellissimi che compro solo io, per me o per chi amo. Il mio amico Silvan dice che so rendere felice un cliente facendogli credere che abbia scelto il disco più bello su questa terra. La verità è che gli è rimasto impresso un momento in cui congedai un avvocato che aveva appena comprato un CD dei Radiohead dicendogli testualmente: “Bravo, un acquisto da vero intenditore!”. In quella frase, Silvan aveva colto un pizzico di presa per il culo ma io so che non è quello il mio tono abituale quando vendo qualcosa. Magari quello fu il caso singolo in cui mi trovai a vendere un disco a una persona che non mi è simpatica, quindi avrei usato quel tono anche se avessi parlato con quella determinata persona del tempo o della situazione politica o di quanto i social stiano rivelando il vero obiettivo della nostra società, ovvero un imponente ritorno all’età della pietra.

Faccio questo lavoro per non farne un altro, per passare il tempo, per non timbrare un cartellino, per poter dire, in caso di fallimento, che è solo colpa mia. Vendo dischi per guardarli, ogni giorno, con tutti i loro sfavillanti colori. Anche stamattina, mi guardavo intorno e non capivo come mai non ci fosse la ressa agli scaffali. Ogni copertina dei nuovi arrivi mi chiamava, fosse quella con il teschio caleidoscopico degli Spoon o quella misteriosa e avvolta nella nebbia dei Gazebo Penguins. Per non parlare dei vinili, vera e propria mania da padrone di casa. Li compro più per fare colpo sugli ospiti che per una reale e intima necessità. Ora posso ascoltarli anche in negozio e vedo una crescente mania anche tra i clienti: per i più giovani il giradischi è una novità, qualcosa di cui non avevano neanche sentito parlare, e sono proprio loro a fermarsi più tempo in negozio davanti ai dischi veri, quelli grandi.

E’ sempre troppo poca, però, la gente che sta veramente appresso alla musica contenuta nel supporto originale. Almeno a Frosinone. Su Facebook e su Instagram pullulano i fanatici del vinile, ci sono ragazze che si mettono in posa ogni giorno insieme a un loro disco, e tanti appassionati che si vantano della propria collezione. Il disco è cool, su questo non ci piove! All’inizio della mia avventura lavorativa non mi rendevo conto di tutto ciò. Di certo, mi condannai a conoscere tutta la città. Quando non sono a lavoro, mi capita di incontrare i miei clienti, qualche volta devo anche ordinare i dischi davanti a una birra o letteralmente per strada, tanto ormai con il telefono, anche uno sgarrupato come il mio, posso lavorare a tempo pieno connettendomi automaticamente con i miei fornitori. Inoltre, devo fare attenzione a comportarmi sempre bene in ogni posto che frequento, non solo perché ogni essere umano degno di questo nome dovrebbe mantenere un certo stile in pubblico (gli estremisti di questa filosofia dicono che anche quando si è da soli bisognerebbe essere educati) ma, soprattutto, perché ogni mio concittadino è un mio, almeno potenziale, cliente. In un certo senso, non sono ammesse brutte figure.

Conoscere tutta la città vuol dire conoscere il meglio che c’è in giro. Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno: durante il mio orario di lavoro, è molto raro avere a che fare con gente fuori di testa. Qualche volta è capitato. Una volta un criminale conclamato entrò per vendermi un televisore rubato ma non fu particolarmente molesto, anzi se ne andò al mio primo rifiuto. Un altro, la cui giornata tipo è equamente divisa tra i momenti in cui pippa cocaina e quelli in cui la spaccia, mi urlò insulti vari, davanti a una signora atterrita, perché gli avevo detto che non avrei potuto procurargli un disco olandese autoprodotto di gabber, l’unica musica davvero (s)qualificante che io conosca.  Se l’heavy metal, i neomelodici napoletani e i fenomeni tipo Modà o Negramaro proprio non riesco a reggerli ma ne capisco il senso, per quanto riguarda la gabber resto senza parole. Roba per subumani, senza alcun dubbio, e se qualcuno si sente offeso, non mi pento di averlo scritto.

Conoscere gente e conoscere musica: ecco i veri motivi per i quali faccio questo lavoro. Detto che di subumani, per fortuna, me ne sono capitati pochissimi e che la piacevolezza di una persona non si valuta solo con la musica che ascolta – con alcuni dei miei clienti più preparati non ho mai preso un aperitivo – posso davvero fare un bilancio entusiasmante di questa storia. La musica va a braccetto con le persone che la ascoltano e che la comprano da Nordovest. Quando, a casa, ho iniziato a mettere musica jazz per gli ospiti, non avrei mai immaginato di essere ricambiato con la stessa moneta. Una volta passato dalla parte dell’invitato, sono stato accolto con Wayne Shorter o John Coltrane in risposta ai miei Miles Davis o Thelonious Monk. Quante volte ho trovato nelle macchine e nelle case degli amici decine di dischi comprati nel mio negozio! Per i concerti, storia simile: non avrei mai avuto la forza di fare oltre quattrocento chilometri in una serata per vedere Howe Gelb nella sala da ballo di un prestigioso ristorante se non ci fossero stati due fanatici di musica come me a farmi compagnia.

Vendere un disco vuol dire parlarne la volta dopo, e quella dopo ancora. Non c’è niente da fare: condividere le mie passioni con chi ha una sensibilità affine è la cosa più bella per passare il tempo, e se penso che tutto ciò fa parte del mio lavoro mi sento appagato. Faccio questo lavoro perché non è mai stressante, tranne (troppo spesso) quando mi chiamano dai call center, e perché non mi annoio mai. Aggiornare le mie conoscenze è un divertimento: è sufficiente studiare le nuove uscite, recuperare vecchi classici, ascoltare tantissima musica e parlare con i clienti, cercare di sapere tante cose da loro perché molti di loro sanno davvero tante cose. La cosa più difficile è leggere le recensioni della rubrica altri suoni di Blow Up, meno comprensibili dei compiti di chimica al liceo dai quali non portavo a casa mai un voto superiore al 2. Tutto il resto è una meravigliosa pacchia. Faccio questo lavoro perché è una continua sorpresa: anche se si svolge sempre all’interno delle stesse quattro mura, dà vita a idee e a immagini universali, e mi permette di conoscere storie e opere d’arte appartenenti a ogni epoca e a ogni luogo del mondo. Soprattutto, mi regala emozioni inattese. Qualche settimana prima del mio compleanno, un’amica mi ha fatto mettere da parte il vinile di Marquee Moon dei Television, consigliandomi di prendere anche un’altra copia per il negozio “perché Marquee Moon deve esserci, lo vendi sicuro”. Passato il mio compleanno, ha pagato il vinile e lo ha lasciato sul bancone: “E’ tuo, avete la stessa età!”. L’altra copia sarebbe, in seguito, finita a casa sua. Non avevo sospettato niente. Io non sospetto mai niente, ecco perché è così bello aprire ogni giorno Nordovest e passarci tante ore tra una sorpresa e l’altra, tra una canzone e l’altra, con la felicità di chi non vuole fare altro (lavoro) nella vita.

DUEMILASEDICI

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“Senti, ti racconto una cosa su Bob Dylan. Pare che un giorno una poliziotta lo arrestò perché si aggirava con fare sospetto davanti a una casa. Soprattutto, era senza documenti e aveva un aspetto anonimo, per non dire trasandato. Quando in commissariato lo riconobbero, disse che quella casa gli piaceva e stava valutando se comprarla”. Passammo le successive tre ore a parlare di Bob Dylan ma non del fatto che meritasse oppure no di ricevere il dannatissimo premio Nobel, né se fosse giusto o meno che andasse a ritirarlo. Perché perdere tempo, quando non basterebbe una vita per raccontarci tutte le leggendarie storie che girano attorno a una figura così dirompente?

Iniziammo da quella volta in cui Greil Marcus, il famoso critico musicale (secondo molti, colui che ha inventato quella professione) andò a vedere com’era la scuola dove Dylan aveva studiato, proprio per cercare di capire qualcosa di un artista così sfuggente. Io non sono qui di Todd Haynes è un ambizioso e riuscito film che cerca di rendere l’idea sull’argomento. Dylan non è mai dove lo vediamo, nel senso che è già da un’altra parte. Ha sempre amato dissacrare le cose, anche le sue stesse canzoni, dicendo che le sentiva vecchie quando ancora dovevano essere pubblicate. E’ lo stesso uomo che però ha sempre preso tremendamente sul serio la sua missione. “Guarda Marco che neanche in Blood On The Tracks perde il controllo, fidati”.  A me sembra che in quell’album, e particolarmente in Idiot Wind, la sua voce sia rotta da una sorta di emozione dettata dal momento di crisi che stava devastando la sua storia matrimoniale. Forse tutto ciò è il frutto di una mia debolezza. Io vorrei che Dylan facesse i capricci come li farei io, una volta sconfitto da un evidente fallimento. Forse dentro casa è uno che sbrocca ma nel suo catalogo c’è posto soltanto per la ricerca sulla scrittura e sul messaggio culturale: Dylan è asessuato e anaffettivo riguardo tutto ciò che ha il simbolo del copyright accanto al suo nome. Non sarà mai associabile alla parola rock’n’roll perché gli mancano, del rock’n’roll, l’altruismo e la carica sessuale. Non è che gli difettano un po’, gli mancano proprio in toto.

Non ha mai ceduto e, se lo ha fatto, è stato solo in Idiot Wind. In quella canzone credo ci sia più di un’interpretazione dell’amore sconfitto. In quella canzone Dylan sembra soffrire veramente. Continuammo a parlare come se non ci fosse niente di più serio al mondo. Tornò Greil Marcus ad alimentare le nostre parole, ricordandoci di quella volta in cui cominciò la recensione del nuovo album del menestrello chiedendosi cosa fosse quella “merda”. Dylan, che ha fama di uno a cui non importa niente di nessuno, si ricordò di lui e alla prima occasione andò a salutarlo ironicamente, probabilmente colpito dal fatto che dopo quella frase iniziale Marcus avesse cercato in tutti i modi di capire il come e il perché fosse uscito fuori quel risultato dalla penna dell’artista.

Parlammo di Dylan visto dagli altri. Da Jim James, per esempio, così spettrale e desertico proprio nel film di Todd Haynes, quando canta una Goin’ to Acapulco che supera l’originale grazie a un arrangiamento caloroso realizzato dai Calexico. Le canzoni, appunto, sono state le vere protagoniste di una notte intera a parlare di Bob Dylan: le canzoni che superano l’autore, che gli sopravvivono, che lo sconfiggono. Ogni grande artista dovrebbe fidarsi della propria opera e lasciare che se ne vada in giro a cambiare abito per essere sempre più bella, proprio come una donna che ha un vestito diverso per ogni serata memorabile. Masters of War, per esempio.

“Ah, qui la storia si fa davvero interessante. E’ ancora Marcus a raccontarcela. Pensa che Joan Baez, che l’ha cantata centinaia di volte se non migliaia, si è sempre rifiutata di pronunciare la frase con la quale Dylan augura la morte ai signori della guerra. E’ il verso più estremo nella storia della canzone popolare, perché la morte è il tabù della civiltà occidentale se ci toccasse indicarne uno solo. Marcus parte per la tangente, come solo lui sa fare, e si dedica alla storia della canzone usandone gli interpreti. Così facendo, la fa vivere come fosse una persona, attraverso gli anni. Racconta di quando, in una scuola americana, sconosciuti ragazzi la cantarono sul palco, attirando l’interesse della polizia che non seppe mai se realmente ci fossero stati intenti sovversivi nella scelta di portare quel pezzo in un saggio scolastico. Nel dubbio, le forze dell’ordine erano andate a dare un’occhiata. Poi accadde davvero ma in televisione. Fu un attore ad avere il coraggio di bucare il velo, andando oltre il pudore di Joan Baez: Viggo Mortensen, l’avresti detto?”.

Che sapesse cantare no, che potesse augurare la morte a qualcuno, con quella faccia, sì. Sarebbe bello parlare di Dylan sempre, mentre Nordovest compie il proprio sporco lavoro di isola felice per chi ancora crede nella poetica del disco come oggetto desiderato e desiderabile. C’è anche un apposito angolo, nel salottino in fondo al locale, dove i clienti possono ascoltare le nuove uscite, in cuffia, quindi in beata solitudine. Se a loro non piace Dylan, si risparmiano le nostre chiacchiere così parziali e supponenti. Guai a chi ci tocca l’idolo! Eppure una volta giurai che non mi interessava, che ne avrei fatto certamente a meno per tutta la vita. Perché mi bastava il rumore, perché il mio ascolto era puro e contro ogni livello di lettura che non fosse il primo. Non che io abbia per forza capito qualcosa, delle sue canzoni.

“Vedi, andiamo nei locali e c’è questa gente che fa le cover. Già il concetto di suonare canzoni famose per strappare un applauso è deprecabile ma se c’è una canzone che proprio nessuno dovrebbe suonare è Like A Rolling Stone. Dopo tutti questi anni non si è ancora capito cosa volesse dire e soprattutto a chi volesse dirlo. E’ una canzone impegnativa, misteriosa. E’ da pazzi cantarla se non sei Bob Dylan”. Però noi ne parliamo. E’ il nostro passatempo preferito. Dylan ci salvò quella serata e ce ne salverà tante altre. “Deve essere proprio forte ‘sto Bob Dylan, se gli hanno dato il Nobel”. Così ci interruppe un ragazzo fissato con la techno. Non l’ha mai ascoltato in vita sua! Ma si può? Quali film ha visto in quarantacinque anni di vita? Che persone ha frequentato e quali stazioni radiofoniche ha fatto suonare? Mi sembrò una provocazione fine a se stessa. Non lo era invece l’affermazione dell’uomo che poco dopo uscì dal bagno: “State parlando del Nobel a Dylan, vi ho sentito. Secondo te, Marco, lo potrebbero dare a un italiano? Tipo a Mina, potrebbero darglielo il Nobel?”. Ci guardammo atterriti. Quella scena mi ricordò il momento in cui un cliente mi confessò, tutto eccitato, che stava suonando con la sua cover band un pezzo di David Bowie. Gli chiesi di quale brano si trattasse. La risposta fu raggelante: “Spaci Oddi”. Va bene che ogni canzone muta nel tempo e vive una propria esistenza ma chi la suona dovrebbe dimostrarle rispetto fin dal momento basico di pronunciarne il titolo, no?

Il rispetto che Dylan dimostrò nei confronti di Frank Sinatra durante la serata in cui grandissimi musicisti furono invitati da The Voice in persona per festeggiare il suo ottantesimo compleanno. “Andò così: tutti interpretarono un successo del padrone di casa. Arrivò Dylan e cantò una propria canzone. Fu un gesto irrispettoso e arrogante? Di certo fu una sorpresa che lasciò attoniti i presenti e che spiazzò Sinatra. In verità, la canzone scelta fu Restless Farewell, e si può dire che fu una scelta pensata, una vera e propria dedica, cosa che rese per l’ennesima volta Dylan sfuggente e unico”. Qualche anno dopo, Dylan sarebbe tornato sull’argomento, registrando addirittura un album intero di standard che Sinatra aveva interpretato in passato. Del resto è nota la sua grande cultura musicale, cosa che lo ha reso anche capace di citazioni di ogni tipo; qui torna (prepotente) la descrizione fatta da Todd Haynes nel suo famoso film. Dylan non è qui, nel senso che è stato qui ma è già da un’altra parte, come le sue canzoni.

Eppure, nel mio caso, Dylan è stato qui soprattutto nel 2016. Non per il Nobel, per carità, piuttosto perché non ne avevo mai parlato così tanto e non lo avevo mai ascoltato così tanto. Non dovrei dire di essere un suo fan; la mia patologica voracità di ascoltatore di musica di ogni genere e di ogni provenienza mi vieta di essere fan di un singolo artista ma ogni tanto è giusto fermarsi. Per una sera intera ci abbiamo provato, allontanando dal bancone con sguardi infuocati chiunque non avesse da aggiungere altro che luogo comune, incupendoci nel momento in cui abbiamo dovuto sopportare una frase come “Dylan è sopravvalutato”, vivendo quelle ore come una vera e propria indagine su noi stessi e su questi tempi. Qualche giorno fa, mia zia ha buttato là un “Voi giovani ballate la mia stessa musica” appena è partita Like A Rolling Stone dal mio piatto ma io ho risposto che sì, noi giovani quarantenni balliamo la sua musica ma non Dylan. Dylan non lo balliamo: lo studiamo, cerchiamo di comprenderlo, ed è una continua, meravigliosa perdita di tempo alla ricerca della verità. Io, in modo del tutto personale, credo che proprio in quell’album (Highway 61 Revisited) sia stato fissato l’attimo in cui tutto, nella canzone americana, è perfetto. In quelle canzoni, ogni sillaba e ogni nota sono così definitive da fermare tutto. Durante quei cinquantuno minuti non riesco a pensare ad altro né riesco a parlare d’altro. Fossi stato l’artefice di tanta perfezione, non sarei mai riuscito ad andare oltre. Da semplice studioso della faccenda, mi permetto di affermare che dopo quel disco avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Avrebbe anche potuto sparire nel nulla, avrebbe potuto dedicarsi alla famiglia o a leggere la Bibbia per tutto il resto della sua esistenza. Invece ha continuato a dispensare la sua arte e a far parlare (troppo?) di sé. Per quanto mi riguarda, Bob Dylan resterà sempre colui che ha fissato il momento, anche se da quel momento è sempre fuggito.

EPILOGO

Alla fine, ‘sto Nobel l’avrà festeggiato? “Marco, Dylan non festeggia, al massimo avrà invitato Patti Smith a prendere una tisana a casa sua e avranno letto poesie per tutta la notte”.

SUL CARRO

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Nel suo bellissimo MyTunes, Maurizio Blatto racconta l’avventuroso ritorno in mezzo alla nebbia dopo un concerto degli Yo La Tengo. Nel libro ci sono settantasette racconti, ognuno dedicato a una canzone, che chiariscono in modo definitivo e molto spesso emozionante quella magnifica malattia, da me ben conosciuta, che è l’amore per i dischi e per la musica. Maurizio Blatto sceglie gli Yo La Tengo per fissare il momento in cui, per ascoltare le nostre canzoni preferite, non è sufficiente fare due passi dalla cucina al salotto dove abbiamo sistemato il nostro giradischi ma dobbiamo invece compiere la scelta di prendere la macchina o un treno o un aereo perché ne vale davvero la pena. Blatto descrive la band di Ira Kaplan con parole di autentica venerazione, senza temere il dileggio di chi non si azzarderebbe mai a definire una band poco conosciuta tra le più grandi in circolazione. Eppure il mio collega (in quanto venditore di dischi nella sua Torino) non bada a paroloni per esprimere un concetto troppo spesso occultato da molti critici e osservatori delle cose culturali.

Ricordo una chiacchierata di qualche anno fa con due amici, entrambi divoratori compulsivi di film e di serie televisive. Alla classica domanda su quale sia il miglior film di sempre, io risposi: “M Butterfly di David Cronenberg”. I due amici si allearono contro la mia risposta sostenendo che non è universalmente consentito rispondere a quella domanda con un titolo che non sia riconosciuto dalla critica come un capolavoro indiscusso. Avrei dovuto rispondere per forza “Quarto Potere” oppure “Metropolis”, neanche fossi un Rag. Fantozzi da bombardare di ripetute visioni di film d’autore. Ora, io capisco anche il fatto che le cose vadano storicizzate e che un’opera abbia bisogno di diciamo almeno dieci anni per essere valutata. Quindi, se Blatto avesse indicato i Nap Eyes come gruppo migliore della Storia, sarebbe un malato di mente ma gli Yo La Tengo, durante una carriera ormai lunghissima, non hanno sbagliato mai niente e hanno fatto tutto sempre con una straordinaria voglia di stupire e di emozionare, alla quale hanno fatto seguire risultati artistici favolosi. La massima eresia che gli appassionati politicamente corretti si consentono in un caso simile è quella di indicare i Velvet Underground ma sembra che non si possa uscire dai nomi classici e, in particolare, da quello dei Beatles, sempre per il solito discorsetto che mi fecero gli amici riguardo al cinema. Blatto, nel libro, pubblicamente, storicizza e mette su un piedistallo gli Yo La Tengo, provocando in me, stupefatto lettore, un momento di gioia totale, culminato con un applauso a scena aperta. La stessa reazione fu provocata in me quando lo stesso scrittore recensì la ristampa di Spiderland degli Slint con un maestoso 10.

Questa cosa dei voti ai classici, per esempio, è un mio pallino. Ricordo quando Blow Up dedicò una pagina intera alla ristampa de I fiori del male, con tanto di voto. Il mio pensiero andò subito all’incredibile spocchia del recensore, che mise 8 alla raccolta di Baudelaire. Pensai che 8 poteva andare bene per Max Collini, studente di liceo nella mitologica Kappler, pensai anche che 8 è un voto dignitoso in assoluto. Mi immagino una donna che mi mette 8 dopo una notte di sesso, come fece Moana Pozzi con Marco Tardelli. Sarebbe una figata. Come lo sarebbe una simile recensione su Trip Advisor: l’utente Z ha messo 8 in pagella a Nordovest, che poi su Trip Advisor sarebbero quattro pallini su cinque. Baudelaire però no. Suvvia! Come può uno che scrive su un giornale, uno che fa comunicazione oggi, permettersi di non mettere 10 oppure “senza voto” a un poeta che ha sconfitto il tempo?

Ecco, Blatto in questo la pensa come me, quindi 10 agli Yo La Tengo e 10 agli Slint. Alé! Chi entra a far parte della Storia non può essere giudicato da un qualsiasi recensore. Quando Blatto decise di andare al concerto degli Yo La Tengo non poteva sapere che la sua serata avrebbe vissuto momenti difficili. Non durante il concerto ma dopo, quando la nebbia più fitta di tutti i tempi (da 10 in pagella pure quella) lo avrebbe fatto rincasare all’alba, dopo aver sbagliato strada una decina di volte, atteso dalla moglie sveglia, in pensiero per lui. Io, invece, quando comprai il biglietto fui così contento da fotografarlo e metterlo su Facebook, posato sul vinile di Painful. Mi bullavo con tutti, alcuni dei quali si convinsero a farmi compagnia.

Ci dividemmo in due macchine, direzione Auditorium Parco della Musica. Decidemmo che Claudio, pur avendo confidenza solo con me, sarebbe andato con Gerry e l’altro Claudio, perché volevamo risparmiargli la guida di Lele. Fu la sua fortuna. Sfacciata, aggiungerei. Io e Corrado ci sacrificammo, un po’ perché siamo altruisti e ci piace immolarci per le giuste cause, e molto perché viaggiare con Lele vuol dire poter cazzeggiare e ascoltare la musica sguaiata dei gruppi garage americani che tanto ci fanno sballare. Dalle parti di Valmontone il motore della sua macchina si arrese, tra l’altro nel centro della carreggiata, con tutti i rischi annessi e connessi. Lele fece appena in tempo ad accostare sul lato destro ma non riuscì neppure a raggiungere una piazzola, così la macchina rimase in balia del destino, anche perché il mio amico non ritenne utile avere il triangolo a bordo. Mi allontanai senza dire niente, giusto per stare abbastanza lontano nel caso un camionista pippato decidesse di schiantarsi contro il nostro ingrato mezzo di trasporto. Il soccorso stradale arrivò in pochi minuti.

Chiedemmo all’autista di portarci al primo distributore di benzina per comprare l’olio per rianimare la macchina. Niente da fare. Lui voleva, legittimamente, soltanto i soldi del soccorso e ci portò al primo bancomat disponibile. Così ci trovammo, noi e la macchina, all’uscita di San Cesareo. L’olio non sarebbe neanche servito, il motore era andato. Nel tragitto verso il bancomat, Corrado aveva notato una pizzeria con il televisore acceso su Inter-Roma. Saremmo andati là, a piedi ci voleva pochissimo. Gli altri erano già all’Auditorium. Per noi non c’era speranza alcuna di mantenere il nostro impegno con gli Yo La Tengo, perché sapevamo che i concerti in quel luogo iniziano puntuali e che, oltretutto, non è neanche permesso entrare a cose iniziate. Mentre Lele faceva amicizia con il tizio del soccorso stradale, facendosi spiegare cosa fosse successo al motore, io chiamai un’amica. “Chissà quante bestemmie hai tirato giù!”. Veramente neanche una. Corrado chiamò un’amica sua. “Chissà quante bestemmie ha detto Marco!”. No, no, nessuna.

La partita fu davvero brutta, decisa da un tiro da fuori di Medel. Lele fece di tutto per pagare la cena perché si sentiva in colpa. La settimana successiva avrebbe sganciato una fortuna per rimettere a nuovo la macchina. Vi starete chiedendo come tornammo a casa. Non potevamo aspettare Gerry e stare in sei nella sua macchina. La mia amica, quella che chiamai dall’uscita di San Cesareo, dice sempre che se non sono in grado di risolvere un problema da solo devo almeno indovinare la prima telefonata. Mi concentrai. “Ragazzi, chi è che adesso verrebbe di corsa, tanto di sabato sera non avrà un cazzo da fare?”. Non ricevetti risposta. Composi un numero di testa mia. “Va bene, dopo l’Inter arrivo”. Sapevo che il nostro amico preferiva cento volte stare con noi piuttosto che litigare con le figlie. Gli pagammo la benzina e gli raccontammo la nostra disavventura. Appena tornati, ci sparammo una birra in un locale dove si riunì il gruppo di inizio serata. Con molto tatto, i tre nostri fortunati amici non ci raccontarono il concerto, evitando di farci rosicare ulteriormente.

Qualche tempo dopo, alla presentazione di un libro, incontrai Gianluca. “Marco, non ti ho visto al concerto degli Yo La Tengo”. Gli raccontai la mia serata, lui mi guardò e io capii subito, aprendomi in un beffardo sorriso. “So già quello che vuoi dirmi, ed è ciò che aspetto da quella sera”. A quanto pare, non mi ero perso un granché. Fu un concerto acustico, un po’ moscio e pieno di cover. Di certo non quello che meriterei per la mia prima volta con una band così grande. Con una delle band della mia vita. Quello a cui andò Blatto, invece, fu degno delle peripezie affrontate nella nebbia, così come il suo libro è  degno di essere letto perché composto da una serie di tante, piccole e straordinarie storie legate alla musica. A noi è rimasto il ricordo indelebile di una serata buffa tra amici che hanno imparato a ridere di certe sconfitte. Lele avrebbe poi perso la macchina per altri motivi, e non vede l’ora di tornare in autostrada verso un altro mito musicale da cogliere al volo. Corrado, invece, qualche giorno dopo andò a trovare alcuni amici in comune. Una di loro, dopo aver ascoltato il resoconto di quella serata, gli disse convinta: “Immagino le bestemmie di Marco”.

AFRICA

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Per un paio di anni, all’inizio di questo decennio, ho frequentato il bancone della Cantina Mediterraneo. Non il locale, proprio il bancone, occupandone i trespoli insieme a Lucia e Corrado. Attorno a noi, si alternavano musica più o meno rumorosa, ubriachezze moleste, iniziative politiche, compleanni e feste varie. Ci disinteressavamo quasi sempre di tutto ciò che si muoveva sullo sfondo della nostra fotografia. Parlavamo, accompagnando le nostre parole con birre più o meno trattate, tra le quali la pericolosa lanterna, quella birra media che contiene all’interno del boccale un bicchierino di tequila: la matrioska dell’alcolista, in pratica. Diciamo che una non fa danni ma io (solo io, per fortuna della salute altrui) me ne sparavo anche quattro a sera. La pericolosità di tale bevanda è dovuta al fatto che viene bevuta come fosse una birra (di fatto lo sarebbe) quindi con una certa leggerezza ma dovendo aspettare fino all’ultimo la violenza della tequila che, vera serpe in seno, si nasconde sul fondo fino agli ultimi due sorsi. I boccali di birra davano il tempo alla conversazione e impedivano di fare ciò che molte persone fanno in certi casi: aspettare il proprio turno per parlare. Bere occupa perfettamente il momento in cui l’altro ci sta raccontando qualcosa, così possiamo concentrarci sull’ascolto senza soffrirne. Una sera, anche se sarebbe più appropriato ricordare che fosse notte, visti gli orari da nocturama nei quali si tenevano quei lunghi simposi, Lucia volle versare la mia birra nel mio bicchiere: “Marco, abbiamo sempre sbagliato, la birra si versa così. Me l’ha detto Giancarlo Frigieri”.

Noi facciamo sempre quello che dice Giancarlo Frigieri. La prima volta che lo vidi ero a Faenza, al Meeting delle Etichette Indipendenti: me lo presentarono i miei amici Mario e Gianluca. Mi parve subito una persona autorevole, uno che non parla a vanvera. C’è un racconto di Truman Capote nel quale, a un certo punto, lo scrittore americano indugia sulla capacità delle persone di condurre una buona conversazione. Fa proprio la lista dei suoi conoscenti che sappiano rendere migliore una conversazione, e spiega nel dettaglio i loro pregi al riguardo. Ecco, Giancarlo Frigieri ti incolla alle sue parole, e non vale in questo caso l’esterofilia di noi frusinati quando parla qualcuno che ha un accento così diverso dal nostro. No, no: in questo caso è proprio quello che dice a tenerci incollati. Ovviamente, anche quello che dice nelle sue canzoni. Al ritorno da Faenza, in macchina, mettemmo in loop una compilation promozionale della Black Candy, una simpatica etichetta indie che aveva nel suo roster i Joe Leaman. Quest’ultimo era il gruppo di Giancarlo Frigieri prima che si mettesse in proprio. Aspettavamo la loro Free Karate per spararla a volume osceno: una vera bomba. Quando ci venne a trovare a Frosinone, qualche tempo dopo, ci regalò diverse versioni della sua arte: il suo progetto solista, che è una sorta di versione agreste e antagonista del miglior cantautorato occidentale; poi il disco american indie fatto con i Mosquitos, aperto da una canzone che iniziava con la frase “sono innamorato dell’idea di essere innamorato”, che un mio cliente adora tanto da averne fatto una specie di manifesto; perfino una sua rilettura di Nebraska del Boss. Ogni serata si concludeva con lunghe chiacchierate ricche di intuizioni e di insegnamenti da parte sua ma, questo è il bello e questo è il senso di ciò che scrive Capote, Giancarlo Frigieri è un grande ascoltatore e quindi ha sempre lasciato anche a noi la possibilità di esprimerci e di farci conoscere da lui.

Un pomeriggio, in negozio, mi rimproverò: “Sai, Marco, dalle mie parti c’è un negozio di dischi. E’ piccolo, non credere che sia tanto meglio del tuo ma ha un reparto spettacolare di world music. Tu dovresti puntare sulla musica africana”. In quel momento ebbi la certezza che dovevo dargli retta perché quella frase veniva da una persona troppo attenta e autorevole per essere stata buttata lì a casaccio. Già allora mi piacevano i Tinariwen, i più importanti musicisti africani degli ultimi anni. Hanno suonato perfino in occasione della cerimonia di apertura della Coppa del Mondo di calcio. Soprattutto, una sera, suonarono a Roma. Andai con Antonio, il mio cliente che adora la frase di cui parlavo prima, e a nessuno interessò farci compagnia nonostante la comodità del passaggio in macchina e il prezzo ridicolo del biglietto. Adesso è impossibile andare a un concerto senza che la cosa venga a conoscenza di tutto il circondario. Per circondario intendo gente che fa shopping nel negozio ufficiale NBA a New York City o in una piccola boutique di Nicosia, o  che fa colazione in un piccolo bar di Kaunas o in un motel americano, tipo quelli vissuti e descritti da Willy Vlautin nel suo libro-manifesto Motel Life. Sei anni fa potevo andare a vedere il più importante gruppo di world music nel disinteresse totale. Oggi, tutti sanno tutto di tutti e vogliono in qualche modo esserci. Con il commento a una foto, con un messaggio, con un cuoricino.

Intendiamoci, a me fa piacere che i miei amici, o semplicemente i miei conoscenti, affollino i luoghi dove c’è musica. Vendo dischi e la musica è la mia principale ragione di vita: sarei un falso a dire anche a una sola persona di boicottare un concerto, fosse anche di una band che non mi piace. Ho perfino nostalgia di quando, alle feste in città, fosse quella dei santi patroni (sì, Frosinone ha due santi patroni, entrambi papi, uno dei quali era figlio dell’altro) o quella del mio quartiere, venivano a trovarci i vari Povia, Ron, Dik Dik. In quelle occasioni, almeno, la città o il quartiere si popolavano, dandoci una scusa per scendere in strada. Ecco, la sovraesposizione data dai social ha fatto in modo che, magari è solo una mia impressione, tante volte finiamo per andare a un concerto per la smania di far vedere che la nostra vita è più interessante di quella degli altri. Una volta una mia amica disse che andava al concerto degli Undertones: era una bella cosa, per carità, andare al concerto di un gruppo che per un quarto d’ora è stato perfino importante ma fu la sua risposta, quando le chiesi come mai proprio gli Undertones, a lasciarmi di stucco: “Perché è il concerto dell’anno”.

Sarà mai più possibile andare a un concerto senza lasciare traccia e senza dover dimostrare che c’eravamo anche noi? Solo per il gusto di assistere a uno show che fortemente vogliamo vedere? Se un giorno le corse dei levrieri diventeranno uno show di tendenza anche in Italia, ne diventeremo improvvisamente tutti seguaci e intenditori? Sei anni fa c’era Facebook, lo sappiamo tutti, eppure non era ancora la vetrina che è oggi, almeno nella mia città. Probabilmente, se oggi dicessimo che stiamo andando al concerto dei Tinariwen, ci sarebbe la corsa da più parti per salire sul carro (del vincitore o del perdente ditelo voi, sempre un carro sarebbe). Quella sera, invece, c’era tutta la Roma di una certa categoria: i professori di liceo sinistroidi e terzomondisti, i radical chic alla Nanni Moretti, gli esperti di politica internazionale. Forse c’era lo stesso Moretti. Diciamolo pure con Freak Antoni: un pubblico di merda. La band provò a farci ballare, perché per loro è normale che il pubblico (dei paesi musicalmente evoluti) balli la loro musica ma, mi ci metto anch’io, la risposta fu desolante. Qualche anno dopo avrei visto tre volte Bombino perché, nel frattempo, avevo davvero seguito il consiglio di Giancarlo Frigieri, immergendomi con sincera passione nel frizzante mondo della musica africana di ieri e di oggi, e sarei riuscito a coinvolgere (anche grazie ai social) gli amici, così contenti di assistere al concerto dell’anno, quello che ogni settimana si ripete (a seconda di chi ci sia tra il pubblico).

Siamo diventati noi, i veri protagonisti dei concerti. Da una parte è un bene, perché so per certo che Bombino si sarebbe intristito se a Boville non ci fossero state quelle settanta persone (praticamente tutti clienti di Nordovest) a ballare il suo trascinante blues terzomondista. D’altro canto, i social diventano istantaneamente il delirante palcoscenico del duello rusticano tra chi ha fatto venti chilometri per andare da una parte e chi ne ha fatti cinquanta per andare a un altro evento. Improvvisamente, dopo avermi raccontato un concerto dell’anno a settimana, i miei amici e conoscenti entrano in conflitto perché non si possono avere due concerti dell’anno nella stessa sera. Trecentosessantacinque sere l’anno c’è il concerto dell’anno ma la stessa sera non ce ne possono essere due. Non si può! Non si può ammettere che qualcuno si sia divertito più di noi, non si può confessare di aver sbagliato una scelta. Soprattutto, sembra che nessuno sia capace di passare una bella serata senza raccontarla a cani e porci, tenendo per sé (o magari condividendo con un solo fortunato complice) le proprie emozioni.

Qualche giorno fa sono andato, con tre amici, a vedere i Black Lips, ad Arezzo. E’ stato un concerto carino, di persone che a me stanno molto simpatiche, per via del loro fare sguaiato e dell’irresistibile garage beat melodico che esce fuori dalle loro idee. Ho ricevuto messaggi sul cellulare da amici sinceramente tristi per non averci potuto fare compagnia, e i complimenti da un cliente che neanche sa chi siano i Black Lips. Così, solo perché gli sembrava figo che avessi chiuso il negozio per un giorno e mezzo. Eppure ho detto senza esitazione, sia agli amici che al mio cliente, che non avevo assistito al concerto dell’ann0, e che la cosa migliore di quei due giorni era stata la compagnia dei miei tre compagni di viaggio. Devo anche dire che la ribollita che ho mangiato in una fantastica osteria di Arezzo, accompagnata da un esaltante Rosso di Montalcino, valeva da sola il mancato incasso di Nordovest. Chissà, se al posto mio ci fosse stato un altro, magari l’avrebbe fotografata e messa su Facebook definendola zuppa dell’anno!

PASQUA AD ALBUQUERQUE

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All’inizio del decennio avevo una ragazza che abitava lontanissimo da me. Questa cosa mi dava una certa serenità. Non sentivo il bisogno di uscire tutte le sere, non andavo cercando affetto visto che ne ricevevo già tanto, anche se a distanza. Soprattutto, avevo fame di cose: libri, film, serie televisive, musica. Una mia amica dice che quando uno sta bene vuole tutto. Quanto ha ragione! Così furono tante le serate passate in santa pace, a casa, a dare da mangiare al mio cervello. Durante una di queste, in dormiveglia, rimasi fulminato da una scena catturata al volo su Rai 4: c’erano dei messicani che strisciavano verso un tempietto. Non so cosa mi accadde, non so se fu l’aria minacciosa evocata dai messicani, se fu il cielo sopra il deserto o il movimento della macchina da presa, fatto sta che consultai la guida, lessi il nome della serie e spensi il televisore. Andai a dormire sapendo cosa volevo. Quella serie andava vista dall’inizio.

Non ne avevo mai sentito parlare, anche perché a quei tempi non era il cult che sarebbe diventata in seguito. A quei tempi era roba per appassionati terminali anche se la mia amica (quella che quando stai bene vuoi tutto) già la stava seguendo perché era solita fermare il telecomando su Rai 4, dato che il suo televisore leggeva pochissimi canali. Ricordo che avevo preso l’abitudine di scriverle ogni volta che beccavo un film di Billy Wilder o cose del genere in tarda serata, per leggere sempre la stessa risposta: “A casa mia quel canale non si vede”. Rai 4 sì, e in quel periodo regalava un po’ a tutti belle soddisfazioni, soprattutto perché c’era una meravigliosa serie australiana ambientata nel mondo del crimine e poi perché c’era La Nuova Squadra Spaccanapoli, che era un mio pallino, una di quelle cose che adoro anche se sono snobbate dalla critica e dal pubblico nerd che giudica e valuta tutto in modo definitivo. Quella cosa dei messicani che strisciavano, però, mi sembrò subito più importante, infatti si sarebbe rivelata davvero straordinaria, molto più di quanto avessi potuto prevedere.

Dopo la prima sequenza della prima stagione, ero già un tossico. C’era tutto quello che avrei sognato di vedere: deserto, cielo, colori stupendi ovunque, una location (il Nuovo Messico) che da sempre fa parte dei miei sogni proibiti, la tensione della storia rallentata da inaspettate lentezze cinematografiche e poi i personaggi, tutti meravigliosamente caratterizzati. A proposito di Albuquerque: quando andai a rileggermi il mio vecchio blog, che avevo dovuto salvare perché la piattaforma online era stata cancellata, ritrovai un minuscolo racconto che avevo pubblicato qualche anno prima che Breaking Bad avesse inizio. Lo avevo ambientato proprio in quella città. E’ una di quelle coincidenze che, ogni tanto, mi fanno sentire parte di un disegno maligno dal quale il libero arbitrio è bandito. I colori di Albuquerque ebbero un effetto dirompente su di me. Non riuscivo a fare a meno di quei colori. Non ne parlava nessuno, tutti parlavano di quanto fossero potenti i personaggi, ed era vero, tutti parlavano della storia e di quanto ci tenesse sulle spine anche se un mio amico un giorno sbottò: “Possibile che a questo non lo sgamano mai?. Quando la serie era appena finita, Blow Up pubblicò un pezzo di due pagine proprio sui colori di Breaking Bad, e fui felice di avere amato tanto un aspetto così sottovalutato di quel cinema televisivo (o di quella televisione cinematografica, che dir si voglia) che aveva mille argomenti da proporre a chiunque ne volesse parlare.

Che poi, parlarne non si poteva, perché ognuno era a un punto diverso della serie, quindi c’erano minacce di morte ovunque per chi osasse spoilerare. Mai, nella mia vita, ho pensato che una follia collettiva fosse davvero giustificata come in quel caso. Mi sparavo quelle maratone dalle quali uscivo fortemente condizionato. Se andavo a dormire dopo aver visto qualche episodio, la notte sognavo immancabilmente di essere un personaggio della serie. Non uno di quelli veri, sognavo proprio di essere me stesso catapultato nel traffico di stupefacenti e nei rischi connessi. Sognavo sparatorie, fughe, appuntamenti con loschi spacciatori e boss messicani. La mia parte preferita della storia è quella dove c’è il sentore del Messico. Quante scene memorabili, come quella in piscina con la canzone degli Oh Sees! Quanti personaggi favolosi, come il vecchio boss sulla sedia a rotelle che comunica con un campanello, e che meraviglia i tempi di ripresa! Quanta nostalgia e quanta invidia per chi deve ancora vedere Breaking Bad! Che aspettate a iniziare? Pagherei per rimuovere dalla mia memoria tutti gli episodi per ricominciare da capo.

Ogni puntata chiamava la successiva. Una volta passai tutta la giornata di Pasqua a vedere Breaking Bad, per un totale di quattordici episodi consecutivi. Mi fermai soltanto perché il DVD della stagione seguente non era ancora uscito. Già, perché non ho fatto come tanti che l’hanno scoperto in ritardo e poi scaricato e visto tutto d’un fiato; no, io aspettavo qualche mese tra una stagione e l’altra, in ritardo rispetto a chi lo stava seguendo in diretta su internet ma con i tempi (seppure ritardati) di una serie, lasciando quindi un po’ di tempo tra una stagione e l’altra. Alla fine di tutto non mi preoccupai neanche di comunicare (a me stesso prima che agli altri) se il finale mi fosse piaciuto. Pensai soltanto che il cielo di Albuquerque già mi mancava. Mi mancava la sigla, così tagliente e paradossalmente inesistente, quasi una sfida da parte di chi sapeva che nei vari episodi c’era così tanto da vedere da poter fare a meno di una bella sigla. Mi mancavano i piccoli prologhi, alcuni dei quali avrebbero portato a qualcosa di definitivo e clamoroso.

Non accadono tantissime cose, in Breaking Bad. E’ una serie che parla di progetti, di ricerche e di dipendenze, di soldi e del fascino perverso del pericolo, degli esseri umani e della loro terribile solitudine, anche quando vivono con la propria famiglia. Poi, certo, accadono cose straordinarie: i resti di un incidente aereo cadono su Albuquerque, una tartaruga esplode in faccia alla polizia, sparano a un ragazzino in motoretta, fanno saltare in aria il boss dei boss, muore una ragazza senza che Walter White faccia niente per salvarla ma c’è anche un episodio intero nel quale i due protagonisti cercano di uccidere una mosca per tenere pulito il laboratorio: non fanno altro per tutta la durata dell’episodio, una cosa mai vista in una serie televisiva, dove normalmente il ritmo è padrone di tutto. Non è la prima serie che, per ritmo e movimenti di macchina, ha pretese cinematografiche. E’ fondamentale, in questo senso, l’episodio pilota di Twin Peaks, un vero e proprio film dove accade una cosa sola, episodio utile a presentare i personaggi e l’ambiente. La verità è che parliamo di eccezioni, visto che dopo Twin Peaks le serie hanno sempre puntato tutto su dinamiche frenetiche, anche per colpa delle stesse televisioni, spietate nel tagliare un prodotto nel momento in cui l’attenzione del pubblico subisce un calo.

In Breaking Bad tutto è approfondito e tutto torna, anche quando sembra che si vada verso l’assurdo. Durante la serie vengono disseminati segnali di ciò che accadrà anche molto tempo dopo. A quel punto, quando veniamo a sapere perché un determinato oggetto era stato inquadrato, il godimento per la parentesi che si chiude è pari alla raffinatezza dell’invenzione narrativa. In questo porsi spesso se non sempre in doppia lettura, Breaking Bad rifiuta la facilità della serie televisiva standard, si allontana dall’immediatezza e si mette su un piedistallo. Aprendo e chiudendo parentesi, può permettersi di scolpire nell’immaginario tutta una serie di personaggi, luoghi e loghi (chi ha detto “Los Pollos Hermanos”?) fino a renderli mitici. E’ un’orchestra che non sbaglia una nota, è un magnifico dramma corale, è leggenda prima ancora di finire. Qualcuno dice che è diseducativo perché tende a far sperare lo spettatore che il male non venga mai scoperto ma io non mi sono mai posto il problema. D’altra parte, non si può dire che i cattivi esempi presenti nella serie siano camuffati né giustificati. C’è un momento in cui Walter ammette davanti alla moglie di avere fatto tutto per il piacere di farlo ma noi l’avevamo già capito molto tempo prima, quando si trovò ad affrontare la violenza insita nel narcotraffico messicano. Noi, delle buone maniere e della questione morale, abbiamo smesso di preoccuparci da quando abbiamo visto quel camper scassato arrancare nel deserto. Da allora, completamente rapiti, ci siamo adagiati in poltrona chiedendo di non essere mai più distolti da tanta meraviglia. Ci siamo goduti il cielo del Nuovo Messico, abbiamo tremato al solo apparire del demonio vestito da affabile venditore di pollo fritto, ci siamo chiesti cosa si nascondesse dietro quel pupazzoide finito in piscina e visualizzato in più di un prologo, abbiamo detto a tutti (ma proprio a tutti) che Breaking Bad è il meglio del meglio e, ancora oggi, lo ripetiamo volentieri. A tutti.

L’altra corsa

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Nordovest non è soltanto un negozio di dischi. Certo, l’identità è quella, definita e (si spera) incrollabile ma in questi primi undici anni di attività ho anche venduto tanti film, cofanetti di serie televisive e anche molti libri. Da parte mia, non sento il dovere (diciamo così) professionale di essere aggiornato su tutto ciò che accade in questi settori. La mia specializzazione riguarda la musica rock, sia indipendente che mainstream, senza che per questo motivo io possa permettermi di trascurare il jazz, l’elettronica e il rap. Per quanto riguarda film, serie televisive e libri, invece, mi permetto di vivere tutto ciò senza troppa attenzione, quasi per puro diletto. Insomma, se vi aspettate che sia uno di quelli che seguono in diretta e in lingua originale dieci serie nello stesso periodo, allora siete fuori dal seminato però sarete ben felici di sapere che da me non avrete mai uno spoiler, visto che arrivo sempre per ultimo. Stabilito ciò, ho pensato di dedicare due pezzi di Nordovest Amarcord a queste materie alternative, raccontandovi il film, il libro e la serie che mi verranno in mente quando, da vecchio, ripenserò a questi anni.

Il film e il libro sono collegati tra loro. Vitaliano Trevisan è il (memorabile) protagonista di un film di Matteo Garrone che si chiama Primo Amore. Quando, tre anni fa, decisi di comprare il suo libro Grotteschi e arabeschi, liberamente ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, non sapevo che uno dei racconti fosse una tremenda vendetta nei confronti dello stesso regista. In Poe, la vendetta si compie all’interno di una cantina dove la vittima crede di dover assaggiare un particolare vino spagnolo. In Trevisan, tutte le belle parole spese dalla critica e dal pubblico verso il regista romano vengono sommerse da una sarcastica invettiva dello scrittore veneto il quale, prendendo spunto da un commento di Garrone nei contenuti speciali del DVD di Primo Amore, realizza un ritratto impietoso di un uomo viziato e borghese, incapace di distinguere la finzione a causa dell’ossessione per la realtà. In Poe, i due protagonisti sono amici, eppure il sentimento della vendetta cancella del tutto qualsiasi parvenza di empatia. Non c’è alcuna pietà per la vittima. In Trevisan, si capisce che i due non siano mai stati amici ma che ci sia stata comunque la condivisione di un’esperienza importante, quella di aver realizzato insieme un film indubbiamente potente, un film che non può lasciare indifferenti.

Anche in questo caso, la vendetta non lascia spazio all’empatia: Matteo Garrone, senza essere nominato, viene sbeffeggiato come persona e criticato aspramente come artista, pur essendogli riconosciute capacità non comuni dal punto di vista tecnico. Gli viene contestata la sua estrazione borghese, con tutti i vizi connessi. Viene accusato di avere senso pratico solo quando entrano in gioco i soldi. Gli viene contestato un certo buonismo di facciata verso le minoranze tipico di certi intellettuali radical chic. Gli viene soprattutto contestata la scarsa sensibilità nei confronti del suo attore. Trevisan sente di essere messo in simbiosi con il terribile protagonista del film, un uomo patologicamente ossessionato dalla magrezza femminile, un uomo (tra l’altro) realmente esistito. A pensarci, è un’offesa di proporzioni bibliche: passa così l’idea che lui fosse perfetto per quel ruolo perché era realmente come quel personaggio, non perché fosse un bravo attore. Del resto, non sarebbe quello il suo mestiere. Vitaliano Trevisan è uno scrittore che per hobby fa l’attore.

Ho letto tante volte il racconto di Trevisan. All’inizio faticavo a credere a tanto astio ma poi mi arresi all’idea che per coverizzare Poe proprio come se dovesse coverizzare una canzone, Trevisan aveva dovuto eguagliarne il cinismo. Trevisan aveva usato un sentimento negativo per farne letteratura. Così, pur non provando da parte mia questo sentimento nei confronti del regista, il piacere di quella lettura mi travolse. Il racconto diventò esattamente come una canzone, sinuoso e scorrevole, con alcuni momenti di assoluto pathos. Una sera, durante un aperitivo in terrazza, ne lessi una parte agli amici. Credo che la musicalità della storia fu molto apprezzata. Non importava il fatto che la vittima fosse uno dei nostri artisti preferiti, del quale tra l’altro parlerò bene tra poco. Non importava neanche il fatto che Trevisan avesse rischiato di fare la figura del rosicone, di quello che non aveva ricevuto gli elogi che credeva (e crede) di meritare. Quella sera dimostrai quanto fosse stato bello per me leggere e rileggere quelle parole per il semplice fatto che filavano in modo perfetto ed epico. Ero così contento in quel momento, della mia vita, di tutto, che mi misi a declamare la vendetta di Vitaliano Trevisan. Così, perché mi sembrava una bella cosa, una cosa diversa.

Dunque Grotteschi e arabeschi è il mio libro preferito di questi undici anni. E il film? Quando si seppe che Matteo Garrone avrebbe girato un film sul Grande Fratello rimasi basito; mi pareva un tema bollito e sul quale non avrei speso tempo né energie da spettatore, figuriamoci se fossi stato un regista! Andai al cinema lo stesso, senza leggere neanche una recensione, senza vedere il trailer. Rimasi molto colpito da ciò che ne venne fuori. Era il film che avrei voluto vedere ma che non avevo minimamente immaginato. Garrone è ossessionato dalla realtà, è vero. Lo scrive Trevisan, lo considera un limite enorme per un cineasta che (a suo dire) non conosce nulla della realtà, ed è vero che anche stavolta gli attori sono così poco attori. Eppure Reality funziona. E’ pervaso dal sogno fin dall’inizio, è idealista, è poetico.

Quando il mio professore di storia moderna mi propose di scrivere la tesi di laurea facendo una ricerca per lui, dissi subito di sì ma, una volta terminata la ricerca commissionatami, fu evidente nella mia mente che si sarebbe potuto andare oltre. Così la mia tesi divenne un’altra cosa ma non saprò mai se così facendo ho costruito una cosa migliore rispetto al progetto iniziale. Anche Garrone, a quanto pare, era partito con un’idea e, strada facendo, la cambiò radicalmente fino a costruire un film emozionante e onirico, aiutato in questo da una città cupa, tragica e infinitamente evocativa come Napoli. Reality ha una musicalità intrinseca, portata avanti non solo e non tanto dalla colonna sonora quanto dai movimenti di macchina, i magistrali e tanto decantati movimenti di macchina di un regista che, quando ispirato, ha pochissimi eguali in circolazione. La cosa più sorprendente resta però l’idea del film che cambia in corso d’opera. Il film su un fenomeno sociale diventa il film su un uomo che manda a monte tutto ciò che ha fatto nella vita pur di avere quindici minuti di gloria e di visibilità, tanto per non farci mancare il solito Andy Warhol quando parliamo di certe cose.

Così la prima cosa che pensai, uscendo dal cinema, fu: “Cazzo, questo ha fatto un film volutamente minore!”. Pensai che sarebbe andato malissimo e che era proprio ciò che la gente non si aspettava in quel momento. Dopo Gomorra, il regista romano sembrava destinato a spiccare il volo e il tema del Grande Fratello poteva aiutarlo a passare alla cassa. Invece ne uscì fuori l’esatto contrario, ovvero un film d’autore che, pur contentendo qualche scena indubbiamente spettacolare, era un film senza ambizione, rischioso nel non appartenere ad alcun filone di moda, nell’indugiare ancora una volta sul dialetto e su un protagonista normale: ecco di nuovo l’ossessione per il reale o per il realistico, che dir si voglia. Ecco di nuovo ciò che non piace a Trevisan: le facce che le persone fanno nella vita di tutti i giorni, naturalmente, senza bisogno di recitare, gli attori che non sono attori bensì sono esattamente ciò che vediamo, il tutto diretto dal ripugnante borghesuccio coi capelli trasandati in stile Kubrick.

Eppure c’è una cosa che mi fa amare questo film e che, paradossalmente, me lo fa mettere proprio accanto al nemico Trevisan in questo pezzo: Reality è commovente, emoziona e non mi importa se lo fa in un modo che può sembrare scorretto. Reality sorprende, lascia nello spettatore la voglia, ogni tanto, di rivederlo per ritrovare quella dimensione di sogno sovversivo, così come il libro di Trevisan ogni tanto si fa rileggere in tutta la sua straordinaria potenza espressiva. Reality è un film invernale, da vedere con il camino acceso, mentre Grotteschi e arabeschi è un libro estivo, da declamare in terrazza. Reality chiama una bottiglia di rosso, mentre Trevisan va buttato giù con le migliori bollicine del suo Veneto. Le pagine della sua vendetta scorrono torrenziali come un fiume in piena, sono una corsa sfrenata laddove Reality è una lenta passeggiata nel sogno (impossibile?) di un uomo. Trevisan e Garrone, uniti da un film maledetto e leggendario, divisi da una vendetta su carta, tornano insieme in questo mio best of.