CASCADE

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A Isola del Liri, da qualche decennio, gli abitanti si sono battezzati portavoce della musica, del blues in particolare. Hanno un fiume che a loro evoca il Delta, una splendida cascata e un piccolo auditorium che hanno chiamato New Orleans. La musica sembra essere parte integrante (quotidiana) del loro tempo libero; in poche parole, un piccolo miracolo italiano, per usare un orrido termine degli anni novanta. La cascata è il vero punto di riferimento; tutto ciò che di importante avviene nella piccola città porta con sé l’umidità di quella cartolina. Anche la mia fine, che magari non sarà una cosa importante, stava per essere ambientata in quell’inconfondibile condizione climatica, e non sto esagerando.

Cascade è un affascinante album di William Basinski, autore di musica sperimentale da me molto amato. In quell’album il caso si unisce all’intenzione dell’artista fino a realizzare un concept di ambient music che mi stordisce a ogni ascolto. L’acqua della cascata è qualcosa di ripetitivo e, allo stesso tempo, sempre diverso, così la musica di quell’album: i rumori ambientali registrati dal compositore e i rintocchi di pianoforte da lui suonati sembrano fare sempre lo stesso percorso ma, ogni volta, provocano un sussulto in chi li ascolta, tramite impercettibili variazioni dovute al momento. Ecco perché la composizione si chiama Cascade: è una cosa sempre uguale ma sempre diversa. Impazzisco quando la ascolto in macchina; non avrei mai pensato che un disco di musica sperimentale potesse essere così emozionante. Ogni volta che guardo una cascata penso a Basinski ma quando guardo quella cascata, quella di Isola del Liri, penso a una serata caotica e, allo stesso tempo, memorabile. Perché solo le ragazze e il rock’n’roll sanno essere tanto memorabili e, quella sera, mi sono ubriacato insieme alla ragazza più rock’n’roll che conosco, l’unica che farebbe un figurone anche al cospetto della mitica Grace Slick.

“Ah, davvero c’è Steve Wynn a Isola?”. Gerry stava leggendo l’appuntamento segnato col gessetto sulla lavagna di Nordovest. Altri amici si sarebbero fatti trovare già lì, quindi il solito gruppetto di appassionati che tante volte ha omaggiato le leggende dell’indie rock americano in tour dalle nostre parti (Giant Sand, The Black Heart Procession, Calexico, Shellac, tanto per fare qualche nome adatto alla questione) aveva garantito una degna partecipazione. “Vengo anch’io”. Emanuela si aggiunse con mia somma gioia, anche perché nessuno dei due avrebbe avuto l’onere di guidare la macchina, quindi avremmo potuto fare una cosa che, nonostante le sue velleità di salutismo, amiamo fare insieme: bere, possibilmente cose di qualità visto che non abbiamo più diciotto anni, quando non conoscevamo la differenza tra il vino del discount e un Amarone Riserva. In più, ovviamente, c’era il concerto. Se la mia passione per la musica è da malato terminale, la mia amica non è da meno. La sua sensibilità e la sua cultura l’hanno sempre portata vicino al mio immaginario. Le piacciono il rock’n’roll, il punk, e tutto ciò che in musica è sexy e carico di stile: il magnetismo di David Bowie, la poesia pura di Lou Reed, la gloria mancata dei Diaframma, la perfezione iconica di Elvis Presley. Solo su Bob Dylan non andremo mai d’accordo. Ovviamente ama i musicisti e mi sembra pure giusto. Il fatto che io, nella vita, avrei dovuto fare dischi anziché venderli, andrà approfondito prima o poi. Detto ciò, non ero sicuro che avrebbe gradito il concerto, del resto io l’ho visto tante volte Steve Wynn, contando a memoria direi sette, e proprio la volta prima mi aveva stranamente deluso.

Ero andato apposta a Sangemini a vedere un suo live in una chiesa, una vera chiesa consacrata. “Il parroco è molto sportivo”. Lo è davvero, visto che in apertura suonò un travolgente Flavio Giurato che mancava solo bestemmiasse e forse nel testo di una canzone una bestemmia c’era pure o forse me l’aveva comunicata con la forza del pensiero, tanto fu coinvolgente e magnetico. Non così Steve – da qui in avanti lo chiamerò solo con il nome di battesimo, un po’ per comodità e un po’ perché tutti i (pochi ma non pochissimi) fan che ha in Italia lo chiamano solo con il nome di battesimo in segno di stima e di affetto, e poi perché su Instagram ha risposto agli auguri di compleanno di Emanuela, dimostrandosi più simpatico di tante presunte star -. Suonò da solo, voce e chitarra, in quel posto così insolito e intimo, davanti a un pubblico adorante, eppure mancava qualcosa: i pezzi, arrangiati in chiave elettrica, subivano la tragica assenza della sezione ritmica. Fu come vedere un pesce che prova a nuotare sull’erba di un campo da golf. Semplicemente, una scelta sbagliata. Mi duole dirlo ma resto convinto di questo, anche se il luogo, il pubblico e il personaggio (sempre incantevole) resero perfetta la mia serata.

Dopo pochi mesi, Steve sarebbe salito sul palco dell’Auditorium New Orleans, e la chitarra sarebbe magicamente diventata acustica. Andando a Sangemini con Giovanni, mio cliente e buon amico, avevamo ascoltato un disco che Steve aveva pubblicato l’anno prima, ed era un album composto prevalentemente di ballate, non aggressivo ma sinuoso e perfettamente calibrato; insomma avrei sperato in un concerto che mi avesse fatto stare in quel mood ma questo sarebbe accaduto appunto a Isola, anziché a Sangemini. Arrivati davanti alla cascata, subito Gerry si mise a fare delle foto insieme a un suo amico, reclutato il giorno stesso. Emanuela, tacchi alti, biondissima, con addosso una sorprendente blusa verde, volse lo sguardo a sinistra della cascata, cioè più a sinistra di dove fosse Gerry. “Oh, c’è un’enoteca!”. C’era (e c’è ancora) un’enoteca che non conoscevamo. Mancava un bel po’ all’inizio del concerto. Ci appollaiammo al bancone e ci godemmo l’aperitivo: (tanto) vino rosso, qualche rustico e risate, non c’era bisogno di altro. Gerry, sconsolato, ci lasciò fare. Del resto, conosce bene i suoi polli.

L’enoteca ci piacque molto: il vino non era male, l’ambiente era accogliente e ci fecero pure lo sconto. Quando beve, la mia amica, che solitamente è una persona equilibrata e attenta al galateo, inizia a ridere di qualsiasi cosa e io non mi faccio pregare per andarle appresso. Quella sera l’atmosfera si prestava. Presi dall’euforia, commettemmo l’errore di passare, una volta dentro l’auditorium, a un non identificato prosecco. Tutti i buoni propositi, peraltro assenti fin dall’inizio, se ne andarono in quel posto. La sbornia era ormai irreversibile. Steve ci mise del suo, con uno show molto empatico, emozionante per i fan e anche per chi lo stava vedendo per la prima volta. Nel finale, suonò in mezzo al pubblico che, senza alcuna esitazione, si fece trovare pronto a condividere un momento così ricco di pathos, cingendosi intorno a lui: l’omaggio ai Velvet Underground, una struggente Sunday Morning, fu lo zenit della serata. Sui nostri volti, e su quello di Frank Bombay, DJ di fiducia di Nordovest, c’era un velo di commozione. Al banchetto dei dischi, regalai un vinile a Emanuela, proprio il disco che avevo ascoltato in macchina andando a Sangemini. Dopo averlo fatto girare, volle a tutti i costi ridarmi i soldi, perché le era piaciuto così tanto che ci teneva a poter dire che lo aveva acquistato.

Che fossimo i più vistosi in tutto l’auditorium, non certo per merito mio – basti pensare che al concerto di Giovanni Lindo Ferretti un nostro amico sapeva esattamente dove fossimo perché, in mezzo a tutto il pubblico, anche da molto lontano, riconosceva distintamente i capelli di Emanuela, e vi assicuro che la blusa verde a Isola era abbagliante quanto i capelli -, è cosa certa quanto il fatto che fossimo di gran lunga i più ubriachi. Il colpo di grazia ci fu dato da Filetto, che si fece avanti per accompagnarci al ritorno, permettendo così a Gerry di andarsene prima di noi. Vittorio, il simpaticissimo avvocato che aveva portato Steve a Isola, ci aveva visto fare i fenomeni al banchetto dei dischi, con tanto di foto, dediche, baci e abbracci, quindi ebbe la sciagurata idea di invitarci al tavolo con la star della serata. Non volevamo andarci ma fummo letteralmente costretti, neanche fossimo noi quelli importanti. Lì andai in tilt. Non sapevo cosa dire a Steve, con il quale ero stato tre volte a cena prima dei suoi concerti ma oltre dieci anni prima, quindi ero sicuro – a ragione – che non si ricordasse di me. Ho sempre avuto problemi a esprimermi in una lingua non mia. Con l’inglese scritto me la cavo, tanto che potrei leggere un libro intero, e lo stesso con l’audio originale di un telegiornale o di una partita di pallacanestro ma, davanti a una persona, ho paura di non farmi capire, e io, quando parlo, voglio sempre farmi capire. Da chiunque, figuriamoci da un musicista del quale ho (quasi) tutti i dischi. Ci guardavano tutti ma cosa si aspettavano da noi? Che rivelassimo una verità definitiva sull’esistenza di Dio? Feci scena muta, mentre Emanuela mi pizzicava il fianco dicendomi: “Forza, dì qualcosa, dai che lo sai l’inglese!”, aggravando in modo letale la mia ansia da prestazione. Dopo qualche settimana, Giovanni mi avrebbe chiesto se in quel momento fossi commosso o ubriaco ma non avrei saputo rispondergli. Vittorio, invece, mi avrebbe detto: “Siete stati grandi!”. Contento lui, a me pare che Steve ci guardasse come se fossimo due disadattati, altro che grandi!

Dunque fu Filetto a riportarci insieme a Florindo, sotto la casa del quale noi due seduti dietro fummo svegliati da una volante della polizia che aveva stranamente seguito la nostra macchina per più di un chilometro, tanto per vedere dove stessimo andando. Giunti finalmente a destinazione, Emanuela non trovò le chiavi di casa. Svegliò il fratello e ci rassicurò: “Certo che prendo il treno e vado a lavorare domani!”. La sera dopo, andai a recuperare le chiavi, che erano rimaste in quella macchina; con quella scusa, passai la serata con Filetto e con il suo amico Marco a parlare di Bob Dylan e di altre cose. Il nostro autista per una sera volle subito sapere se Emanuela fosse andata a lavorare. “Macché, ha messo la solita scusa dell’intossicazione da cozze”.

I più attenti avranno notato che manca (ancora) un pezzo. Due mesi dopo, andammo in birreria. Io stavo parlando con Ivan Liuzzo, eccellente batterista e percussionista cresciuto dalle mie parti, intanto Emanuela aveva salutato un po’ di gente che non vedeva da tempo. Mi si avvicinò con aria divertita e sarcastica e mi rise in faccia: “Non puoi capire! Filetto mi ha raccontato una cosa del concerto di Steve Wynn che avevamo rimosso; scommetto che non ti ricordi che sei caduto quando stavamo raggiungendo la sua macchina e un SUV si è fermato proprio un attimo prima di schiacciarti la testa!. No che non me lo ricordavo e anche adesso la mia mente non produce alcuna immagine legata a quel momento! Le chiesi, già conoscendo la risposta, quale fosse stata la sua reazione, vedendomi steso, a un passo dalla morte, con la cascata di Isola del Liri sullo sfondo. “Sono scoppiata a ridere”. Ogni tanto, Emanuela e Filetto viaggiano insieme. Il nostro amico si fa notare in treno perché ha una bella bicicletta pieghevole che poi usa a Roma. E’ un ragazzo affabile, di quelli che non si scompongono mai e che non alzano mai la voce. Emanuela, invece, è la mia amica preferita di tutti i tempi, oltre che la responsabile di tantissime idee utili per il successo di Nordovest. Sul treno, ogni tanto, si fa descrivere il momento in cui sono caduto. “E’ troppo figo farsi raccontare quella storia da Filetto; con la sua cadenza, sembra che stia raccontando la favola della buonanotte a una bambina e io, ogni volta, scoppio a ridere”.

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DUEMILASEDICI

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“Senti, ti racconto una cosa su Bob Dylan. Pare che un giorno una poliziotta lo arrestò perché si aggirava con fare sospetto davanti a una casa. Soprattutto, era senza documenti e aveva un aspetto anonimo, per non dire trasandato. Quando in commissariato lo riconobbero, disse che quella casa gli piaceva e stava valutando se comprarla”. Passammo le successive tre ore a parlare di Bob Dylan ma non del fatto che meritasse oppure no di ricevere il dannatissimo premio Nobel, né se fosse giusto o meno che andasse a ritirarlo. Perché perdere tempo, quando non basterebbe una vita per raccontarci tutte le leggendarie storie che girano attorno a una figura così dirompente?

Iniziammo da quella volta in cui Greil Marcus, il famoso critico musicale (secondo molti, colui che ha inventato quella professione) andò a vedere com’era la scuola dove Dylan aveva studiato, proprio per cercare di capire qualcosa di un artista così sfuggente. Io non sono qui di Todd Haynes è un ambizioso e riuscito film che cerca di rendere l’idea sull’argomento. Dylan non è mai dove lo vediamo, nel senso che è già da un’altra parte. Ha sempre amato dissacrare le cose, anche le sue stesse canzoni, dicendo che le sentiva vecchie quando ancora dovevano essere pubblicate. E’ lo stesso uomo che però ha sempre preso tremendamente sul serio la sua missione. “Guarda Marco che neanche in Blood On The Tracks perde il controllo, fidati”.  A me sembra che in quell’album, e particolarmente in Idiot Wind, la sua voce sia rotta da una sorta di emozione dettata dal momento di crisi che stava devastando la sua storia matrimoniale. Forse tutto ciò è il frutto di una mia debolezza. Io vorrei che Dylan facesse i capricci come li farei io, una volta sconfitto da un evidente fallimento. Forse dentro casa è uno che sbrocca ma nel suo catalogo c’è posto soltanto per la ricerca sulla scrittura e sul messaggio culturale: Dylan è asessuato e anaffettivo riguardo tutto ciò che ha il simbolo del copyright accanto al suo nome. Non sarà mai associabile alla parola rock’n’roll perché gli mancano, del rock’n’roll, l’altruismo e la carica sessuale. Non è che gli difettano un po’, gli mancano proprio in toto.

Non ha mai ceduto e, se lo ha fatto, è stato solo in Idiot Wind. In quella canzone credo ci sia più di un’interpretazione dell’amore sconfitto. In quella canzone Dylan sembra soffrire veramente. Continuammo a parlare come se non ci fosse niente di più serio al mondo. Tornò Greil Marcus ad alimentare le nostre parole, ricordandoci di quella volta in cui cominciò la recensione del nuovo album del menestrello chiedendosi cosa fosse quella “merda”. Dylan, che ha fama di uno a cui non importa niente di nessuno, si ricordò di lui e alla prima occasione andò a salutarlo ironicamente, probabilmente colpito dal fatto che dopo quella frase iniziale Marcus avesse cercato in tutti i modi di capire il come e il perché fosse uscito fuori quel risultato dalla penna dell’artista.

Parlammo di Dylan visto dagli altri. Da Jim James, per esempio, così spettrale e desertico proprio nel film di Todd Haynes, quando canta una Goin’ to Acapulco che supera l’originale grazie a un arrangiamento caloroso realizzato dai Calexico. Le canzoni, appunto, sono state le vere protagoniste di una notte intera a parlare di Bob Dylan: le canzoni che superano l’autore, che gli sopravvivono, che lo sconfiggono. Ogni grande artista dovrebbe fidarsi della propria opera e lasciare che se ne vada in giro a cambiare abito per essere sempre più bella, proprio come una donna che ha un vestito diverso per ogni serata memorabile. Masters of War, per esempio.

“Ah, qui la storia si fa davvero interessante. E’ ancora Marcus a raccontarcela. Pensa che Joan Baez, che l’ha cantata centinaia di volte se non migliaia, si è sempre rifiutata di pronunciare la frase con la quale Dylan augura la morte ai signori della guerra. E’ il verso più estremo nella storia della canzone popolare, perché la morte è il tabù della civiltà occidentale se ci toccasse indicarne uno solo. Marcus parte per la tangente, come solo lui sa fare, e si dedica alla storia della canzone usandone gli interpreti. Così facendo, la fa vivere come fosse una persona, attraverso gli anni. Racconta di quando, in una scuola americana, sconosciuti ragazzi la cantarono sul palco, attirando l’interesse della polizia che non seppe mai se realmente ci fossero stati intenti sovversivi nella scelta di portare quel pezzo in un saggio scolastico. Nel dubbio, le forze dell’ordine erano andate a dare un’occhiata. Poi accadde davvero ma in televisione. Fu un attore ad avere il coraggio di bucare il velo, andando oltre il pudore di Joan Baez: Viggo Mortensen, l’avresti detto?”.

Che sapesse cantare no, che potesse augurare la morte a qualcuno, con quella faccia, sì. Sarebbe bello parlare di Dylan sempre, mentre Nordovest compie il proprio sporco lavoro di isola felice per chi ancora crede nella poetica del disco come oggetto desiderato e desiderabile. C’è anche un apposito angolo, nel salottino in fondo al locale, dove i clienti possono ascoltare le nuove uscite, in cuffia, quindi in beata solitudine. Se a loro non piace Dylan, si risparmiano le nostre chiacchiere così parziali e supponenti. Guai a chi ci tocca l’idolo! Eppure una volta giurai che non mi interessava, che ne avrei fatto certamente a meno per tutta la vita. Perché mi bastava il rumore, perché il mio ascolto era puro e contro ogni livello di lettura che non fosse il primo. Non che io abbia per forza capito qualcosa, delle sue canzoni.

“Vedi, andiamo nei locali e c’è questa gente che fa le cover. Già il concetto di suonare canzoni famose per strappare un applauso è deprecabile ma se c’è una canzone che proprio nessuno dovrebbe suonare è Like A Rolling Stone. Dopo tutti questi anni non si è ancora capito cosa volesse dire e soprattutto a chi volesse dirlo. E’ una canzone impegnativa, misteriosa. E’ da pazzi cantarla se non sei Bob Dylan”. Però noi ne parliamo. E’ il nostro passatempo preferito. Dylan ci salvò quella serata e ce ne salverà tante altre. “Deve essere proprio forte ‘sto Bob Dylan, se gli hanno dato il Nobel”. Così ci interruppe un ragazzo fissato con la techno. Non l’ha mai ascoltato in vita sua! Ma si può? Quali film ha visto in quarantacinque anni di vita? Che persone ha frequentato e quali stazioni radiofoniche ha fatto suonare? Mi sembrò una provocazione fine a se stessa. Non lo era invece l’affermazione dell’uomo che poco dopo uscì dal bagno: “State parlando del Nobel a Dylan, vi ho sentito. Secondo te, Marco, lo potrebbero dare a un italiano? Tipo a Mina, potrebbero darglielo il Nobel?”. Ci guardammo atterriti. Quella scena mi ricordò il momento in cui un cliente mi confessò, tutto eccitato, che stava suonando con la sua cover band un pezzo di David Bowie. Gli chiesi di quale brano si trattasse. La risposta fu raggelante: “Spaci Oddi”. Va bene che ogni canzone muta nel tempo e vive una propria esistenza ma chi la suona dovrebbe dimostrarle rispetto fin dal momento basico di pronunciarne il titolo, no?

Il rispetto che Dylan dimostrò nei confronti di Frank Sinatra durante la serata in cui grandissimi musicisti furono invitati da The Voice in persona per festeggiare il suo ottantesimo compleanno. “Andò così: tutti interpretarono un successo del padrone di casa. Arrivò Dylan e cantò una propria canzone. Fu un gesto irrispettoso e arrogante? Di certo fu una sorpresa che lasciò attoniti i presenti e che spiazzò Sinatra. In verità, la canzone scelta fu Restless Farewell, e si può dire che fu una scelta pensata, una vera e propria dedica, cosa che rese per l’ennesima volta Dylan sfuggente e unico”. Qualche anno dopo, Dylan sarebbe tornato sull’argomento, registrando addirittura un album intero di standard che Sinatra aveva interpretato in passato. Del resto è nota la sua grande cultura musicale, cosa che lo ha reso anche capace di citazioni di ogni tipo; qui torna (prepotente) la descrizione fatta da Todd Haynes nel suo famoso film. Dylan non è qui, nel senso che è stato qui ma è già da un’altra parte, come le sue canzoni.

Eppure, nel mio caso, Dylan è stato qui soprattutto nel 2016. Non per il Nobel, per carità, piuttosto perché non ne avevo mai parlato così tanto e non lo avevo mai ascoltato così tanto. Non dovrei dire di essere un suo fan; la mia patologica voracità di ascoltatore di musica di ogni genere e di ogni provenienza mi vieta di essere fan di un singolo artista ma ogni tanto è giusto fermarsi. Per una sera intera ci abbiamo provato, allontanando dal bancone con sguardi infuocati chiunque non avesse da aggiungere altro che luogo comune, incupendoci nel momento in cui abbiamo dovuto sopportare una frase come “Dylan è sopravvalutato”, vivendo quelle ore come una vera e propria indagine su noi stessi e su questi tempi. Qualche giorno fa, mia zia ha buttato là un “Voi giovani ballate la mia stessa musica” appena è partita Like A Rolling Stone dal mio piatto ma io ho risposto che sì, noi giovani quarantenni balliamo la sua musica ma non Dylan. Dylan non lo balliamo: lo studiamo, cerchiamo di comprenderlo, ed è una continua, meravigliosa perdita di tempo alla ricerca della verità. Io, in modo del tutto personale, credo che proprio in quell’album (Highway 61 Revisited) sia stato fissato l’attimo in cui tutto, nella canzone americana, è perfetto. In quelle canzoni, ogni sillaba e ogni nota sono così definitive da fermare tutto. Durante quei cinquantuno minuti non riesco a pensare ad altro né riesco a parlare d’altro. Fossi stato l’artefice di tanta perfezione, non sarei mai riuscito ad andare oltre. Da semplice studioso della faccenda, mi permetto di affermare che dopo quel disco avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Avrebbe anche potuto sparire nel nulla, avrebbe potuto dedicarsi alla famiglia o a leggere la Bibbia per tutto il resto della sua esistenza. Invece ha continuato a dispensare la sua arte e a far parlare (troppo?) di sé. Per quanto mi riguarda, Bob Dylan resterà sempre colui che ha fissato il momento, anche se da quel momento è sempre fuggito.

EPILOGO

Alla fine, ‘sto Nobel l’avrà festeggiato? “Marco, Dylan non festeggia, al massimo avrà invitato Patti Smith a prendere una tisana a casa sua e avranno letto poesie per tutta la notte”.

AFRICA

ribollita

Per un paio di anni, all’inizio di questo decennio, ho frequentato il bancone della Cantina Mediterraneo. Non il locale, proprio il bancone, occupandone i trespoli insieme a Lucia e Corrado. Attorno a noi, si alternavano musica più o meno rumorosa, ubriachezze moleste, iniziative politiche, compleanni e feste varie. Ci disinteressavamo quasi sempre di tutto ciò che si muoveva sullo sfondo della nostra fotografia. Parlavamo, accompagnando le nostre parole con birre più o meno trattate, tra le quali la pericolosa lanterna, quella birra media che contiene all’interno del boccale un bicchierino di tequila: la matrioska dell’alcolista, in pratica. Diciamo che una non fa danni ma io (solo io, per fortuna della salute altrui) me ne sparavo anche quattro a sera. La pericolosità di tale bevanda è dovuta al fatto che viene bevuta come fosse una birra (di fatto lo sarebbe) quindi con una certa leggerezza ma dovendo aspettare fino all’ultimo la violenza della tequila che, vera serpe in seno, si nasconde sul fondo fino agli ultimi due sorsi. I boccali di birra davano il tempo alla conversazione e impedivano di fare ciò che molte persone fanno in certi casi: aspettare il proprio turno per parlare. Bere occupa perfettamente il momento in cui l’altro ci sta raccontando qualcosa, così possiamo concentrarci sull’ascolto senza soffrirne. Una sera, anche se sarebbe più appropriato ricordare che fosse notte, visti gli orari da nocturama nei quali si tenevano quei lunghi simposi, Lucia volle versare la mia birra nel mio bicchiere: “Marco, abbiamo sempre sbagliato, la birra si versa così. Me l’ha detto Giancarlo Frigieri”.

Noi facciamo sempre quello che dice Giancarlo Frigieri. La prima volta che lo vidi ero a Faenza, al Meeting delle Etichette Indipendenti: me lo presentarono i miei amici Mario e Gianluca. Mi parve subito una persona autorevole, uno che non parla a vanvera. C’è un racconto di Truman Capote nel quale, a un certo punto, lo scrittore americano indugia sulla capacità delle persone di condurre una buona conversazione. Fa proprio la lista dei suoi conoscenti che sappiano rendere migliore una conversazione, e spiega nel dettaglio i loro pregi al riguardo. Ecco, Giancarlo Frigieri ti incolla alle sue parole, e non vale in questo caso l’esterofilia di noi frusinati quando parla qualcuno che ha un accento così diverso dal nostro. No, no: in questo caso è proprio quello che dice a tenerci incollati. Ovviamente, anche quello che dice nelle sue canzoni. Al ritorno da Faenza, in macchina, mettemmo in loop una compilation promozionale della Black Candy, una simpatica etichetta indie che aveva nel suo roster i Joe Leaman. Quest’ultimo era il gruppo di Giancarlo Frigieri prima che si mettesse in proprio. Aspettavamo la loro Free Karate per spararla a volume osceno: una vera bomba. Quando ci venne a trovare a Frosinone, qualche tempo dopo, ci regalò diverse versioni della sua arte: il suo progetto solista, che è una sorta di versione agreste e antagonista del miglior cantautorato occidentale; poi il disco american indie fatto con i Mosquitos, aperto da una canzone che iniziava con la frase “sono innamorato dell’idea di essere innamorato”, che un mio cliente adora tanto da averne fatto una specie di manifesto; perfino una sua rilettura di Nebraska del Boss. Ogni serata si concludeva con lunghe chiacchierate ricche di intuizioni e di insegnamenti da parte sua ma, questo è il bello e questo è il senso di ciò che scrive Capote, Giancarlo Frigieri è un grande ascoltatore e quindi ha sempre lasciato anche a noi la possibilità di esprimerci e di farci conoscere da lui.

Un pomeriggio, in negozio, mi rimproverò: “Sai, Marco, dalle mie parti c’è un negozio di dischi. E’ piccolo, non credere che sia tanto meglio del tuo ma ha un reparto spettacolare di world music. Tu dovresti puntare sulla musica africana”. In quel momento ebbi la certezza che dovevo dargli retta perché quella frase veniva da una persona troppo attenta e autorevole per essere stata buttata lì a casaccio. Già allora mi piacevano i Tinariwen, i più importanti musicisti africani degli ultimi anni. Hanno suonato perfino in occasione della cerimonia di apertura della Coppa del Mondo di calcio. Soprattutto, una sera, suonarono a Roma. Andai con Antonio, il mio cliente che adora la frase di cui parlavo prima, e a nessuno interessò farci compagnia nonostante la comodità del passaggio in macchina e il prezzo ridicolo del biglietto. Adesso è impossibile andare a un concerto senza che la cosa venga a conoscenza di tutto il circondario. Per circondario intendo gente che fa shopping nel negozio ufficiale NBA a New York City o in una piccola boutique di Nicosia, o  che fa colazione in un piccolo bar di Kaunas o in un motel americano, tipo quelli vissuti e descritti da Willy Vlautin nel suo libro-manifesto Motel Life. Sei anni fa potevo andare a vedere il più importante gruppo di world music nel disinteresse totale. Oggi, tutti sanno tutto di tutti e vogliono in qualche modo esserci. Con il commento a una foto, con un messaggio, con un cuoricino.

Intendiamoci, a me fa piacere che i miei amici, o semplicemente i miei conoscenti, affollino i luoghi dove c’è musica. Vendo dischi e la musica è la mia principale ragione di vita: sarei un falso a dire anche a una sola persona di boicottare un concerto, fosse anche di una band che non mi piace. Ho perfino nostalgia di quando, alle feste in città, fosse quella dei santi patroni (sì, Frosinone ha due santi patroni, entrambi papi, uno dei quali era figlio dell’altro) o quella del mio quartiere, venivano a trovarci i vari Povia, Ron, Dik Dik. In quelle occasioni, almeno, la città o il quartiere si popolavano, dandoci una scusa per scendere in strada. Ecco, la sovraesposizione data dai social ha fatto in modo che, magari è solo una mia impressione, tante volte finiamo per andare a un concerto per la smania di far vedere che la nostra vita è più interessante di quella degli altri. Una volta una mia amica disse che andava al concerto degli Undertones: era una bella cosa, per carità, andare al concerto di un gruppo che per un quarto d’ora è stato perfino importante ma fu la sua risposta, quando le chiesi come mai proprio gli Undertones, a lasciarmi di stucco: “Perché è il concerto dell’anno”.

Sarà mai più possibile andare a un concerto senza lasciare traccia e senza dover dimostrare che c’eravamo anche noi? Solo per il gusto di assistere a uno show che fortemente vogliamo vedere? Se un giorno le corse dei levrieri diventeranno uno show di tendenza anche in Italia, ne diventeremo improvvisamente tutti seguaci e intenditori? Sei anni fa c’era Facebook, lo sappiamo tutti, eppure non era ancora la vetrina che è oggi, almeno nella mia città. Probabilmente, se oggi dicessimo che stiamo andando al concerto dei Tinariwen, ci sarebbe la corsa da più parti per salire sul carro (del vincitore o del perdente ditelo voi, sempre un carro sarebbe). Quella sera, invece, c’era tutta la Roma di una certa categoria: i professori di liceo sinistroidi e terzomondisti, i radical chic alla Nanni Moretti, gli esperti di politica internazionale. Forse c’era lo stesso Moretti. Diciamolo pure con Freak Antoni: un pubblico di merda. La band provò a farci ballare, perché per loro è normale che il pubblico (dei paesi musicalmente evoluti) balli la loro musica ma, mi ci metto anch’io, la risposta fu desolante. Qualche anno dopo avrei visto tre volte Bombino perché, nel frattempo, avevo davvero seguito il consiglio di Giancarlo Frigieri, immergendomi con sincera passione nel frizzante mondo della musica africana di ieri e di oggi, e sarei riuscito a coinvolgere (anche grazie ai social) gli amici, così contenti di assistere al concerto dell’anno, quello che ogni settimana si ripete (a seconda di chi ci sia tra il pubblico).

Siamo diventati noi, i veri protagonisti dei concerti. Da una parte è un bene, perché so per certo che Bombino si sarebbe intristito se a Boville non ci fossero state quelle settanta persone (praticamente tutti clienti di Nordovest) a ballare il suo trascinante blues terzomondista. D’altro canto, i social diventano istantaneamente il delirante palcoscenico del duello rusticano tra chi ha fatto venti chilometri per andare da una parte e chi ne ha fatti cinquanta per andare a un altro evento. Improvvisamente, dopo avermi raccontato un concerto dell’anno a settimana, i miei amici e conoscenti entrano in conflitto perché non si possono avere due concerti dell’anno nella stessa sera. Trecentosessantacinque sere l’anno c’è il concerto dell’anno ma la stessa sera non ce ne possono essere due. Non si può! Non si può ammettere che qualcuno si sia divertito più di noi, non si può confessare di aver sbagliato una scelta. Soprattutto, sembra che nessuno sia capace di passare una bella serata senza raccontarla a cani e porci, tenendo per sé (o magari condividendo con un solo fortunato complice) le proprie emozioni.

Qualche giorno fa sono andato, con tre amici, a vedere i Black Lips, ad Arezzo. E’ stato un concerto carino, di persone che a me stanno molto simpatiche, per via del loro fare sguaiato e dell’irresistibile garage beat melodico che esce fuori dalle loro idee. Ho ricevuto messaggi sul cellulare da amici sinceramente tristi per non averci potuto fare compagnia, e i complimenti da un cliente che neanche sa chi siano i Black Lips. Così, solo perché gli sembrava figo che avessi chiuso il negozio per un giorno e mezzo. Eppure ho detto senza esitazione, sia agli amici che al mio cliente, che non avevo assistito al concerto dell’ann0, e che la cosa migliore di quei due giorni era stata la compagnia dei miei tre compagni di viaggio. Devo anche dire che la ribollita che ho mangiato in una fantastica osteria di Arezzo, accompagnata da un esaltante Rosso di Montalcino, valeva da sola il mancato incasso di Nordovest. Chissà, se al posto mio ci fosse stato un altro, magari l’avrebbe fotografata e messa su Facebook definendola zuppa dell’anno!

1984

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In tanti dei miei dischi preferiti vengono raccontate storie che parlano di persone irregolari o pericolose, in una parola che va di moda di questi tempi: borderline. Fabrizio De André ne è stato un grande cantore, Lou Reed sia con i Velvet Underground che da solo, Bob Dylan. Gli ultimi due usarono anche lo stratagemma di vestire di un nome famoso queste persone, regalando loro un alter ego prestigioso come a voler dire che il disagio è universale e che la follia è di tutti. Del resto, autentici patrimoni dell’umanità sono impazziti al calar del sole, si pensi a Nietzsche o a Thelonious Monk. La follia è anche una ricchezza ma qualcuno dice che i pazzi dicono sempre la verità, quindi sono pericolosi anche quando si limitano a parlare. Chi si porta dietro manie difficili da comprendere ha spesso anche un terribile e patologico bisogno di stare al centro dell’attenzione. Per questo arriviamo a soffrirli, a fare conoscenza con un mal di testa che neanche i dischi sperimentali di Scott Walker ci hanno mai provocato. Per questo arriviamo a zittirli, a chiedere loro di starsene buoni, neanche fossero cani spaventati da un’eclissi.

Nel mio negozio succede di avere a che fare con persone particolari. Molte di loro vengono accompagnate da assistenti sociali, altre dai genitori. La musica ha un’influenza sorprendente sugli esseri umani, anche su quelli che vivono in un mondo tutto loro. Il minimo comune denominatore tra tutti i miei clienti è la loro soddisfazione quando escono dalla porta con uno o più dischi acquistati. Quando si ha a che fare con una signora il cui unico interesse nella vita è Michael Jackson, e che sputa, urla e sbatte i pugni sul bancone per enfatizzare la sua voglia di avere tutta la discografia del musicista in questione, ci vuole un pizzico di pazienza per contenere la bufera. Quando uno sconosciuto entra in negozio e, agitandosi e guardandomi con occhio spiritato, comincia a raccontare le sue vicende sentimentali (peraltro disastrose) e, solo dopo un monologo di un’ora, si ricorda di essere venuto per ordinare un vecchio CD di successi dance, tutto sommato il mio sforzo intellettivo si limita a quello di un prete che ascolta la confessione di un onanista. Quando entra uno sbandato e compra un disco del tutto a caso, solo per buttare dieci euro perché la copertina gli piace, si ha semplicemente la sensazione di aver guadagnato due soldi senza alcun merito. Quando invece alla follia si uniscono una cultura non banale, una grande sensibilità verso l’arte, e tanta umanità, allora è arrivato il momento di fissare nella memoria il più difficile, bizzarro e straordinario di tutti i clienti che hanno popolato Nordovest.

Ho un ricordo di quando ero piccolo che riguarda il modo di parlare di mio zio: quando voleva dare peso a ciò che diceva rallentava la parlata cadenzando bene le parole con tono vezzeggiativo, come se stesse raccontando una favola. Guardava fisso per terra, come se stesse parlando a se stesso, come se fosse insieme il narratore e l’ascoltatore della storia e nel suo tono coglievo un velo di commozione e di stupore. Pur conoscendo la storia, visto che era lui a narrarla, ne sembrava colpito. Angelo, un mio compagno di classe, andava ogni giorno a trovarlo nel suo negozio per ascoltare quelle storie. “Tuo zio è un mito, è troppo simpatico”.

Il mio cliente, ogni tanto, faceva la stessa cosa, con la differenza che mio zio parlava solo di calcio. In quei momenti, quando non era distratto dagli altri avventori, si immergeva nei suoi percorsi e io non dovevo fare altro che ascoltare vicende lontane da me e dal mio tempo. Parlava di fantapolitica, di letteratura sovversiva, ovviamente di musica, e faceva il tifo per i perdenti e per chiunque fosse in qualche modo un ribelle. Una volta si fissò per un produttore radiofonico insignificante che ha fatto un solo disco, perché aveva sentito da qualche parte che costui è un ribelle che fa battaglie contro il diritto d’autore. Glielo trovai, quell’unico album, e lui ne fu commosso. Quel disco di cui nessuno ha mai sentito parlare gli diede la certezza di essere anche lui un ribelle. Pensò di avere sposato una causa giusta. Mi ringraziò per mesi ma io avevo solo eseguito un ordine.

Pensava che la tecnologia nascondesse i demoni peggiori ed era un complottista convinto. Per lui, tutto ciò che c’era da sapere partiva da Orwell, per poi dipanarsi in anni di letteratura e di politica nei quali la realtà e la fantasia si sono tragicamente mescolate. Vedeva una speranza in ognuno che fosse originale e fuori dal coro. Era un fanatico del rock’n’roll anni cinquanta. Ha regalato a tre mie amiche CD preparati da lui con tutti i grandi singoli di quel genere musicale che sconvolse l’America e che fece ballare le ragazze di tutto l’Occidente. Adorava le mie amiche e mi chiedeva sempre di loro. Mi chiedeva anche di un mio cliente che fa il professore, forse perché il suo sogno segreto era proprio quello di insegnare ai giovani come si cambia il mondo. Poi però sbroccava, specialmente se veniva stuzzicato sulla politica, allora alzava la voce e copriva le parole altrui fino a estraniarsi, quindi usciva e si fumava una sigaretta per rimettere a posto le idee. Qualche volta se ne andava a spasso e mi lasciava i suoi “bagagli” anche per ore. Girava senza macchina quindi, per lui, prendere l’autobus per venire a comprare dischi era un piccolo ma autentico viaggio. Un ragazzo che passava ogni tanto qui in negozio diceva che fosse un barbone. Non era vero, aveva casa e sapeva cavarsela benissimo da solo. Quel ragazzo, tra l’altro, un giorno non volle sedersi sullo sgabello da dove era appena andato via: credo sia stato il gesto più fastidioso che qualcuno abbia commesso qui dentro in undici anni.

Il mio cliente bizzarro mi ha fatto penare, intendiamoci. Spesso, quando eravamo da soli, mi parlava senza sosta e in modo confuso anche per due ore di fila facendomi spegnere la musica perché lo distoglieva dal discorso (contorto) che stava facendo. Se si perdeva era la fine, perché ricominciava tutto da capo ripetendo sempre le stesse cose. Un altro ragazzo aveva paura di lui, altri clienti lo evitavano. La follia fa paura, lo capisco. Io gli dicevo di non sbroccare con gli sconosciuti. Non sempre capiva, non era tenuto a farlo. In fin dei conti, nel mio negozio può capitare tranquillamente di trovare il proprietario che beve come fosse l’ultimo giorno dell’umanità, figuriamoci se non si può condividere questo spazio con un visionario che ogni tanto sbrocca e straparla! Mi lasciava dei regali, ogni tanto. Quadri fatti da lui, soprattutto. Mi lasciò anche un DVD da far vedere al professore, contenente un mediometraggio, con lui in qualità di sorprendente protagonista.

Il suo pezzo forte però era la musica. La sua curiosità era travolgente, non era uno di quei nostalgici che rifiutano le novità. Ricordo che gli piacque molto Bill Callahan, che gli avevo consigliato con entusiasmo. Non si curava dei pregiudizi della critica e considerava indispensabili alcuni album di Branduardi, di Baglioni e di Mina. Quando parlava di musica si rilassava, si disimpegnava dal complottismo e dalla fantapolitica. Sorrideva e comprava dischi senza ritegno. Una volta pagato il conto, mi guardava e diceva: “E adesso quale sento per primo? Mamma mia che bei dischi, sono tutti bellissimi!”. Ne scartava uno e lo metteva nel lettore CD portatile per ascoltarlo con le cuffie, prima nel tratto che da Nordovest porta alla fermata dell’autobus, poi durante il piccolo viaggio che lo avrebbe riportato a casa. Spesso si fermava a mangiare il pollo arrosto nella rosticceria vicino casa. In realtà è una pizzeria ma lui la chiamava rosticceria perché lì prendeva sempre e solo il pollo. Risparmiava sul mangiare ma non sui dischi. Da Nordovest non ha mai badato a spese.

Diceva che il mio negozio è l’unico posto dove la gente gli dava retta però è anche vero che a volte andava domato. L’ho anche visto urlare alla gente in mezzo alla strada, senza motivo, in preda a chissà quale demone. Una volta arrivò alle 8 di mattina e aspettò fino all’apertura, cioè fino alle 9:45 circa. Le bestemmie che mi buttò appresso! Era convinto che lo avessi fatto aspettare quasi due ore. Nella sua testa, quel giorno, c’era scritto che Nordovest avrebbe aperto alle 8! Dopo un minuto di bestemmie si calmò e tornò a raccontare le sue storie, come quella della radio libera dove lui aveva un programma negli anni settanta. Era molto affezionato alla radio e posso capirlo: quando metto le cuffie e inizio a parlare a gente che mi ascolta ma che io non vedo, entro in un mondo parallelo e mi sento così forte e libero! Era un po’ meno affezionato agli altri media, che ha sempre visto corrotti e falsi. Si era avvicinato al Movimento 5 Stelle e cercava di indottrinare i miei clienti, specialmente i più giovani, anche se non so se andava a votare. Ogni tanto mi portava ritagli di giornale nei quali si parlava delle denunce da lui ricevute perché aveva scritto cose blasfeme o sovversive sui muri. Ne parlava con amarezza, e la cosa mi ha sempre colpito molto. Chi abitualmente lancia proclami scrivendo sui muri lo fa con soddisfazione e orgoglio ma senza lamentarsi nel caso vengano poi cancellati. Lui invece sembrava deluso dal fatto che una cosa per lui assolutamente innocente e naturale lo avesse portato a ricevere una denuncia. Per lui era un’ingiustizia essere punito per avere espresso un pensiero. Se la follia è pericolosa, non credo fosse il suo caso. Non ho mai avuto la sensazione, neanche per un attimo, che avrebbe potuto fare qualcosa di pericoloso o di inqualificabile. Neanche una volta. Poi, un giorno, ha imitato Monicelli.

EFFE

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F come Frosinone e come follia collettiva, quella che periodicamente si impossessa della sensibilità musicale del pubblico borghese della mia città. Tutto iniziò con Dave Matthews. Io credo ci siano pochi gruppi musicali più insignificanti della Dave Matthews Band. Sia chiaro, capisco che possano piacere (come tutto può piacere) ma quando frequentavo Musicheria non capivo come i CD di questa mediocre formazione americana potessero essere tra i più venduti. C’era stato un passaparola che aveva coinvolto molti ragazzi che uscivano nella parte alta della città il sabato sera, e si era creata una vera e propria fazione. La Dave Matthews Band divenne il gruppo più importante del mondo ma lo divenne solo a Frosinone: un’autentica follia collettiva. Per dire, già a Ceccano nessuno li ha mai sentiti nominare, come mi ha confermato un mio cliente quando gli ho detto che volevo scrivere un pezzo su Dave Matthews. Con assoluto candore mi ha detto: “Chi cazzo è Dave Matthews?”. Eppure si era arrivati a un punto di non ritorno in quella seconda metà degli anni novanta: il pubblico giovane e borghese di Frosinone, meglio se di sinistra e dedito a suonare musica dal vivo per darsi un tono, si era costruito un proprio mito da sbandierare senza alcun rispetto verso l’universalità dell’arte.

Nel mio universo parallelo, ascoltavo i Pavement e venivo folgorato dalle declamazioni evocative di Mimì Clementi ai tempi di Lungo i bordi. Fu quello il periodo in cui iniziai davvero ad avere coscienza di me stesso. Prima non facevo niente da solo, a parte il sesso. Allo stadio cantavo insieme a tutta la curva per sentirmi parte di qualcosa. Nella vita sociale l’approccio era praticamente lo stesso. La sera, senza metterci d’accordo, io e tante altre persone ci vedevamo al Muretto, un luogo di ritrovo che non esiste più, nel senso che non c’è più quel piccolo rudere e non c’è più il gruppo (fin troppo ampio) di persone che ogni sera partiva da lì per raggiungere i locali di tutta la provincia. E’ vero, non guidavo, ma non sarei uscito da solo comunque. Anche quando mia sorella mi regalò il suo motorino per comprarsene uno nuovo (avrebbe fatto lo stesso con la macchina qualche anno dopo: grazie Silvia!), il Muretto sarebbe stato il luogo dove parcheggiarlo per poi uscire con gli amici.

La mia paura inconscia di restare da solo mi rese abitudinario fino allo sfinimento. Prima di cominciare una giornata sapevo già tutto quello che sarebbe accaduto, sapevo esattamente chi avrei visto e dove. Era strano anche uscire da solo con uno di quegli amici, tanto era codificato il fatto che ci dovessimo vedere in massa. Con tanti di loro ho condiviso centinaia di serate senza sapere davvero chi fossero. Di alcuni ricordo solo la faccia, e non so come si chiamano o che voce abbiano. Era tutto così superficiale ma mi confortava il fatto che fosse così per tutti. C’era anche questa cosa che bisognava andare per forza dove c’è gente, come se non bastasse il fatto che già noi avremmo di certo occupato mezzo locale. Mancava l’effetto sorpresa.

Cominciai a uscire da solo, confortato anche dal fatto di non avere il cellulare (assente nella mia vita fino al 2003). La nuova abitudine mi piacque subito. Ricordo una sera, in Cantina, quando la Cantina era il locale di riferimento per mezza città. Ero da solo al bancone con una birra grande. Un ragazzo che giocava spesso a pallone con me mi salutò. Qualche giorno dopo, incontrandomi di nuovo, si preoccupò per me: “Tutto bene? Perché eri solo l’altra sera? Non si esce da soli, è una cosa triste. Le serate senza arte né parte come quella sarebbero state bilanciate da una serie di conoscenze sorprendenti se non inquietanti ma finalmente nella mia vita c’era l’effetto sorpresa che era sempre mancato. Anche nel mio approccio alla musica cambiarono tante cose. Cominciai a essere geloso delle mie canzoni preferite: non mi piaceva condividerle. Fosse per me, andrei a tutti i concerti da solo. Come ho detto tante volte, per me è più facile vendere musica brutta che quella che mi piace veramente, perché intimamente ho paura di deludere l’acquirente consigliandogli qualcosa che appartiene alla mia sensibilità. Il mio improvviso individualismo mi faceva guardare con spocchia la fazione inneggiante a Dave Matthews. Pensavo che quei ragazzi respirassero per la necessità di stare insieme e di condividere una religione.

Con il passare del tempo ho avuto un’illuminazione. Quella fazione era l’unica tra tutte quelle presenti in città a non possedere una connotazione estetica: i metallari ce l’avranno sempre, i dark (che guardavo da lontano con timore misto ad ammirazione) erano un magnifico pugno nell’occhio, poi c’erano quelli che credevano di vivere in Giamaica e perfino qualche sporadico punk. I fan di Dave Matthews non potevi riconoscerli a vista, dovevi parlarci, dovevi conoscerli. Il minimo comune denominatore tra loro era l’appartenenza alla borghesia, senza che qualcuno di loro abbia deciso questa cosa a tavolino però è successo e qualcosa vorrà pur significare. Nessun vestito, nessuna maschera: la Dave Matthews Band era il ritratto di una classe sociale. Lo è stata fino a poco prima che aprissi Nordovest. Da allora questo gruppo non è stato mai più rilevante nell’immaginario collettivo della mia città. Andava in qualche modo sostituito.

Proprio nell’anno di apertura di Nordovest uscì un album che ci aiuterà a continuare questa storiella. Si chiama Alligator. Quando ne parlai al mio amico Mimmo, collaboratore di Musicletter, mi liquidò così: “I National piacciono solo a te”. Le cose avrebbero preso tutta un’altra piega. I primi due album della band di Matt Berninger, vero esempio di musica in giacca e cravatta, non saranno mai rivalutati abbastanza da oscurare ciò che i ragazzi hanno pubblicato da Alligator in poi. Frosinone non aspettava altro. Si narra di un concerto a Roma datato proprio 2005 al quale assistettero venti persone. Un mio cliente c’era, e scommise immediatamente sul fatto di avere visto the next big thing. Ho letto una recensione di quella serata, ed è tutto vero. Erano davvero i National, e c’era davvero pochissima gente.

Con Boxer, nel 2007, mi presi la soddisfazione di dimostrare a Mimmo che non avevo preso un abbaglio. Consigliai il disco a tantissima gente e ne vendetti più di quaranta copie: un vero trionfo. Grandi e piccini avevano trovato il gruppo indie per il quale fare il tifo, certi che non sarebbero stati traditi. Avevamo i nuovi Pavement, non mi sembrava vero! Invece no. Con mia somma insofferenza l’ondata non si placò, e con il successivo High Violet arrivammo a un livello di conformismo sconfortante. Non da parte dei National, per carità. Anzi, il loro quinto album è anche il loro capolavoro. Nel microcosmo frusinate accadde però ciò che va contro la mia idea di musica. I National diventarono il gruppo da vedere assolutamente dal vivo. Tutti insieme appassionatamente. Di High Violet paradossalmente vendetti poche copie in rapporto alla qualità del disco: una quindicina in totale. Eppure i miei concittadini iniziarono ad affollare i concerti dei National, anche lontano da Roma. Un paio di miei amici, appassionati di musica new wave, li conobbero in quel momento, si innamorarono dell’album e andarono a vederli a Roma. Uno di loro mi disse: “Marco, ma c’era tutta Frosinone al concerto!”. Lo disse con stupore, non aspettandosi che gli avessi consigliato un disco che piacesse a cani e porci.

Anche in questo caso, non fu possibile dare un vestito a questi fan. La borghesia frusinate aveva trovato la nuova Dave Matthews Band. Tra l’altro, l’argomento comune nelle discussioni sui concerti dei National era sempre e solo uno: la follia di Matt Berninger. Non c’era altro da sapere e forse era giusto così: se avessi voluto sapere, avrei dovuto esserci pure io. In verità una di quelle volte avevo il biglietto. Ci rinunciai per fare contento un cliente. Chissà, se fossi andato non avrei mai cominciato a scrivere questo pezzo. Tutta questa storia mi fa orrore. Dovrei essere contento, visto che la band eletta a nuova religione settaria è infinitamente più creativa e stimolante di quella che l’aveva preceduta. Dovrei andare da Mimmo e pretendere che mi paghi una cena. Dovrei semplicemente dire che Nordovest ha fatto da apripista a una tendenza. Poi vengo a sapere che il pubblico indie è impazzito per Calcutta e mi chiedo se non sia il segno di qualcosa di profondamente psicologico: questo pubblico, del quale faccio parte da sempre, prova forse invidia per il pubblico di Vasco Rossi o di Jovanotti? Ammettiamolo: a nessuno piace stare da soli, perchè non si esce da soli, è una cosa triste. Oppure, per dirla con quel ragazzino viziato di Christopher McCandless, quando in punto di morte ebbe l’idea di citare Thoreau: “La felicità è tale solo se condivisa”. Dove sono finiti gli indie snob di era meglio il demo? Dov’è finito il fiero individualismo intellettuale di chi vuole tenere le cose più belle per sé, perché tutti gli altri non sono degni di apprezzarle? Qualche mese fa ho pensato a quale fosse stata la migliore bottiglia di vino che ho bevuto nella mia vita. Non pensavo alla qualità del vino in sé ma proprio alla situazione e alla piacevolezza evocata dal ricordo di quel momento. Ero ad Assisi, in un’enoteca, da solo. Era troppo presto per la cena ed ero il primo cliente dell’aperitivo. Presi una bottiglia intera di Rosso di Montefalco e mi servirono dei meravigliosi crostini con il lardo. Avevo con me un libro che raccontava la storia di Tina Modotti. Non dico che non avrei gradito la compagnia di una ragazza, sarei un ipocrita se lo dicessi. Niente però mi fa minimamente pensare che avrei gradito la compagnia di un autobus pieno di concittadini in preda all’ultima follia collettiva.

AMERICAN INDIE

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“Gli Shellac sono il gruppo meno sexy del pianeta”. Parole e musica di una mia amica. Li avevo visti da poco, a Roma. Fu un concerto strano: li costrinsero a chiudere presto lo show perché subito dopo c’era qualcos’altro, e mi ricordo che Steve Albini guardava spesso alla sua destra, in teoria per parlare col fonico ma io avevo l’impressione che qualcuno gli stesse comunicando quanto tempo avesse ancora a disposizione per suonare. Chiusero con la scenetta ormai classica della batteria smontata durante l’ultima canzone, pezzo per pezzo, senza interrompere l’esecuzione. E’ vero che i tre non danno l’idea di essere interessati all’aspetto glamour del suonare in una rock band. Una recente, preziosa intervista letta sul Mucchio ha rivelato ai miei occhi ciò che già pensavo dell’occhialuto fonico/chitarrista/agitatore culturale di Chicago. Albini ha un’idea della musica integralista, pura, senza compromessi. Non nasconde il suo disprezzo per la svolta pop avuta dai Sonic Youth a un certo punto della loro carriera.

Proprio nel momento in cui l’american indie fu saccheggiato dalle major, la band di Thurston Moore rimase a metà del guado. Eppure la bellezza dei Sonic Youth sta proprio in questo: nati come gruppo rumoroso, politicamente impegnato e oserei dire colto, ebbero la bravura di porsi come interpreti rock’n’roll in senso realistico e credibile. I Sonic Youth hanno saputo essere sexy. Del resto la musica rock non nasce come allusione sessuale? Ricordo una vecchia intervista a Ivan Graziani nella quale diceva proprio questo, facendo notare la posizione della chitarra, usata nel rock come prolungamento fallico. Elvis, con le sue movenze, fece impazzire l’America, anche se lui e Johnny Cash suonavano la chitarra imbracciandola più in alto possibile, proprio come forma di autocensura. Ecco dunque i Sonic Youth arrivare con Goo al pubblico di Elvis e del grande rock. Ecco Kim Gordon diventare una donna influente anche nell’abbigliamento, non solo per il suono ossessivo e spettrale del suo basso. Già in Daydream Nation giocava con ambiguità in un pezzo che si chiama Kissability, che sembra un inno femminista, e probabilmente lo è, ma è allo stesso tempo femminile fino a diventare paradossale e antitetico al femminismo in questione. In un album ancora più vecchio, la band di New York osava cantare il demonio che aveva ucciso, insieme a Sharon Tate (incinta), tutti i lustrini di Hollywood, e lo faceva attraverso i gemiti di terrore di un’invasata Lydia Lunch, ospite per amicizia e per indubbia affinità filosofica.

La violenza diventa sexy: qui sta la differenza tra i Sonic Youth e la maggior parte dei gruppi di una scena musicale raccontata da Michael Azerrad in un libro che magari avrà pure un titolo originale più romantico (Our Band Could Be Your Life) ma che, nella traduzione italiana, assume i connotati di perfetta definizione di un genere musicale chiamato american indie. Se quindi gli Shellac, come gli Slint, non faranno mai ballare la ragazza dei vostri sogni, l’immaginario raccontato dai Sonic Youth per un’intera carriera esce invece fuori dal canone del DIY per abbracciare in modo più ampio il concetto di rock’n’roll. Le band della scena indie americana sono in genere colte; nelle canzoni dei Jesus Lizard o dei Fugazi ci sono riferimenti sfiziosi a letteratura e arte in genere, oltre che alla politica. I Big Black erano molto politici nel senso più nobile che possiate immaginare, così i Bad Religion e i Minutemen. Il rischio di certa musica è quello di passare per musica snob e irrimediabilmente (mi si passi il termine non adatto ai salotti buoni) scacciafiga, soprattutto per quanto riguarda chi la ascolta. Probabilmente tutte le ragazze che hanno iniziato a leggere questo pezzo sono scappate via la seconda volta che hanno letto la parola Shellac.

Ammettiamolo: l’american indie è una musica per maschi bianchi laureati che non hanno la minima idea di come si balla un pezzo twist o rockabilly e che, se interpellati sulla loro mancanza di coordinazione, se la cavano dicendo che i duri non ballano mai. L’american indie è anche un vestito. Se mi piacciono i Fugazi e conosco tutte le etichette “dure e pure” mi sento in diritto di vestirmi male, tanto è una scelta di vita. Allora vai con tuta, improbabili coppole e giubbotti che io non uso neanche per riscaldarmi prima delle partite di tennis! Un cliente l’anno scorso mi punzecchiò: Che strano vedere un negoziante di dischi in giacca!”. Eppure tutto si può dire tranne che io sia uno alla moda. Altro, presunto, motivo di vanto per gli adepti di certa musica (tra i quali ci sono anch’io, sia ben chiaro) è il ruolo educativo. Frase tipica di un mio cliente nonché amico: “Grazie a me, tante ragazze hanno smesso di ascoltare Tiziano Ferro”. Detto con lo stesso tono con il quale un cafone qualsiasi al Billionaire (o nell’equivalente provinciale) direbbe: “Ho sverginato decine di femmine. Lo so, qui si entra in un campo minato. Quante volte abbiamo odiato la nostra compagna quando ci ha proposto di andare a vedere un film che non rientrava per niente nei nostri piani? Quante volte abbiamo abbozzato un vago interesse ascoltando frasi tipo: “Andiamo al concerto di Elisa?”.

Orrore, ecco ciò che intimamente si prova in certi momenti. Credo non ci sia nessuna categoria così razzista, se si parla di affinità musicali, come quella composta da noi appassionati di musica indie. Poi succede che un cliente fissato con la classica contemporanea entri in negozio e, senza battere ciglio, liquidi la questione in modo lapidario: “L’indie è volgarità”. Allora tutto quel tempo passato a credere di essere nel giusto? La cultura non può essere volgare. Forse dovrei andare a teatro più spesso, forse dovrei appassionarmi all’opera, ai balletti russi, alla musica sinfonica. Me lo dice pure Giovanni, un cliente che ha sempre giudicato cacofonica ogni musica ascoltata nel mio negozio che non fosse quella proposta da lui. Forse diventerei anche uno sciupafemmine, se abbandonassi le tristezze assortite dei vari Mark Kozelek, Mimì Clementi e compagnia! Giovanni ha un’ossessione: la Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz. Me ne parla da undici anni con preoccupante regolarità. Potrebbe essere un segno del destino, magari lui è il depositario della cultura e io sto perdendo l’occasione di dargli retta: perché in tutti questi anni non mi è mai venuto in mente di ascoltarla, quella sinfonia? Perché sono volgare. Perché voglio esserlo. Perché ho tante debolezze, e una è l’american indie.

Non posso farci niente, posso fare tutte le riflessioni critiche del mondo ma la verità è che la pornografia dei Big Black mi affascina più di qualsiasi sinfonia, la mestizia degli Slint mi acceca più di un bel valzer, la sporcizia sguaiata dei Gun Club mi ricorda che la musica è una cosa per tutti, non solo per chi ha studiato. D’altra parte bisogna dire che, se da un lato l’indie rock è visto con giustificato disprezzo dagli accademici, dall’altro subisce l’attacco della musica elettronica e del rap, ormai sdoganate come verità assolute dal pubblico alternativo. Leggevo un’intervista recentissima a Zachary Cole Smith, uno dei nomi più credibili della scena americana, nella quale difendeva il diritto della chitarra a essere considerata ancora centrale nella proposta musicale contemporanea. Eppure, se si dà un’occhiata alle classifiche di fine anno dei siti più influenti, tipo Pitchfork o, restando in Italia, Onda Rock, ci si accorge di come la critica stia tentando di avvicinare gli appassionati alle musicalità artificiose di certa musica di consumo: dubstep (certo), rap (sicuro) ma non solo. Adesso anche il pop esuberante e plastificato, quello di Rihanna, di Carly Rae Jepsen o della più ambigua Lana Del Rey, viene considerato degno di grandi elogi da quello stesso mondo che una volta si divertiva a considerare spazzatura le varie Madonna e Kylie Minogue. In un altro pezzo letto di recente, un critico italiano derideva i Flaming Lips per il loro flirt artistico con Miley Cyrus, pietra di uno scandalo che scandalo non è. Ormai non c’è più confine tra gli stili. Qualche cliente prova ancora a stupirsi se in negozio c’è in bella evidenza il CD di Alessandra Amoroso, catechizzandomi a dovere: “Non dovresti vendere queste cose!”. Un’amica ha paragonato alla prostituzione il fatto che vendo musica che non mi piace. Il discorso è solo apparentemente facile da risolvere. Non è solo una questione di gusti personali: certa musica è importante. Lo dice la critica, lo dicono i musicisti stessi con le loro collaborazioni inattese. Starne fuori è da ottusi e da integralisti. Qualche settimana fa ho incontrato un amico che mi ha chiesto quali fossero stati i dischi dell’anno secondo i clienti di Nordovest. Quando gli ho detto che l’album più votato è stato quello di Kendrick Lamar è caduto dalle nuvole: “Che c’entra Kendrick Lamar con Nordovest?”. E’ un problema di apertura mentale. L’album de DIIV del prima citato Zachary Cole Smith è stupendo, emozionante ed è un motivo di speranza per il futuro dell’american indie, che sarà sempre il mio genere musicale preferito ma il mondo, purtroppo, va avanti. Con o senza chitarre.