RED MEDICINE

Che-Guevara

Dieci anni fa un mio cliente mi portò i bigliettini elettorali del fratello, non ricordo se in occasione delle comunali o delle europee. Tutto, dal simbolo della lista al nome del candidato, passando per la sua faccia, faceva a cazzotti con le mie idee, così, con educazione, restituii al mittente i preziosi rettangolini cartacei. Fu un gesto spontaneo, anche semplice, eppure mi costò un po’ di amarezza e di disagio. Il cliente era, lo è ancora, tra quelli che mi lasciano più soldi e, indipendentemente dalle sue (spesso orride) scelte musicali, non ho mai capito davvero che persona è, dato che al di fuori di Nordovest non lo incontro mai. In parole povere, mi presi un bel rischio. Per molto meno, c’è gente che evita di entrare nel mio negozio. Per fortuna non se la prese. Dopo pochi minuti passò un ragazzo che negli anni precedenti aveva svolto il mio stesso lavoro, così gli raccontai l’episodio. Il suo commento fu illuminante: “Se uno entra qui dentro e non capisce subito da che parte stai vuol dire che è ottuso”. Ecco, non avrei saputo difendermi meglio. Il modo in cui è arredato il negozio, la musica che ogni giorno viene passata attraverso il mio lettore CD e il mio giradischi, i poster sulle pareti, gli adesivi attaccati alla bacheca e il mio comportamento quotidiano dovrebbero essere sufficienti a definire le mie idee entro certi confini.

Warehouse: Songs And Stories è un incredibile album degli Husker Du, che inizia con la trascinante These Important Years, scritta e cantata da Bob Mould. Gli Husker Du sono i Beatles dell’american indie, per alcune ragioni. Tanto per cominciare, i due leader si dividevano il repertorio. Bob Mould cantava i pezzi che scriveva, spigolosi e politici, mentre il batterista Grant Hart era l’autore nonché la voce di quelli più melodiosi, attinenti al power pop. Come i Beatles, ebbero una carriera lunga circa un decennio, fatta di album pubblicati a circa un anno di distanza tra loro. Come i Beatles, realizzarono i loro capolavori nella seconda parte della carriera. All’inizio erano una band punk che suonava pezzi velocissimi e ruvidi, alla fine, quindi nell’album che ho nominato in precedenza, sembravano una sorta di R.E.M. sotto acido. Già in un album precedente, avevano pubblicato una canzone, chiamata Divide and Conquer, nella quale andavano al di là del semplice intrattenimento pop per realizzare un piccolo testo illuminante che anticipava in modo assai concreto la realtà sociale che ci avrebbe investito nei decenni successivi, ma fu con These Important Years che Mould si prese una bella responsabilità, portando il punk rock a un secondo livello di lettura. Quella canzone non usava facili frasi fatte né si appropriava di eroi del passato portandoli (in modo inopportuno) dalla propria parte, vizio comune a chi fa politica in senso ufficiale, con tanto di tessera di partito. Bob Mould si rivolse al singolo individuo e lo esortò ad avere coscienza del momento storico, a rendere il proprio mondo migliore, a non sprecare tutte le piccole possibilità che abbiamo. Quando un artista, tra l’altro americano, dimostra tanta sensibilità senza leccare il culo alla massa, non può che conquistarmi. Così fecero anche i Fugazi, con le loro canzoni intelligenti e straordinarie, che mescolano l’eccitazione del rock’n’roll con l’impegno sociale. Questa è gente che avrebbe potuto fare tanti soldi, se avesse accettato di fare qualche marchetta o se avesse allungato la carriera, invece ha sempre preferito guardarsi allo specchio senza doversi vergognare. E’ gente che, alle lusinghe degli altri, preferisce la propria soddisfazione interiore.

Una sera, dopo un aperitivo, mi ritrovai a cena con un’amica e con uno sconosciuto. Entrambi dichiaratamente di sinistra. A un certo punto, la discussione si concentrò su un aspetto ben preciso. La mia amica disse senza troppi giri di parole che il suo uomo ideale è un uomo di successo. Esempi pratici: un avvocato che vince tutte le cause, un politico che vince le elezioni, una star della musica, un grande sportivo. Deve essere però un numero uno, non basta partecipare. Rimasi un po’ perplesso, anche se apprezzai molto la sua schiettezza. Dopo qualche giorno mi venne in mente il modo in cui questa ragazza sceglie la musica da ascoltare, dal vivo o su disco. Non riesce, proprio patologicamente, a essere attratta da un artista che sia poco conosciuto. Non c’è niente da fare: per lei esistono solo le grandi band e le grandi star. Se il biglietto di un concerto costa meno di cento euro non è degno di essere comprato. Se un artista riempie a fatica un locale da cinquecento posti: “Archille’, chi è questo che vai a sentire? Il solito sfigato di nicchia che piace solo a te, vero?”.

A queste cose pensai, pochi giorni dopo, quando andai a un concerto dei Diaframma. Ecco, Federico Fiumani non è tanto diverso da Bob Mould o da Ian MacKaye; anche lui è stato vicino al successo e si è sempre rifiutato di vendere l’anima al diavolo, anche lui fa la rivoluzione davanti allo specchio, da sempre. La mia amica non l’ha mai sentito nominare. Tantissima gente non l’ha mai sentito nominare. Riempie a fatica i locali da cinquecento posti, qualche volta anche quelli da duecento. In un suo libro, molto bello, che si chiama Brindando coi demoni, Fiumani scrive che l’arte è per definizione apolitica. Ha ragione, e non c’è niente di male ad avere successo, e non è neanche corretto pensare che l’artista di nicchia sia per forza più valido ma, lasciatemelo dire, sapere che uno come lui sia entrato, con le sue magnifiche canzoni, nella storia della musica e nel cuore di tanta gente (anche se non tantissima) restando indipendente e puro, è una cosa che mi fa pensare a Che Guevara. Ecco la mia sinistra: quella di chi resta nella memoria e nel cuore delle persone partendo da una posizione di minoranza. In questo senso sono guevariano. Le obiezioni dei pacifisti e dei benpensanti che lo ritengono un mercenario violento e contrario ai diritti umani non mi toccano. Che Guevara rovesciò una nazione insieme a quaranta contadini, ed è l’unica cosa che infiamma il mio cuore quando si parla di politica. Come potrebbe infiammarmi il PD con tutta la sua sete di potere?

Se Fiumani è guevariano, per come la vedo io, Bruce Springsteen (del quale c’è un poster in bella mostra in negozio, a dire il vero, ma che non fa un disco importante da quando andavo alle elementari), gli U2 e gli AC/DC  sono il PD della musica. Il loro successo è ecumenico, democristiano, senza dubbio inseguito e coltivato. Andare a certi concerti è come andare dal papa: si è sicuri di essere in tanti. La mia amica di prima non mancherebbe di certo in mezzo al pubblico perché se ci vanno tutti vuol dire che bisogna esserci. Il timore (che condivisi con Emanuela) di ritrovarci in un locale vuoto, prima del concerto di Clementi e Nuccini dedicato a T.S. Eliot, timore peraltro smentito dalle circa centocinquanta persone che avrebbero dedicato il proprio tempo alla purezza dei Quattro Quartetti, ha a che fare con stati d’animo eccitanti quali l’incertezza e lo stupore. Ha a che fare con l’emozione di guardare e ascoltare qualcuno che porta avanti la sua arte in modo straordinario e non corrotto. Qualcuno che, andando via dal locale dopo lo show, nonostante la sua posizione di netta superiorità come essere umano speciale e immortale, ci avrebbe perfino ringraziato, con una botta di umiltà che avrebbe potuto davvero rovesciare una nazione.

Un episodio accaduto in negozio sintetizza il rapporto politico che c’è tra me e la musica. Un avvocato che compra solo vinile, con predilezione per il rock anni settanta e per il jazz più raffinato, mi ha chiesto come fosse il nuovo album dei Deep Purple. Io l’ho snobbato, rispondendogli che non mi importa nulla di sapere com’è quel disco. Lui si è schernito, ha arricciato il naso e mi ha sbeffeggiato: “In compenso vedo che i dischi di Mark Lanegan non mancano mai nel tuo negozio”. Gli ho risposto con inusuale (per me) eleganza: “Ma Lanegan è il mio pupillo! E’ piezz’ ‘e core! E poi lo sai, la mia donna ideale è quella che incontro al bar o al supermercato, mica quella famosa!”. Mi ha guardato, apparentemente convinto; forse nella sua testa stava girando il mai troppo lodato verso di Fabrizio De André, quello dei diamanti e del letame. E’ stato bello gioire dentro di me, il giorno dopo, quando ho venduto il vinile di Mark Lanegan che l’avvocato aveva dileggiato, mentre quello dei Deep Purple è ancora al suo posto, a distanza di un mese.

Dal basso nascono grandissimi artisti, e qualche volta non arrivano neanche a goderselo, il successo. E’ per questo che l’anno scorso ho dato volentieri qualche soldo ai Television, per un concerto passato inosservato ai più, magari intenti a battagliare su Internet per il biglietto (costosissimo) di un concerto più importante. Quei Television che, letteralmente, montarono il palco del CBGB, a Bowery, locale che, per definizione, ha fatto la storia del punk. Quei Television che, di quel locale, erano le stelle indiscusse e che, però, non avrebbero mai ricevuto in dono, dal resto del mondo, la fama meritata. Questo è il mio modo di essere di sinistra: amare le persone diverse, quelle che rompono lo status quo, quelle che non cercano il consenso di tutti ma che cambiano la vita anche a pochi di noi. Quelle intellettualmente oneste, non quelle che comprano gli spazi sui media. La mia sinistra non ha alcuna tessera ma vive nei colori, nei suoni e negli adesivi sulle pareti di Nordovest.

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L’arcobaleno

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“Metti un disco, sceglilo tu”. Dopo aver messo sul piatto Gioielli Rubati di Alice, pensai alle coincidenze che portano i dischi a migrare da un luogo all’altro. Certo, a casa di Emanuela quel disco ci sta bene ma non è uno di quei vinili che avrebbe cercato apposta. Insomma, ci sono dischi che uno vuole per forza e altri che, semplicemente, capitano. Le decisioni estranee all’esistenza di un disco possono causare determinati teletrasporti. In questo caso, ed è stato davvero un caso, c’entra il mio istantaneo sì a una telefonata di Vittorio, avvocato con il vizio di organizzare concerti di musica indipendente.

Ad Avellino ero già stato altre due volte. La prima, con mio padre e mio nonno, a vedere una partita di calcio. Poi, durante il servizio civile (di leva, nel mio caso). Ci sistemarono alla Casa dell’obiettore, comprese le ragazze, ma sotto il vigile controllo del direttore, un tipo preciso e perbenista come, del resto, il suo ruolo richiedeva. La prima preoccupazione del Biondo, un ragazzo che di lavoro fa l’autista di scuolabus e che è la riproposizione sputata dell’analogo personaggio dei Simpsons, allampanato, capellone e dedito a vizi leggeri, fu quella di capire da quale finestra fosse possibile far entrare una cassa di birra che avevamo comprato all’ipermercato e nascosto nella macchina guidata dal braccio destro del capo, di noi complice. Avremmo dovuto stare ad Avellino tre giorni e due notti. La prima notte fu memorabile. Non accadde niente di così straordinario, a parte il fatto che una delle ragazze si concesse (non a me) nella camera accanto a quella del capo, e che il capo stesso, svegliato dalle nostre voci provenienti dalla sala principale, entrò in un momento ad alto tasso di ambiguità.

L’immagine vista dalla nostra prospettiva: il capo in pigiama, tutti i capelli spettinati sparati in alto, gli occhi stropicciati, l’espressione incredula. L’immagine vista dalla prospettiva del capo: una cappa di fumo di dubbia legalità, cadaveri di birre in ogni lato della stanza, il televisore acceso su un canale di chat erotiche, le nostre colleghe ubriache. Per fortuna non fece la conta dei presenti o forse, rincoglionito dal sonno, si dimenticò dei due che stavano scopando nella stanza accanto alla sua. Il giorno dopo, rispettando il programma, ci portò alla riunione con i colleghi di Avellino. Al termine ci fece i complimenti per come avevamo interagito, per poi gelarci: “E’ davvero un peccato dover constatare che persone intelligenti come voi non siano capaci di mantenere un contegno. La nostra trasferta finisce qui, ho già inventato una scusa per cancellare gli altri impegni. Stanotte siete stati indegni”. Quindi la seconda notte in Irpinia non ci fu. Una volta tornati in sede, ci processò, paragonandoci a stupratori e pedofili, a gente che dio (che scriverò sempre, rigorosamente, in minuscolo) perdona e che quindi anche lui non avrebbe denunciato, concedendoci così la grazia. In pratica si paragonò a dio ma devo dire che in seguito non ci avrebbe mai più fatto pesare l’episodio, mantenendo negli anni un rapporto cordiale con tutti noi.

Sarebbero passati tredici anni prima del mio ritorno nella città dei lupi. “Marco, vuoi venire in trasferta ad Avellino? Passeremo due giorni con i Lambchop. Dall’altra parte del cellulare, c’era la voce sempre frizzante di Vittorio. Un entusiasta perenne, sorridente di un sorriso pacifico, che mi fa stare bene. Ha due manie quasi insostenibili: durante i concerti deve fare video o foto allo sfinimento, tanto che ho seri dubbi che si goda davvero lo spettacolo; poi ha questa fissa per gli artisti in quanto esseri umani. Per me, già lo sapete, conoscere un artista del quale ho i libri o i dischi a casa è una sofferenza; ho paura di sminuirne il mito o quanto meno la purezza, ho il terrore che mi risulti antipatico. Se poi l’artista in questione parla una lingua diversa dalla mia, e anche questo lo sapete bene, vado proprio nel panico. Vittorio invece vuole essere amico dei musicisti, vuole conoscerli, ospitarli, condividere con loro l’esperienza del tour. “Dai che mangiamo con loro, partiamo presto così li aiutiamo pure a preparare gli strumenti e il service all’auditorium”.

Era il mio primo viaggio con la macchina nuova, ed ero davvero contento. Loro partirono con tre macchine, io caricai con me Frank Bombay e partii con calma: saremmo stati indipendenti ma con la certezza di avere alloggio, biglietto del concerto e un posto a tavola con gli organizzatori il giorno dopo. Con i Lambchop no, non volevo mangiare, quindi li avrei lasciati a Vittorio. Io e Frank saremmo andati in avanscoperta in Irpinia per i fatti nostri. Questo è ciò che pensavo. In realtà l’imprevisto era dietro l’angolo. La mia macchina era ed è ancora nuova, quella della moglie di Vittorio invece si arrese a metà strada. Così caricammo anche due amici loro, e fummo appena meno indipendenti. Lasciati a loro i Lambchop e l’albergo istituzionale, io e Frank ci inoltrammo nelle strade di Atripalda, piccolo comune dove un anno prima avevo visto un bel concerto dei Follakzoid, reso degno di nota da due o tre cose di contorno.

All’inizio della serata, quando eravamo ancora a Frosinone, Lele ci fece sapere che avrebbe guidato, con l’impegno che chi avesse bevuto di meno lo avrebbe eventualmente sostituito al ritorno. In preda a una del tutto ingiustificata euforia, comprai due bottiglie di vino per il viaggio, molto buone. Insomma, spesi qualche soldo. Eravamo pronti, l’appuntamento era fissato da lì a dieci minuti. Arrivò prima Luna con aria scocciata: “Il solito Trillò, ha beccato Spadino al bar e gli ha detto di venire. Che palle!”. Niente contro Spadino, per carità, ma l’abitudine che ha Lele di invitare chiunque da qualunque parte, non comprendendo che certe esperienze, dalla tavola a un viaggio, meriterebbero di essere condivise tra persone che hanno un minimo di confidenza, insomma questa sua abitudine, senza troppi giri di parole, risulta quasi sempre inopportuna. Usai i cinque minuti rimanenti prima dell’arrivo di Lele per attuare una ripicca. Lasciai le bottiglie buone a casa e ne comprai due di poco valore al ristorante cinese, perché la serata nella mia capoccia era già scesa di valore. Arrivammo ad Atripalda con secoli di anticipo sull’inizio del concerto. Ciò mi permise di battere i pezzi alla cassiera del locale, che oltre a essere la cassiera era la proprietaria, tanto che Lele ancora mi rinfaccia di non aver presenziato al concerto, cosa non vera, anzi: ricordo che io e Luna ballammo su un tavolo la musica psichedelica della band cilena. Di solito non ballo ma la musica, il vino di poco valore e la compagnia della mia amica mi avevano trascinato verso un altro momento di ingiustificata euforia.

Il secondo approdo ad Atripalda fu insignificante: non c’era nessuna ragazza da molestare, non c’era nessun gruppo cileno ma, almeno, il vino a chilometro zero da quelle parti, e per vino di quelle parti intendo Aglianico (rosso) e Fiano (bianco), vale un’oretta di pace dei sensi. Dunque i Lambchop alloggiavano ad Atripalda, io e Frank ad Avellino, in centro. Prima del concerto cercammo un negozio di dischi e lo trovammo. Si chiama Camarillo Brillo, perché da quelle parti gli anni settanta non sono ancora terminati. E’ un negozio storico, gestito da persone che ne hanno fatto una missione, una ragione di vita. In quel piccolo spazio pieno di vinili c’era tanta gente, nella misura in cui venti persone in una stanzetta risultano più soffocanti di un ingorgo metropolitano all’ora di punta. “Stasera c’è il concerto, ecco perché c’è gente anche da noi”. Al piano di sotto però non c’era nessuno, eppure lì si possono trovare le stampe originali degli album di culto, a pochi soldi e con un impagabile tasso di soddisfazione per chi compra. E’ lì che feci spesa. Non che al piano di sopra non ci fossero bei dischi ma niente che io non possa avere facilmente dai miei fornitori. Andammo via, dopo aver fatto le foto di rappresentanza, e raggiungemmo l’auditorium dove i Lambchop avrebbero scritto una pagina importante del diario personale di ognuno degli oltre quattrocento paganti, tanti quanti ne contiene l’elegante struttura. Dall’altra parte della strada c’era un altro spettacolo, a teatro; ce ne accorgemmo perché il fast food dove avevamo preso le birre era affollato quanto mai era stato in passato. Così ci dissero quelli che ci lavora(va)no.

“Avellino è sempre così?”. Fu logico chiederlo agli amici di Vittorio, che avevano organizzato un concerto così sorprendentemente riuscito. Ovviamente no che non è sempre così, eppure, nei quindici minuti successivi allo show, mi guardai intorno e vidi tante belle ragazze e dissi a me stesso ma anche a Frank: “Perché a Frosinone la figa non va ai concerti indie?”. Ascoltai decine di persone commentare la musica che avevano (avevamo) appena finito di applaudire a scena aperta e mi resi conto che molti spettatori avevano speso venti euro e due ore della loro vita per assistere a qualcosa di cui, in precedenza, non sapevano nulla. Gli organizzatori erano riusciti a convincere una buona parte della comunità che quella band americana, che ha spremuto l’alternative country fino a prosciugarlo e a mascherarlo da jazz post-guerra fredda, fosse un buon motivo per spendere due ore della propria vita (e venti euro). La forma aveva accompagnato la sostanza. L’entusiasmo di Vittorio, la perfezione della location, la glaciale sottrazione delle facili emozioni costruita da quegli splendidi musicisti che si fanno chiamare Lambchop e l’aria buona dell’Irpinia avevano incorniciato la nostra piccola vacanza.

Il giorno dopo, insieme allo staff ma senza la band, avremmo festeggiato a pranzo, mangiando le fantastiche specialità di un territorio che sa farsi amare. Quando vado in Irpinia, a un certo punto, quasi sempre al ritorno, mi accorgo che l’altitudine reale dei luoghi che raggiungo è superiore alla percezione che ne ho. Questa cosa credo sia dovuta al fatto che, da quelle parti, la strada sale gradualmente ma poco alla volta e in modo diritto, con pochissime curve. Da uno di quei piccoli paesi di media montagna ripartimmo, stanchi e felici. Al ritorno, mentre nella mia macchina, come tutte le volte che si va a sud, stavamo ascoltando K-album dei 24 Grana, il cielo divenne colorato e vivace come accade nei tramonti postmoderni di Don DeLillo, il tutto preceduto da un clamoroso arcobaleno. Vittorio, che ci stava seguendo, mi telefonò apposta: “Hai visto che cielo? Mo’ faccio un video, è troppo bello!”. Penso a tutte queste cose quando, a casa di Emanuela, metto sul piatto Gioielli Rubati, comprato per lei al piano di sotto di Camarillo Brillo, per pochi spiccioli spesi benissimo.

CASCADE

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A Isola del Liri, da qualche decennio, gli abitanti si sono battezzati portavoce della musica, del blues in particolare. Hanno un fiume che a loro evoca il Delta, una splendida cascata e un piccolo auditorium che hanno chiamato New Orleans. La musica sembra essere parte integrante (quotidiana) del loro tempo libero; in poche parole, un piccolo miracolo italiano, per usare un orrido termine degli anni novanta. La cascata è il vero punto di riferimento; tutto ciò che di importante avviene nella piccola città porta con sé l’umidità di quella cartolina. Anche la mia fine, che magari non sarà una cosa importante, stava per essere ambientata in quell’inconfondibile condizione climatica, e non sto esagerando.

Cascade è un affascinante album di William Basinski, autore di musica sperimentale da me molto amato. In quell’album il caso si unisce all’intenzione dell’artista fino a realizzare un concept di ambient music che mi stordisce a ogni ascolto. L’acqua della cascata è qualcosa di ripetitivo e, allo stesso tempo, sempre diverso, così la musica di quell’album: i rumori ambientali registrati dal compositore e i rintocchi di pianoforte da lui suonati sembrano fare sempre lo stesso percorso ma, ogni volta, provocano un sussulto in chi li ascolta, tramite impercettibili variazioni dovute al momento. Ecco perché la composizione si chiama Cascade: è una cosa sempre uguale ma sempre diversa. Impazzisco quando la ascolto in macchina; non avrei mai pensato che un disco di musica sperimentale potesse essere così emozionante. Ogni volta che guardo una cascata penso a Basinski ma quando guardo quella cascata, quella di Isola del Liri, penso a una serata caotica e, allo stesso tempo, memorabile. Perché solo le ragazze e il rock’n’roll sanno essere tanto memorabili e, quella sera, mi sono ubriacato insieme alla ragazza più rock’n’roll che conosco, l’unica che farebbe un figurone anche al cospetto della mitica Grace Slick.

“Ah, davvero c’è Steve Wynn a Isola?”. Gerry stava leggendo l’appuntamento segnato col gessetto sulla lavagna di Nordovest. Altri amici si sarebbero fatti trovare già lì, quindi il solito gruppetto di appassionati che tante volte ha omaggiato le leggende dell’indie rock americano in tour dalle nostre parti (Giant Sand, The Black Heart Procession, Calexico, Shellac, tanto per fare qualche nome adatto alla questione) aveva garantito una degna partecipazione. “Vengo anch’io”. Emanuela si aggiunse con mia somma gioia, anche perché nessuno dei due avrebbe avuto l’onere di guidare la macchina, quindi avremmo potuto fare una cosa che, nonostante le sue velleità di salutismo, amiamo fare insieme: bere, possibilmente cose di qualità visto che non abbiamo più diciotto anni, quando non conoscevamo la differenza tra il vino del discount e un Amarone Riserva. In più, ovviamente, c’era il concerto. Se la mia passione per la musica è da malato terminale, la mia amica non è da meno. La sua sensibilità e la sua cultura l’hanno sempre portata vicino al mio immaginario. Le piacciono il rock’n’roll, il punk, e tutto ciò che in musica è sexy e carico di stile: il magnetismo di David Bowie, la poesia pura di Lou Reed, la gloria mancata dei Diaframma, la perfezione iconica di Elvis Presley. Solo su Bob Dylan non andremo mai d’accordo. Ovviamente ama i musicisti e mi sembra pure giusto. Il fatto che io, nella vita, avrei dovuto fare dischi anziché venderli, andrà approfondito prima o poi. Detto ciò, non ero sicuro che avrebbe gradito il concerto, del resto io l’ho visto tante volte Steve Wynn, contando a memoria direi sette, e proprio la volta prima mi aveva stranamente deluso.

Ero andato apposta a Sangemini a vedere un suo live in una chiesa, una vera chiesa consacrata. “Il parroco è molto sportivo”. Lo è davvero, visto che in apertura suonò un travolgente Flavio Giurato che mancava solo bestemmiasse e forse nel testo di una canzone una bestemmia c’era pure o forse me l’aveva comunicata con la forza del pensiero, tanto fu coinvolgente e magnetico. Non così Steve – da qui in avanti lo chiamerò solo con il nome di battesimo, un po’ per comodità e un po’ perché tutti i (pochi ma non pochissimi) fan che ha in Italia lo chiamano solo con il nome di battesimo in segno di stima e di affetto, e poi perché su Instagram ha risposto agli auguri di compleanno di Emanuela, dimostrandosi più simpatico di tante presunte star -. Suonò da solo, voce e chitarra, in quel posto così insolito e intimo, davanti a un pubblico adorante, eppure mancava qualcosa: i pezzi, arrangiati in chiave elettrica, subivano la tragica assenza della sezione ritmica. Fu come vedere un pesce che prova a nuotare sull’erba di un campo da golf. Semplicemente, una scelta sbagliata. Mi duole dirlo ma resto convinto di questo, anche se il luogo, il pubblico e il personaggio (sempre incantevole) resero perfetta la mia serata.

Dopo pochi mesi, Steve sarebbe salito sul palco dell’Auditorium New Orleans, e la chitarra sarebbe magicamente diventata acustica. Andando a Sangemini con Giovanni, mio cliente e buon amico, avevamo ascoltato un disco che Steve aveva pubblicato l’anno prima, ed era un album composto prevalentemente di ballate, non aggressivo ma sinuoso e perfettamente calibrato; insomma avrei sperato in un concerto che mi avesse fatto stare in quel mood ma questo sarebbe accaduto appunto a Isola, anziché a Sangemini. Arrivati davanti alla cascata, subito Gerry si mise a fare delle foto insieme a un suo amico, reclutato il giorno stesso. Emanuela, tacchi alti, biondissima, con addosso una sorprendente blusa verde, volse lo sguardo a sinistra della cascata, cioè più a sinistra di dove fosse Gerry. “Oh, c’è un’enoteca!”. C’era (e c’è ancora) un’enoteca che non conoscevamo. Mancava un bel po’ all’inizio del concerto. Ci appollaiammo al bancone e ci godemmo l’aperitivo: (tanto) vino rosso, qualche rustico e risate, non c’era bisogno di altro. Gerry, sconsolato, ci lasciò fare. Del resto, conosce bene i suoi polli.

L’enoteca ci piacque molto: il vino non era male, l’ambiente era accogliente e ci fecero pure lo sconto. Quando beve, la mia amica, che solitamente è una persona equilibrata e attenta al galateo, inizia a ridere di qualsiasi cosa e io non mi faccio pregare per andarle appresso. Quella sera l’atmosfera si prestava. Presi dall’euforia, commettemmo l’errore di passare, una volta dentro l’auditorium, a un non identificato prosecco. Tutti i buoni propositi, peraltro assenti fin dall’inizio, se ne andarono in quel posto. La sbornia era ormai irreversibile. Steve ci mise del suo, con uno show molto empatico, emozionante per i fan e anche per chi lo stava vedendo per la prima volta. Nel finale, suonò in mezzo al pubblico che, senza alcuna esitazione, si fece trovare pronto a condividere un momento così ricco di pathos, cingendosi intorno a lui: l’omaggio ai Velvet Underground, una struggente Sunday Morning, fu lo zenit della serata. Sui nostri volti, e su quello di Frank Bombay, DJ di fiducia di Nordovest, c’era un velo di commozione. Al banchetto dei dischi, regalai un vinile a Emanuela, proprio il disco che avevo ascoltato in macchina andando a Sangemini. Dopo averlo fatto girare, volle a tutti i costi ridarmi i soldi, perché le era piaciuto così tanto che ci teneva a poter dire che lo aveva acquistato.

Che fossimo i più vistosi in tutto l’auditorium, non certo per merito mio – basti pensare che al concerto di Giovanni Lindo Ferretti un nostro amico sapeva esattamente dove fossimo perché, in mezzo a tutto il pubblico, anche da molto lontano, riconosceva distintamente i capelli di Emanuela, e vi assicuro che la blusa verde a Isola era abbagliante quanto i capelli -, è cosa certa quanto il fatto che fossimo di gran lunga i più ubriachi. Il colpo di grazia ci fu dato da Filetto, che si fece avanti per accompagnarci al ritorno, permettendo così a Gerry di andarsene prima di noi. Vittorio, il simpaticissimo avvocato che aveva portato Steve a Isola, ci aveva visto fare i fenomeni al banchetto dei dischi, con tanto di foto, dediche, baci e abbracci, quindi ebbe la sciagurata idea di invitarci al tavolo con la star della serata. Non volevamo andarci ma fummo letteralmente costretti, neanche fossimo noi quelli importanti. Lì andai in tilt. Non sapevo cosa dire a Steve, con il quale ero stato tre volte a cena prima dei suoi concerti ma oltre dieci anni prima, quindi ero sicuro – a ragione – che non si ricordasse di me. Ho sempre avuto problemi a esprimermi in una lingua non mia. Con l’inglese scritto me la cavo, tanto che potrei leggere un libro intero, e lo stesso con l’audio originale di un telegiornale o di una partita di pallacanestro ma, davanti a una persona, ho paura di non farmi capire, e io, quando parlo, voglio sempre farmi capire. Da chiunque, figuriamoci da un musicista del quale ho (quasi) tutti i dischi. Ci guardavano tutti ma cosa si aspettavano da noi? Che rivelassimo una verità definitiva sull’esistenza di Dio? Feci scena muta, mentre Emanuela mi pizzicava il fianco dicendomi: “Forza, dì qualcosa, dai che lo sai l’inglese!”, aggravando in modo letale la mia ansia da prestazione. Dopo qualche settimana, Giovanni mi avrebbe chiesto se in quel momento fossi commosso o ubriaco ma non avrei saputo rispondergli. Vittorio, invece, mi avrebbe detto: “Siete stati grandi!”. Contento lui, a me pare che Steve ci guardasse come se fossimo due disadattati, altro che grandi!

Dunque fu Filetto a riportarci insieme a Florindo, sotto la casa del quale noi due seduti dietro fummo svegliati da una volante della polizia che aveva stranamente seguito la nostra macchina per più di un chilometro, tanto per vedere dove stessimo andando. Giunti finalmente a destinazione, Emanuela non trovò le chiavi di casa. Svegliò il fratello e ci rassicurò: “Certo che prendo il treno e vado a lavorare domani!”. La sera dopo, andai a recuperare le chiavi, che erano rimaste in quella macchina; con quella scusa, passai la serata con Filetto e con il suo amico Marco a parlare di Bob Dylan e di altre cose. Il nostro autista per una sera volle subito sapere se Emanuela fosse andata a lavorare. “Macché, ha messo la solita scusa dell’intossicazione da cozze”.

I più attenti avranno notato che manca (ancora) un pezzo. Due mesi dopo, andammo in birreria. Io stavo parlando con Ivan Liuzzo, eccellente batterista e percussionista cresciuto dalle mie parti, intanto Emanuela aveva salutato un po’ di gente che non vedeva da tempo. Mi si avvicinò con aria divertita e sarcastica e mi rise in faccia: “Non puoi capire! Filetto mi ha raccontato una cosa del concerto di Steve Wynn che avevamo rimosso; scommetto che non ti ricordi che sei caduto quando stavamo raggiungendo la sua macchina e un SUV si è fermato proprio un attimo prima di schiacciarti la testa!. No che non me lo ricordavo e anche adesso la mia mente non produce alcuna immagine legata a quel momento! Le chiesi, già conoscendo la risposta, quale fosse stata la sua reazione, vedendomi steso, a un passo dalla morte, con la cascata di Isola del Liri sullo sfondo. “Sono scoppiata a ridere”. Ogni tanto, Emanuela e Filetto viaggiano insieme. Il nostro amico si fa notare in treno perché ha una bella bicicletta pieghevole che poi usa a Roma. E’ un ragazzo affabile, di quelli che non si scompongono mai e che non alzano mai la voce. Emanuela, invece, è la mia amica preferita di tutti i tempi, oltre che la responsabile di tantissime idee utili per il successo di Nordovest. Sul treno, ogni tanto, si fa descrivere il momento in cui sono caduto. “E’ troppo figo farsi raccontare quella storia da Filetto; con la sua cadenza, sembra che stia raccontando la favola della buonanotte a una bambina e io, ogni volta, scoppio a ridere”.

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Al compleanno mi hanno regalato due buoni acquisto da spendere in libreria. E’stato uno strano regalo perché, a farmelo, sono state tre persone che escono sempre insieme. Quindi, al momento della consegna, sono rimasto sorpreso: perché non avevano fatto un unico buono ma ne avevano fatti due della stessa cifra? Che poi, a vedere bene, una delle tre persone, l’unica donna, aveva fatto il regalo da sola, quindi aveva speso il doppio degli altri due, a conferma che le donne quando fanno regali sono più generose, mia strampalata teoria basata su ciò che ho visto in questi anni nel mio negozio, teoria già esposta in un precedente racconto. Sono passato in libreria insieme a un’amica e ho scelto due libri. Uno già c’era, l’altro no, quindi ho dovuto ordinarlo. Il commesso mi ha raccontato che, qualche settimana prima, si era presentato un tizio a ritirare un buono vecchio di sette anni, quindi ampiamente scaduto. “Abbiamo mandato i dati in azienda, vedranno loro”. Che strani comportamenti ha la gente, talvolta!

Il libro che non c’era e che poi ho trovato dopo una settimana è Works di Vitaliano Trevisan, ed è il racconto della sua vita precedente. Precedente a cosa? Alla sua carriera nel mondo della cultura. Nella sua vita precedente, Trevisan ha fatto di tutto, e per tutto intendo tutto. Poi ha iniziato a scrivere. C’è voluto un libro grande quanto tutti i suoi precedenti libri per raccontare tutti i suoi precedenti lavori. Io, invece, a parte il servizio civile, ho fatto un solo lavoro. Dunque, perché vendo dischi? Perché posso permettermelo, per prima cosa.

“Siete rimasti in pochi a vendere dischi”“Resisti, non chiudere sennò come facciamo?”“Ma i dischi si vendono ancora?”. Ogni giorno ascolto con un mezzo sorriso queste frasi provenienti dai miei clienti e, se posso ascoltarle, è solo grazie al fatto che ho un locale tutto mio. Me lo disse mio zio, qualche anno fa: “Bella forza, senza pagare l’affitto sono buoni tutti a mandare avanti un’attività”. Quindi sì, faccio questo lavoro perché sono fortunato e, soprattutto, perché non so fare nient’altro. Nei lavori manuali sono una frana e le mani mi tremano pure, specialmente la sinistra. Me ne accorsi un paio di anni fa. Improvvisamente, letteralmente da una partita di tennis all’altra, il gesto del servizio smise di funzionare. Gioco a tennis da quando ho quattordici anni, quindi per ventiquattro anni ho sempre lanciato la pallina con la mano sinistra ottenendo una traiettoria diritta e fluida che permettesse alla racchetta un impatto regolare con la piccola sfera giallo limone. Da due anni, la pallina scappa a destra oppure verso la rete, prima che io possa colpirla.

Non è per questo, però, che sono così scadente nei lavori manuali. Semplicemente, non sono motivato. In verità, non credo di essere motivato in niente, neanche nel mio lavoro. Intendo che non lavoro per fare soldi. I dischi brutti non vorrei venderli, provo tristezza per chi butta i soldi in quel modo. I dischi belli neanche, perché vorrei che li ascoltassimo solo io e le persone che amo ma alle persone che amo preferisco regalarli, quindi il mio negozio ideale è pieno di dischi bellissimi che compro solo io, per me o per chi amo. Il mio amico Silvan dice che so rendere felice un cliente facendogli credere che abbia scelto il disco più bello su questa terra. La verità è che gli è rimasto impresso un momento in cui congedai un avvocato che aveva appena comprato un CD dei Radiohead dicendogli testualmente: “Bravo, un acquisto da vero intenditore!”. In quella frase, Silvan aveva colto un pizzico di presa per il culo ma io so che non è quello il mio tono abituale quando vendo qualcosa. Magari quello fu il caso singolo in cui mi trovai a vendere un disco a una persona che non mi è simpatica, quindi avrei usato quel tono anche se avessi parlato con quella determinata persona del tempo o della situazione politica o di quanto i social stiano rivelando il vero obiettivo della nostra società, ovvero un imponente ritorno all’età della pietra.

Faccio questo lavoro per non farne un altro, per passare il tempo, per non timbrare un cartellino, per poter dire, in caso di fallimento, che è solo colpa mia. Vendo dischi per guardarli, ogni giorno, con tutti i loro sfavillanti colori. Anche stamattina, mi guardavo intorno e non capivo come mai non ci fosse la ressa agli scaffali. Ogni copertina dei nuovi arrivi mi chiamava, fosse quella con il teschio caleidoscopico degli Spoon o quella misteriosa e avvolta nella nebbia dei Gazebo Penguins. Per non parlare dei vinili, vera e propria mania da padrone di casa. Li compro più per fare colpo sugli ospiti che per una reale e intima necessità. Ora posso ascoltarli anche in negozio e vedo una crescente mania anche tra i clienti: per i più giovani il giradischi è una novità, qualcosa di cui non avevano neanche sentito parlare, e sono proprio loro a fermarsi più tempo in negozio davanti ai dischi veri, quelli grandi.

E’ sempre troppo poca, però, la gente che sta veramente appresso alla musica contenuta nel supporto originale. Almeno a Frosinone. Su Facebook e su Instagram pullulano i fanatici del vinile, ci sono ragazze che si mettono in posa ogni giorno insieme a un loro disco, e tanti appassionati che si vantano della propria collezione. Il disco è cool, su questo non ci piove! All’inizio della mia avventura lavorativa non mi rendevo conto di tutto ciò. Di certo, mi condannai a conoscere tutta la città. Quando non sono a lavoro, mi capita di incontrare i miei clienti, qualche volta devo anche ordinare i dischi davanti a una birra o letteralmente per strada, tanto ormai con il telefono, anche uno sgarrupato come il mio, posso lavorare a tempo pieno connettendomi automaticamente con i miei fornitori. Inoltre, devo fare attenzione a comportarmi sempre bene in ogni posto che frequento, non solo perché ogni essere umano degno di questo nome dovrebbe mantenere un certo stile in pubblico (gli estremisti di questa filosofia dicono che anche quando si è da soli bisognerebbe essere educati) ma, soprattutto, perché ogni mio concittadino è un mio, almeno potenziale, cliente. In un certo senso, non sono ammesse brutte figure.

Conoscere tutta la città vuol dire conoscere il meglio che c’è in giro. Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno: durante il mio orario di lavoro, è molto raro avere a che fare con gente fuori di testa. Qualche volta è capitato. Una volta un criminale conclamato entrò per vendermi un televisore rubato ma non fu particolarmente molesto, anzi se ne andò al mio primo rifiuto. Un altro, la cui giornata tipo è equamente divisa tra i momenti in cui pippa cocaina e quelli in cui la spaccia, mi urlò insulti vari, davanti a una signora atterrita, perché gli avevo detto che non avrei potuto procurargli un disco olandese autoprodotto di gabber, l’unica musica davvero (s)qualificante che io conosca.  Se l’heavy metal, i neomelodici napoletani e i fenomeni tipo Modà o Negramaro proprio non riesco a reggerli ma ne capisco il senso, per quanto riguarda la gabber resto senza parole. Roba per subumani, senza alcun dubbio, e se qualcuno si sente offeso, non mi pento di averlo scritto.

Conoscere gente e conoscere musica: ecco i veri motivi per i quali faccio questo lavoro. Detto che di subumani, per fortuna, me ne sono capitati pochissimi e che la piacevolezza di una persona non si valuta solo con la musica che ascolta – con alcuni dei miei clienti più preparati non ho mai preso un aperitivo – posso davvero fare un bilancio entusiasmante di questa storia. La musica va a braccetto con le persone che la ascoltano e che la comprano da Nordovest. Quando, a casa, ho iniziato a mettere musica jazz per gli ospiti, non avrei mai immaginato di essere ricambiato con la stessa moneta. Una volta passato dalla parte dell’invitato, sono stato accolto con Wayne Shorter o John Coltrane in risposta ai miei Miles Davis o Thelonious Monk. Quante volte ho trovato nelle macchine e nelle case degli amici decine di dischi comprati nel mio negozio! Per i concerti, storia simile: non avrei mai avuto la forza di fare oltre quattrocento chilometri in una serata per vedere Howe Gelb nella sala da ballo di un prestigioso ristorante se non ci fossero stati due fanatici di musica come me a farmi compagnia.

Vendere un disco vuol dire parlarne la volta dopo, e quella dopo ancora. Non c’è niente da fare: condividere le mie passioni con chi ha una sensibilità affine è la cosa più bella per passare il tempo, e se penso che tutto ciò fa parte del mio lavoro mi sento appagato. Faccio questo lavoro perché non è mai stressante, tranne (troppo spesso) quando mi chiamano dai call center, e perché non mi annoio mai. Aggiornare le mie conoscenze è un divertimento: è sufficiente studiare le nuove uscite, recuperare vecchi classici, ascoltare tantissima musica e parlare con i clienti, cercare di sapere tante cose da loro perché molti di loro sanno davvero tante cose. La cosa più difficile è leggere le recensioni della rubrica altri suoni di Blow Up, meno comprensibili dei compiti di chimica al liceo dai quali non portavo a casa mai un voto superiore al 2. Tutto il resto è una meravigliosa pacchia. Faccio questo lavoro perché è una continua sorpresa: anche se si svolge sempre all’interno delle stesse quattro mura, dà vita a idee e a immagini universali, e mi permette di conoscere storie e opere d’arte appartenenti a ogni epoca e a ogni luogo del mondo. Soprattutto, mi regala emozioni inattese. Qualche settimana prima del mio compleanno, un’amica mi ha fatto mettere da parte il vinile di Marquee Moon dei Television, consigliandomi di prendere anche un’altra copia per il negozio “perché Marquee Moon deve esserci, lo vendi sicuro”. Passato il mio compleanno, ha pagato il vinile e lo ha lasciato sul bancone: “E’ tuo, avete la stessa età!”. L’altra copia sarebbe, in seguito, finita a casa sua. Non avevo sospettato niente. Io non sospetto mai niente, ecco perché è così bello aprire ogni giorno Nordovest e passarci tante ore tra una sorpresa e l’altra, tra una canzone e l’altra, con la felicità di chi non vuole fare altro (lavoro) nella vita.

DUEMILASEDICI

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“Senti, ti racconto una cosa su Bob Dylan. Pare che un giorno una poliziotta lo arrestò perché si aggirava con fare sospetto davanti a una casa. Soprattutto, era senza documenti e aveva un aspetto anonimo, per non dire trasandato. Quando in commissariato lo riconobbero, disse che quella casa gli piaceva e stava valutando se comprarla”. Passammo le successive tre ore a parlare di Bob Dylan ma non del fatto che meritasse oppure no di ricevere il dannatissimo premio Nobel, né se fosse giusto o meno che andasse a ritirarlo. Perché perdere tempo, quando non basterebbe una vita per raccontarci tutte le leggendarie storie che girano attorno a una figura così dirompente?

Iniziammo da quella volta in cui Greil Marcus, il famoso critico musicale (secondo molti, colui che ha inventato quella professione) andò a vedere com’era la scuola dove Dylan aveva studiato, proprio per cercare di capire qualcosa di un artista così sfuggente. Io non sono qui di Todd Haynes è un ambizioso e riuscito film che cerca di rendere l’idea sull’argomento. Dylan non è mai dove lo vediamo, nel senso che è già da un’altra parte. Ha sempre amato dissacrare le cose, anche le sue stesse canzoni, dicendo che le sentiva vecchie quando ancora dovevano essere pubblicate. E’ lo stesso uomo che però ha sempre preso tremendamente sul serio la sua missione. “Guarda Marco che neanche in Blood On The Tracks perde il controllo, fidati”.  A me sembra che in quell’album, e particolarmente in Idiot Wind, la sua voce sia rotta da una sorta di emozione dettata dal momento di crisi che stava devastando la sua storia matrimoniale. Forse tutto ciò è il frutto di una mia debolezza. Io vorrei che Dylan facesse i capricci come li farei io, una volta sconfitto da un evidente fallimento. Forse dentro casa è uno che sbrocca ma nel suo catalogo c’è posto soltanto per la ricerca sulla scrittura e sul messaggio culturale: Dylan è asessuato e anaffettivo riguardo tutto ciò che ha il simbolo del copyright accanto al suo nome. Non sarà mai associabile alla parola rock’n’roll perché gli mancano, del rock’n’roll, l’altruismo e la carica sessuale. Non è che gli difettano un po’, gli mancano proprio in toto.

Non ha mai ceduto e, se lo ha fatto, è stato solo in Idiot Wind. In quella canzone credo ci sia più di un’interpretazione dell’amore sconfitto. In quella canzone Dylan sembra soffrire veramente. Continuammo a parlare come se non ci fosse niente di più serio al mondo. Tornò Greil Marcus ad alimentare le nostre parole, ricordandoci di quella volta in cui cominciò la recensione del nuovo album del menestrello chiedendosi cosa fosse quella “merda”. Dylan, che ha fama di uno a cui non importa niente di nessuno, si ricordò di lui e alla prima occasione andò a salutarlo ironicamente, probabilmente colpito dal fatto che dopo quella frase iniziale Marcus avesse cercato in tutti i modi di capire il come e il perché fosse uscito fuori quel risultato dalla penna dell’artista.

Parlammo di Dylan visto dagli altri. Da Jim James, per esempio, così spettrale e desertico proprio nel film di Todd Haynes, quando canta una Goin’ to Acapulco che supera l’originale grazie a un arrangiamento caloroso realizzato dai Calexico. Le canzoni, appunto, sono state le vere protagoniste di una notte intera a parlare di Bob Dylan: le canzoni che superano l’autore, che gli sopravvivono, che lo sconfiggono. Ogni grande artista dovrebbe fidarsi della propria opera e lasciare che se ne vada in giro a cambiare abito per essere sempre più bella, proprio come una donna che ha un vestito diverso per ogni serata memorabile. Masters of War, per esempio.

“Ah, qui la storia si fa davvero interessante. E’ ancora Marcus a raccontarcela. Pensa che Joan Baez, che l’ha cantata centinaia di volte se non migliaia, si è sempre rifiutata di pronunciare la frase con la quale Dylan augura la morte ai signori della guerra. E’ il verso più estremo nella storia della canzone popolare, perché la morte è il tabù della civiltà occidentale se ci toccasse indicarne uno solo. Marcus parte per la tangente, come solo lui sa fare, e si dedica alla storia della canzone usandone gli interpreti. Così facendo, la fa vivere come fosse una persona, attraverso gli anni. Racconta di quando, in una scuola americana, sconosciuti ragazzi la cantarono sul palco, attirando l’interesse della polizia che non seppe mai se realmente ci fossero stati intenti sovversivi nella scelta di portare quel pezzo in un saggio scolastico. Nel dubbio, le forze dell’ordine erano andate a dare un’occhiata. Poi accadde davvero ma in televisione. Fu un attore ad avere il coraggio di bucare il velo, andando oltre il pudore di Joan Baez: Viggo Mortensen, l’avresti detto?”.

Che sapesse cantare no, che potesse augurare la morte a qualcuno, con quella faccia, sì. Sarebbe bello parlare di Dylan sempre, mentre Nordovest compie il proprio sporco lavoro di isola felice per chi ancora crede nella poetica del disco come oggetto desiderato e desiderabile. C’è anche un apposito angolo, nel salottino in fondo al locale, dove i clienti possono ascoltare le nuove uscite, in cuffia, quindi in beata solitudine. Se a loro non piace Dylan, si risparmiano le nostre chiacchiere così parziali e supponenti. Guai a chi ci tocca l’idolo! Eppure una volta giurai che non mi interessava, che ne avrei fatto certamente a meno per tutta la vita. Perché mi bastava il rumore, perché il mio ascolto era puro e contro ogni livello di lettura che non fosse il primo. Non che io abbia per forza capito qualcosa, delle sue canzoni.

“Vedi, andiamo nei locali e c’è questa gente che fa le cover. Già il concetto di suonare canzoni famose per strappare un applauso è deprecabile ma se c’è una canzone che proprio nessuno dovrebbe suonare è Like A Rolling Stone. Dopo tutti questi anni non si è ancora capito cosa volesse dire e soprattutto a chi volesse dirlo. E’ una canzone impegnativa, misteriosa. E’ da pazzi cantarla se non sei Bob Dylan”. Però noi ne parliamo. E’ il nostro passatempo preferito. Dylan ci salvò quella serata e ce ne salverà tante altre. “Deve essere proprio forte ‘sto Bob Dylan, se gli hanno dato il Nobel”. Così ci interruppe un ragazzo fissato con la techno. Non l’ha mai ascoltato in vita sua! Ma si può? Quali film ha visto in quarantacinque anni di vita? Che persone ha frequentato e quali stazioni radiofoniche ha fatto suonare? Mi sembrò una provocazione fine a se stessa. Non lo era invece l’affermazione dell’uomo che poco dopo uscì dal bagno: “State parlando del Nobel a Dylan, vi ho sentito. Secondo te, Marco, lo potrebbero dare a un italiano? Tipo a Mina, potrebbero darglielo il Nobel?”. Ci guardammo atterriti. Quella scena mi ricordò il momento in cui un cliente mi confessò, tutto eccitato, che stava suonando con la sua cover band un pezzo di David Bowie. Gli chiesi di quale brano si trattasse. La risposta fu raggelante: “Spaci Oddi”. Va bene che ogni canzone muta nel tempo e vive una propria esistenza ma chi la suona dovrebbe dimostrarle rispetto fin dal momento basico di pronunciarne il titolo, no?

Il rispetto che Dylan dimostrò nei confronti di Frank Sinatra durante la serata in cui grandissimi musicisti furono invitati da The Voice in persona per festeggiare il suo ottantesimo compleanno. “Andò così: tutti interpretarono un successo del padrone di casa. Arrivò Dylan e cantò una propria canzone. Fu un gesto irrispettoso e arrogante? Di certo fu una sorpresa che lasciò attoniti i presenti e che spiazzò Sinatra. In verità, la canzone scelta fu Restless Farewell, e si può dire che fu una scelta pensata, una vera e propria dedica, cosa che rese per l’ennesima volta Dylan sfuggente e unico”. Qualche anno dopo, Dylan sarebbe tornato sull’argomento, registrando addirittura un album intero di standard che Sinatra aveva interpretato in passato. Del resto è nota la sua grande cultura musicale, cosa che lo ha reso anche capace di citazioni di ogni tipo; qui torna (prepotente) la descrizione fatta da Todd Haynes nel suo famoso film. Dylan non è qui, nel senso che è stato qui ma è già da un’altra parte, come le sue canzoni.

Eppure, nel mio caso, Dylan è stato qui soprattutto nel 2016. Non per il Nobel, per carità, piuttosto perché non ne avevo mai parlato così tanto e non lo avevo mai ascoltato così tanto. Non dovrei dire di essere un suo fan; la mia patologica voracità di ascoltatore di musica di ogni genere e di ogni provenienza mi vieta di essere fan di un singolo artista ma ogni tanto è giusto fermarsi. Per una sera intera ci abbiamo provato, allontanando dal bancone con sguardi infuocati chiunque non avesse da aggiungere altro che luogo comune, incupendoci nel momento in cui abbiamo dovuto sopportare una frase come “Dylan è sopravvalutato”, vivendo quelle ore come una vera e propria indagine su noi stessi e su questi tempi. Qualche giorno fa, mia zia ha buttato là un “Voi giovani ballate la mia stessa musica” appena è partita Like A Rolling Stone dal mio piatto ma io ho risposto che sì, noi giovani quarantenni balliamo la sua musica ma non Dylan. Dylan non lo balliamo: lo studiamo, cerchiamo di comprenderlo, ed è una continua, meravigliosa perdita di tempo alla ricerca della verità. Io, in modo del tutto personale, credo che proprio in quell’album (Highway 61 Revisited) sia stato fissato l’attimo in cui tutto, nella canzone americana, è perfetto. In quelle canzoni, ogni sillaba e ogni nota sono così definitive da fermare tutto. Durante quei cinquantuno minuti non riesco a pensare ad altro né riesco a parlare d’altro. Fossi stato l’artefice di tanta perfezione, non sarei mai riuscito ad andare oltre. Da semplice studioso della faccenda, mi permetto di affermare che dopo quel disco avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Avrebbe anche potuto sparire nel nulla, avrebbe potuto dedicarsi alla famiglia o a leggere la Bibbia per tutto il resto della sua esistenza. Invece ha continuato a dispensare la sua arte e a far parlare (troppo?) di sé. Per quanto mi riguarda, Bob Dylan resterà sempre colui che ha fissato il momento, anche se da quel momento è sempre fuggito.

EPILOGO

Alla fine, ‘sto Nobel l’avrà festeggiato? “Marco, Dylan non festeggia, al massimo avrà invitato Patti Smith a prendere una tisana a casa sua e avranno letto poesie per tutta la notte”.

SUL CARRO

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Nel suo bellissimo MyTunes, Maurizio Blatto racconta l’avventuroso ritorno in mezzo alla nebbia dopo un concerto degli Yo La Tengo. Nel libro ci sono settantasette racconti, ognuno dedicato a una canzone, che chiariscono in modo definitivo e molto spesso emozionante quella magnifica malattia, da me ben conosciuta, che è l’amore per i dischi e per la musica. Maurizio Blatto sceglie gli Yo La Tengo per fissare il momento in cui, per ascoltare le nostre canzoni preferite, non è sufficiente fare due passi dalla cucina al salotto dove abbiamo sistemato il nostro giradischi ma dobbiamo invece compiere la scelta di prendere la macchina o un treno o un aereo perché ne vale davvero la pena. Blatto descrive la band di Ira Kaplan con parole di autentica venerazione, senza temere il dileggio di chi non si azzarderebbe mai a definire una band poco conosciuta tra le più grandi in circolazione. Eppure il mio collega (in quanto venditore di dischi nella sua Torino) non bada a paroloni per esprimere un concetto troppo spesso occultato da molti critici e osservatori delle cose culturali.

Ricordo una chiacchierata di qualche anno fa con due amici, entrambi divoratori compulsivi di film e di serie televisive. Alla classica domanda su quale sia il miglior film di sempre, io risposi: “M Butterfly di David Cronenberg”. I due amici si allearono contro la mia risposta sostenendo che non è universalmente consentito rispondere a quella domanda con un titolo che non sia riconosciuto dalla critica come un capolavoro indiscusso. Avrei dovuto rispondere per forza “Quarto Potere” oppure “Metropolis”, neanche fossi un Rag. Fantozzi da bombardare di ripetute visioni di film d’autore. Ora, io capisco anche il fatto che le cose vadano storicizzate e che un’opera abbia bisogno di diciamo almeno dieci anni per essere valutata. Quindi, se Blatto avesse indicato i Nap Eyes come gruppo migliore della Storia, sarebbe un malato di mente ma gli Yo La Tengo, durante una carriera ormai lunghissima, non hanno sbagliato mai niente e hanno fatto tutto sempre con una straordinaria voglia di stupire e di emozionare, alla quale hanno fatto seguire risultati artistici favolosi. La massima eresia che gli appassionati politicamente corretti si consentono in un caso simile è quella di indicare i Velvet Underground ma sembra che non si possa uscire dai nomi classici e, in particolare, da quello dei Beatles, sempre per il solito discorsetto che mi fecero gli amici riguardo al cinema. Blatto, nel libro, pubblicamente, storicizza e mette su un piedistallo gli Yo La Tengo, provocando in me, stupefatto lettore, un momento di gioia totale, culminato con un applauso a scena aperta. La stessa reazione fu provocata in me quando lo stesso scrittore recensì la ristampa di Spiderland degli Slint con un maestoso 10.

Questa cosa dei voti ai classici, per esempio, è un mio pallino. Ricordo quando Blow Up dedicò una pagina intera alla ristampa de I fiori del male, con tanto di voto. Il mio pensiero andò subito all’incredibile spocchia del recensore, che mise 8 alla raccolta di Baudelaire. Pensai che 8 poteva andare bene per Max Collini, studente di liceo nella mitologica Kappler, pensai anche che 8 è un voto dignitoso in assoluto. Mi immagino una donna che mi mette 8 dopo una notte di sesso, come fece Moana Pozzi con Marco Tardelli. Sarebbe una figata. Come lo sarebbe una simile recensione su Trip Advisor: l’utente Z ha messo 8 in pagella a Nordovest, che poi su Trip Advisor sarebbero quattro pallini su cinque. Baudelaire però no. Suvvia! Come può uno che scrive su un giornale, uno che fa comunicazione oggi, permettersi di non mettere 10 oppure “senza voto” a un poeta che ha sconfitto il tempo?

Ecco, Blatto in questo la pensa come me, quindi 10 agli Yo La Tengo e 10 agli Slint. Alé! Chi entra a far parte della Storia non può essere giudicato da un qualsiasi recensore. Quando Blatto decise di andare al concerto degli Yo La Tengo non poteva sapere che la sua serata avrebbe vissuto momenti difficili. Non durante il concerto ma dopo, quando la nebbia più fitta di tutti i tempi (da 10 in pagella pure quella) lo avrebbe fatto rincasare all’alba, dopo aver sbagliato strada una decina di volte, atteso dalla moglie sveglia, in pensiero per lui. Io, invece, quando comprai il biglietto fui così contento da fotografarlo e metterlo su Facebook, posato sul vinile di Painful. Mi bullavo con tutti, alcuni dei quali si convinsero a farmi compagnia.

Ci dividemmo in due macchine, direzione Auditorium Parco della Musica. Decidemmo che Claudio, pur avendo confidenza solo con me, sarebbe andato con Gerry e l’altro Claudio, perché volevamo risparmiargli la guida di Lele. Fu la sua fortuna. Sfacciata, aggiungerei. Io e Corrado ci sacrificammo, un po’ perché siamo altruisti e ci piace immolarci per le giuste cause, e molto perché viaggiare con Lele vuol dire poter cazzeggiare e ascoltare la musica sguaiata dei gruppi garage americani che tanto ci fanno sballare. Dalle parti di Valmontone il motore della sua macchina si arrese, tra l’altro nel centro della carreggiata, con tutti i rischi annessi e connessi. Lele fece appena in tempo ad accostare sul lato destro ma non riuscì neppure a raggiungere una piazzola, così la macchina rimase in balia del destino, anche perché il mio amico non ritenne utile avere il triangolo a bordo. Mi allontanai senza dire niente, giusto per stare abbastanza lontano nel caso un camionista pippato decidesse di schiantarsi contro il nostro ingrato mezzo di trasporto. Il soccorso stradale arrivò in pochi minuti.

Chiedemmo all’autista di portarci al primo distributore di benzina per comprare l’olio per rianimare la macchina. Niente da fare. Lui voleva, legittimamente, soltanto i soldi del soccorso e ci portò al primo bancomat disponibile. Così ci trovammo, noi e la macchina, all’uscita di San Cesareo. L’olio non sarebbe neanche servito, il motore era andato. Nel tragitto verso il bancomat, Corrado aveva notato una pizzeria con il televisore acceso su Inter-Roma. Saremmo andati là, a piedi ci voleva pochissimo. Gli altri erano già all’Auditorium. Per noi non c’era speranza alcuna di mantenere il nostro impegno con gli Yo La Tengo, perché sapevamo che i concerti in quel luogo iniziano puntuali e che, oltretutto, non è neanche permesso entrare a cose iniziate. Mentre Lele faceva amicizia con il tizio del soccorso stradale, facendosi spiegare cosa fosse successo al motore, io chiamai un’amica. “Chissà quante bestemmie hai tirato giù!”. Veramente neanche una. Corrado chiamò un’amica sua. “Chissà quante bestemmie ha detto Marco!”. No, no, nessuna.

La partita fu davvero brutta, decisa da un tiro da fuori di Medel. Lele fece di tutto per pagare la cena perché si sentiva in colpa. La settimana successiva avrebbe sganciato una fortuna per rimettere a nuovo la macchina. Vi starete chiedendo come tornammo a casa. Non potevamo aspettare Gerry e stare in sei nella sua macchina. La mia amica, quella che chiamai dall’uscita di San Cesareo, dice sempre che se non sono in grado di risolvere un problema da solo devo almeno indovinare la prima telefonata. Mi concentrai. “Ragazzi, chi è che adesso verrebbe di corsa, tanto di sabato sera non avrà un cazzo da fare?”. Non ricevetti risposta. Composi un numero di testa mia. “Va bene, dopo l’Inter arrivo”. Sapevo che il nostro amico preferiva cento volte stare con noi piuttosto che litigare con le figlie. Gli pagammo la benzina e gli raccontammo la nostra disavventura. Appena tornati, ci sparammo una birra in un locale dove si riunì il gruppo di inizio serata. Con molto tatto, i tre nostri fortunati amici non ci raccontarono il concerto, evitando di farci rosicare ulteriormente.

Qualche tempo dopo, alla presentazione di un libro, incontrai Gianluca. “Marco, non ti ho visto al concerto degli Yo La Tengo”. Gli raccontai la mia serata, lui mi guardò e io capii subito, aprendomi in un beffardo sorriso. “So già quello che vuoi dirmi, ed è ciò che aspetto da quella sera”. A quanto pare, non mi ero perso un granché. Fu un concerto acustico, un po’ moscio e pieno di cover. Di certo non quello che meriterei per la mia prima volta con una band così grande. Con una delle band della mia vita. Quello a cui andò Blatto, invece, fu degno delle peripezie affrontate nella nebbia, così come il suo libro è  degno di essere letto perché composto da una serie di tante, piccole e straordinarie storie legate alla musica. A noi è rimasto il ricordo indelebile di una serata buffa tra amici che hanno imparato a ridere di certe sconfitte. Lele avrebbe poi perso la macchina per altri motivi, e non vede l’ora di tornare in autostrada verso un altro mito musicale da cogliere al volo. Corrado, invece, qualche giorno dopo andò a trovare alcuni amici in comune. Una di loro, dopo aver ascoltato il resoconto di quella serata, gli disse convinta: “Immagino le bestemmie di Marco”.

AFRICA

ribollita

Per un paio di anni, all’inizio di questo decennio, ho frequentato il bancone della Cantina Mediterraneo. Non il locale, proprio il bancone, occupandone i trespoli insieme a Lucia e Corrado. Attorno a noi, si alternavano musica più o meno rumorosa, ubriachezze moleste, iniziative politiche, compleanni e feste varie. Ci disinteressavamo quasi sempre di tutto ciò che si muoveva sullo sfondo della nostra fotografia. Parlavamo, accompagnando le nostre parole con birre più o meno trattate, tra le quali la pericolosa lanterna, quella birra media che contiene all’interno del boccale un bicchierino di tequila: la matrioska dell’alcolista, in pratica. Diciamo che una non fa danni ma io (solo io, per fortuna della salute altrui) me ne sparavo anche quattro a sera. La pericolosità di tale bevanda è dovuta al fatto che viene bevuta come fosse una birra (di fatto lo sarebbe) quindi con una certa leggerezza ma dovendo aspettare fino all’ultimo la violenza della tequila che, vera serpe in seno, si nasconde sul fondo fino agli ultimi due sorsi. I boccali di birra davano il tempo alla conversazione e impedivano di fare ciò che molte persone fanno in certi casi: aspettare il proprio turno per parlare. Bere occupa perfettamente il momento in cui l’altro ci sta raccontando qualcosa, così possiamo concentrarci sull’ascolto senza soffrirne. Una sera, anche se sarebbe più appropriato ricordare che fosse notte, visti gli orari da nocturama nei quali si tenevano quei lunghi simposi, Lucia volle versare la mia birra nel mio bicchiere: “Marco, abbiamo sempre sbagliato, la birra si versa così. Me l’ha detto Giancarlo Frigieri”.

Noi facciamo sempre quello che dice Giancarlo Frigieri. La prima volta che lo vidi ero a Faenza, al Meeting delle Etichette Indipendenti: me lo presentarono i miei amici Mario e Gianluca. Mi parve subito una persona autorevole, uno che non parla a vanvera. C’è un racconto di Truman Capote nel quale, a un certo punto, lo scrittore americano indugia sulla capacità delle persone di condurre una buona conversazione. Fa proprio la lista dei suoi conoscenti che sappiano rendere migliore una conversazione, e spiega nel dettaglio i loro pregi al riguardo. Ecco, Giancarlo Frigieri ti incolla alle sue parole, e non vale in questo caso l’esterofilia di noi frusinati quando parla qualcuno che ha un accento così diverso dal nostro. No, no: in questo caso è proprio quello che dice a tenerci incollati. Ovviamente, anche quello che dice nelle sue canzoni. Al ritorno da Faenza, in macchina, mettemmo in loop una compilation promozionale della Black Candy, una simpatica etichetta indie che aveva nel suo roster i Joe Leaman. Quest’ultimo era il gruppo di Giancarlo Frigieri prima che si mettesse in proprio. Aspettavamo la loro Free Karate per spararla a volume osceno: una vera bomba. Quando ci venne a trovare a Frosinone, qualche tempo dopo, ci regalò diverse versioni della sua arte: il suo progetto solista, che è una sorta di versione agreste e antagonista del miglior cantautorato occidentale; poi il disco american indie fatto con i Mosquitos, aperto da una canzone che iniziava con la frase “sono innamorato dell’idea di essere innamorato”, che un mio cliente adora tanto da averne fatto una specie di manifesto; perfino una sua rilettura di Nebraska del Boss. Ogni serata si concludeva con lunghe chiacchierate ricche di intuizioni e di insegnamenti da parte sua ma, questo è il bello e questo è il senso di ciò che scrive Capote, Giancarlo Frigieri è un grande ascoltatore e quindi ha sempre lasciato anche a noi la possibilità di esprimerci e di farci conoscere da lui.

Un pomeriggio, in negozio, mi rimproverò: “Sai, Marco, dalle mie parti c’è un negozio di dischi. E’ piccolo, non credere che sia tanto meglio del tuo ma ha un reparto spettacolare di world music. Tu dovresti puntare sulla musica africana”. In quel momento ebbi la certezza che dovevo dargli retta perché quella frase veniva da una persona troppo attenta e autorevole per essere stata buttata lì a casaccio. Già allora mi piacevano i Tinariwen, i più importanti musicisti africani degli ultimi anni. Hanno suonato perfino in occasione della cerimonia di apertura della Coppa del Mondo di calcio. Soprattutto, una sera, suonarono a Roma. Andai con Antonio, il mio cliente che adora la frase di cui parlavo prima, e a nessuno interessò farci compagnia nonostante la comodità del passaggio in macchina e il prezzo ridicolo del biglietto. Adesso è impossibile andare a un concerto senza che la cosa venga a conoscenza di tutto il circondario. Per circondario intendo gente che fa shopping nel negozio ufficiale NBA a New York City o in una piccola boutique di Nicosia, o  che fa colazione in un piccolo bar di Kaunas o in un motel americano, tipo quelli vissuti e descritti da Willy Vlautin nel suo libro-manifesto Motel Life. Sei anni fa potevo andare a vedere il più importante gruppo di world music nel disinteresse totale. Oggi, tutti sanno tutto di tutti e vogliono in qualche modo esserci. Con il commento a una foto, con un messaggio, con un cuoricino.

Intendiamoci, a me fa piacere che i miei amici, o semplicemente i miei conoscenti, affollino i luoghi dove c’è musica. Vendo dischi e la musica è la mia principale ragione di vita: sarei un falso a dire anche a una sola persona di boicottare un concerto, fosse anche di una band che non mi piace. Ho perfino nostalgia di quando, alle feste in città, fosse quella dei santi patroni (sì, Frosinone ha due santi patroni, entrambi papi, uno dei quali era figlio dell’altro) o quella del mio quartiere, venivano a trovarci i vari Povia, Ron, Dik Dik. In quelle occasioni, almeno, la città o il quartiere si popolavano, dandoci una scusa per scendere in strada. Ecco, la sovraesposizione data dai social ha fatto in modo che, magari è solo una mia impressione, tante volte finiamo per andare a un concerto per la smania di far vedere che la nostra vita è più interessante di quella degli altri. Una volta una mia amica disse che andava al concerto degli Undertones: era una bella cosa, per carità, andare al concerto di un gruppo che per un quarto d’ora è stato perfino importante ma fu la sua risposta, quando le chiesi come mai proprio gli Undertones, a lasciarmi di stucco: “Perché è il concerto dell’anno”.

Sarà mai più possibile andare a un concerto senza lasciare traccia e senza dover dimostrare che c’eravamo anche noi? Solo per il gusto di assistere a uno show che fortemente vogliamo vedere? Se un giorno le corse dei levrieri diventeranno uno show di tendenza anche in Italia, ne diventeremo improvvisamente tutti seguaci e intenditori? Sei anni fa c’era Facebook, lo sappiamo tutti, eppure non era ancora la vetrina che è oggi, almeno nella mia città. Probabilmente, se oggi dicessimo che stiamo andando al concerto dei Tinariwen, ci sarebbe la corsa da più parti per salire sul carro (del vincitore o del perdente ditelo voi, sempre un carro sarebbe). Quella sera, invece, c’era tutta la Roma di una certa categoria: i professori di liceo sinistroidi e terzomondisti, i radical chic alla Nanni Moretti, gli esperti di politica internazionale. Forse c’era lo stesso Moretti. Diciamolo pure con Freak Antoni: un pubblico di merda. La band provò a farci ballare, perché per loro è normale che il pubblico (dei paesi musicalmente evoluti) balli la loro musica ma, mi ci metto anch’io, la risposta fu desolante. Qualche anno dopo avrei visto tre volte Bombino perché, nel frattempo, avevo davvero seguito il consiglio di Giancarlo Frigieri, immergendomi con sincera passione nel frizzante mondo della musica africana di ieri e di oggi, e sarei riuscito a coinvolgere (anche grazie ai social) gli amici, così contenti di assistere al concerto dell’anno, quello che ogni settimana si ripete (a seconda di chi ci sia tra il pubblico).

Siamo diventati noi, i veri protagonisti dei concerti. Da una parte è un bene, perché so per certo che Bombino si sarebbe intristito se a Boville non ci fossero state quelle settanta persone (praticamente tutti clienti di Nordovest) a ballare il suo trascinante blues terzomondista. D’altro canto, i social diventano istantaneamente il delirante palcoscenico del duello rusticano tra chi ha fatto venti chilometri per andare da una parte e chi ne ha fatti cinquanta per andare a un altro evento. Improvvisamente, dopo avermi raccontato un concerto dell’anno a settimana, i miei amici e conoscenti entrano in conflitto perché non si possono avere due concerti dell’anno nella stessa sera. Trecentosessantacinque sere l’anno c’è il concerto dell’anno ma la stessa sera non ce ne possono essere due. Non si può! Non si può ammettere che qualcuno si sia divertito più di noi, non si può confessare di aver sbagliato una scelta. Soprattutto, sembra che nessuno sia capace di passare una bella serata senza raccontarla a cani e porci, tenendo per sé (o magari condividendo con un solo fortunato complice) le proprie emozioni.

Qualche giorno fa sono andato, con tre amici, a vedere i Black Lips, ad Arezzo. E’ stato un concerto carino, di persone che a me stanno molto simpatiche, per via del loro fare sguaiato e dell’irresistibile garage beat melodico che esce fuori dalle loro idee. Ho ricevuto messaggi sul cellulare da amici sinceramente tristi per non averci potuto fare compagnia, e i complimenti da un cliente che neanche sa chi siano i Black Lips. Così, solo perché gli sembrava figo che avessi chiuso il negozio per un giorno e mezzo. Eppure ho detto senza esitazione, sia agli amici che al mio cliente, che non avevo assistito al concerto dell’ann0, e che la cosa migliore di quei due giorni era stata la compagnia dei miei tre compagni di viaggio. Devo anche dire che la ribollita che ho mangiato in una fantastica osteria di Arezzo, accompagnata da un esaltante Rosso di Montalcino, valeva da sola il mancato incasso di Nordovest. Chissà, se al posto mio ci fosse stato un altro, magari l’avrebbe fotografata e messa su Facebook definendola zuppa dell’anno!