QUEL DISCO SENZA COLORE

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Ci sono sostanzialmente tre cose che hanno su di me un effetto ipnotico, tipo sindrome di Stendahl. Una la sapete tutti: la musica. Qualche settimana fa ho avuto un momento di autentica estasi, con il povero Corrado che ha dovuto sopportare, oltre alla nebbia e alle buche della Casilina, oltre sette minuti di stordimento causato da un’improvvisa rivelazione radiofonica, assecondata da me con uno spostamento repentino del volume verso il massimo consentito dalla tecnologia nonché dalla legge. Avevamo riaccompagnato a casa, nel cuore della notte, un amico, dopo una serata a base di musica dal vivo e pallacanestro in televisione. Quest’ultima, la pallacanestro, è la seconda cosa che provoca in me la sindrome di qualche passaggio fa. La terza, la più violenta e letale, dovuta soltanto al genere femminile, possiamo chiamarla amore o desiderio o come vi pare.

La pallacanestro ha un grave difetto: per essere seguita in diretta, poiché al suo livello più esaltante non attraversa mai l’Atlantico verso est, deve necessariamente privare del sonno noi europei. Esattamente come la donna che amiamo. “Devo dire che la pallacanestro mi ha colpito, è stata una partita emozionante”. Così anche Claudio avrebbe apprezzato la nostra scelta di fare tardi. La mia passione per questo gioco nasce dal fatto che da ragazzino l’ho praticato e quindi ne conosco ogni difficoltà. Ciò che i giocatori di talento riescono a fare, a livello di trattamento del pallone e di esecuzione del passaggio o del tiro da fuori provoca in me un senso di ammirazione sconfinato e un’invidia pari solo a quella che si meritano i grandi musicisti e i grandi amatori; insomma, nella vita avrei voluto essere proprio una di queste tre figure:

  1. Campione di pallacanestro. E’ un po’ come essere un poeta ma senza aver bisogno di distribuire parole; bastano i gesti, tanto evidenti quanto impossibili.
  2. Musicista. Di quelli che passano alla storia; anche in questo caso trattasi di poesia, alla quale si suole accostare strumenti a corde o percussivi. Di solito, chi suona strumenti a corde e magari canta pure, ha più successo con le donne.
  3. Grande amatore. Spesso è diretta conseguenza dei precedenti punti ma si può fare tanto in questo campo anche senza essere una persona speciale. Vendersi bene è quasi sempre una buona idea.

Jim Carroll è stato tutte e tre le cose. La sua è una delle storie più drammatiche in senso stretto del termine che siano mai accadute su questo pianeta. Tanto per capire in che giri si cacciasse abitualmente: una sera uccisero una persona in un appartamento da dove lui era uscito tipo un’ora prima e se la passò davvero brutta prima che il vero assassino spuntasse fuori. A pallacanestro era una divinità, sarebbe finito nella NBA come il suo amico Lew Alcindor, più noto come Kareem Abdul-Jabbar dopo la conversione, ma non era Jim il tipo che si accontentasse di spargere un solo talento in una sola vita. La sua bellezza molto anglosassone piaceva anche agli uomini, primo tra tutti il suo allenatore, e di questa cosa il giovane figlio della Grande Mela approfittò ma sempre per soldi, sempre per comprarsi la droga. Jim fu un eretico, un cantore delle persone marginali. Il suo immaginario è ricchissimo di momenti memorabili, dalle poesie inventate mentre si masturbava sotto le stelle, dall’alto come solo a New York si può vedere una città, fino all’incredibile punk rock di People Who Died, canzone con la quale il ragazzo di origine irlandese raccontava, tutti insieme, i migliori amici della sua gioventù, ormai morti. Jim sarebbe morto di infarto, accasciandosi alla sua macchina da scrivere, una casualità perfino grottesca se pensiamo a un’esistenza avventurosa come la sua.

Nei primi due album dei Massimo Volume, Mimì gli dedica due canzoni: la geometrica Vedute dallo spazio, che viene comunemente considerata la prima parte di un dittico completato dalla drammatica Ororo, e la minimale Inverno ’85, ma mi piace pensare che anche nella pazzesca Alessandro, canzone visionaria e manifesto etico di un grande artista come Mimì, ci sia, con il riferimento alla pallacanestro, un altro piccolo gesto d’amore verso il leggendario Jim. I Massimo Volume sono stati il più importante gruppo post-rock della scena italiana. Questo lo dico mantenendo una certa distanza dall’argomento, poiché se mi si chiedesse di esprimere un parere acritico e più intimo, io li ritengo uno dei più grandi gruppi di ogni tempo e di qualsiasi musica, cosa che potrebbe essere confermata anche da persone non necessariamente di parte e non necessariamente italiane. D’altra parte, il loro terzo album, che è il più bello a livello formale, fu prodotto da un personaggio chiave della scena underground americana di nome Steve Piccolo.

Quella sera, intendo quella della partita di pallacanestro in birreria, fu proprio il post-rock a chiudere le danze. Dovevamo riportare Claudio a casa. Corrado mi fece compagnia, condividendo innanzitutto i sobbalzi impietosi della macchina a ogni buca di una strada che non ricordavo così malmessa. In autostrada, prima della pallacanestro, avevo raccontato di come, negli ultimi tempi, avessi ripreso confidenza con la radio, non ovviamente per ascoltare la musica – per quella, ci sono i miei dischi, e tutto ciò che passano in radio è meno bello dei miei dischi – ma piuttosto per la compagnia che mi viene data dai programmi parlati, alcuni dei quali sono discretamente interessanti. Quindi, nel cuore della notte, a un chilometro da casa di Claudio, accesi la radio, sintonizzata sulla RAI. C’era un pezzo dei Dirty Three con Cat Power alla voce. La cosa ci colpì molto ma mai avremmo immaginato che tutto il ritorno sarebbe stato dominato dal post-rock anni novanta. Sembravo un invasato: alzai il volume in modo indecente appena capii che il conduttore avrebbe annunciato i June of 44, indovinai la canzone che avremmo ascoltato da lì a poco, la accompagnai con gesti di esultanza, ignorando la nebbia e le buche. Sembrava fossimo stati premiati, per una volta, dal dio funesto del viaggio, quello che altre volte mi aveva riservato multe assurde – provateci voi a perdere tre punti sulla patente per essere andati a centodieci in autostrada per andare a vedere Howe Gelb  – o disavventure indimenticabili come quella, che già conoscete, della macchina di Lele che si spense a un tiro di schioppo dagli Yo La Tengo.

Quando mai avrei pensato di trovare in radio qualcosa che, non solo è nella mia collezione di dischi ma che di quella collezione è praticamente il fiore all’occhiello? Quando avrei immaginato di ascoltarle per intero, alla radio, canzoni di oltre sei minuti come una a caso dei Mogwai? Il momento epico però sarebbe stato quello, che da qualche minuto stavo aspettando perché era ovvio che la storia di quel ritorno a casa sarebbe finita così, di Good morning, captain degli Slint. Nel loro album Spiderland, più o meno unico nella loro vita artistica anche se preceduto da un quasi album come Tweez, c’è tutto quello che io chiedo alla musica. E’ inutile che io mi perda in chiacchiere se vi interessa sapere qual è la mia idea di musica: ce l’avete – ce l’abbiamo – già: basta ascoltare l’incedere cupo, teso e romantico di un disco senza simili, una bestia più unica che rara, un capolavoro di inquietudine sputato fuori da quella scena da me adorata che è l’american indie. Sapevo che la canzone sarebbe stata quella, perché se uno passa gli Slint in radio il sabato, quando l’alba è più vicina della mezzanotte, non può ragionare in termini puramente radiofonici, quindi non mette il pezzo più breve né il più accessibile – che poi in Spiderland significherebbe comunque una cosa assai lontana dalla perfect pop song – ma può solo mettere Good morning, captain. Stefano Isidoro Bianchi, in un recente Blow Up nel quale gli Slint dominano in copertina, ha scritto che Spiderland fu la risposta al grunge di chi negli anni a cavallo tra i settanta e gli ottanta aveva risposto al punk con la dark wave, interpretando la musica in senso disperato e romantico anziché in senso palesemente rabbioso e antagonista. A poche ore dall’alba, guidavo in estasi, e quelle buche e quella mancanza di luce attorno alla strada erano immagini perfette per stare insieme a quella canzone. “Eppure non dovrebbe essere la tua musica”. Così disse Corrado, dopo aver sopportato il momento in proletario silenzio. Spiderland invece è la mia musica perché è un concetto di musica estremo, unico, che non sarà mai ripetuto, ed è un album intimo, nerissimo, che non si può ballare perché è un abisso dove hanno tolto i lampioni, come nel tratto di Casilina che percorremmo ascoltandone l’ultima traccia in radio. E’ un album pervaso di ombre e ha una cosa in particolare che mi fa impazzire: gli Slint passano tutto il tempo a reprimere ogni parvenza di calore finché, proprio quando l’ascoltatore non se lo aspetta più, da un cuore senza colore arriva quel grido struggente: I miss you.

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LA PASSEGGIATA

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Il mio amico Davide è un intellettuale. Ho conosciuto persone che, al solo sentire questa parola, si irritano. Altre che, se riferita a loro, la considerano perfino un’offesa; io invece, la trovo una parola straordinaria e priva di alcuna accezione negativa. Un paio di volte, e sempre nel mentre di una discussione riguardante la libertà di stampa, e sempre avendo a che fare, cioè a discutere, con giornalisti locali (da me definiti giornalai), sono arrivato perfino a definirmici da solo, cosa riprovevole e per la quale avete il permesso di insultarmi a vita. Nessuno mi ha mai definito così ed è giusto che le cose vadano così, poiché io (purtroppo) non ho niente da spartire con chi veramente fa delle idee una ragione di vita. Una volta, durante un pranzo in Toscana, fui definito intellettualoide ma non ricordo cosa avessi detto di così azzardato per meritarmi l’epiteto. Davide invece è un passo avanti, certe volte parlare con lui, che sa mille cose più di me, quasi mi deprime ma, in un mondo di gente che parla e scrive di tutto a vanvera, quello di parlare con chi sa più cose di noi è un esercizio di umiltà che suggerirei un po’ a tutti, anche allo stesso Davide, tanto ci sarà qualcuno in giro che ne sa più di lui.

Una sera, da Nordovest, gli raccontai una storia letta in un libro, qualcosa che riguardava l’ossessione che certi scrittori hanno per le passeggiate. Quindi mi suggerì di comprare un libro di Robert Walser che si chiama, appunto, La passeggiata. E’ un Adelphi e già questo basterebbe a giustificare i (pochi) soldi spesi. Provo un’attrazione fisica per i libri di questa casa editrice. La grafica delle loro copertine è così riconoscibile ed elegante da ispirarmi solo fiducia; sono quasi dispiaciuto di aver comprato Il processo di Kafka in un’edizione diversa ma era lì, al mercatino dell’usato, a un euro, e mi sembrava un affronto lasciarlo insieme ai libri di Benedetta Parodi o di Fabio Volo dei quali le persone si erano liberate senza colpo ferire. Sarà che i libri del mio Bernhard, il controverso Bernhard” – così dice il mio amico Gianluca – sono Adelphi, sarà perché si capisce lontano un miglio che è una casa editrice fatta per chi ama davvero la lettura, in ogni caso potete stare certi che, quando entrerete con me in libreria, io guarderò per prima cosa gli Adelphi e dovrete fermarmi prima che ne compri una decina, non importa di quali autori essi siano.

La passeggiata è sul mio comodino da quasi un anno. Dopo avermi consigliato l’acquisto e aver ricevuto un istantaneo assenso, Davide mi disse che, però, avrei dovuto anche comprare un saggio come introduzione alla lettura, un saggio secondo lui necessario per capire Walser e la sua passeggiata. Che è un libro, quello di Walser non il saggio, così breve che potrei leggerlo in meno tempo di quello che ci metterò a finire questo testo. Purtroppo la questione è rimasta in sospeso: non ho mai comprato quel saggio, non sono riuscito a fidarmi di Davide fino in fondo, perché avevo voglia di leggerla subito, quella passeggiata. D’altra parte, ho avuto paura che davvero quel saggio fosse obbligatorio, quindi non ho mai cominciato quel piccolo libro. Mi sono fidato ma non mi sono fidato, quindi sono rimasto in un limbo dal quale sono uscito per leggere altre cose ma non ancora Walser. Per il momento, quindi, l’unica passeggiata di cui posso scrivere su questo blog, è quella che Corrado ha fatto con Nick Cave.

Io e Riccardo avevamo il più piccolo gruppo nella storia di Whatsapp. “Che avete fatto a fare un gruppo se siete solo voi due? Non potete chattare normalmente?”. Alla domanda, più e più volte ascoltata, abbiamo sempre risposto dicendo che no, non potevamo chattare normalmente perché in quel gruppo parlavamo solo di dischi, senza uscire mai fuori tema; così sarebbe stato più comodo per noi ritrovare i dischi che ci eravamo consigliati a vicenda nel tempo. Scrisse con almeno sette mesi di anticipo, su quel gruppo che, nel frattempo, è diventato più ordinario, visto che ora siamo in tre: “Ho il biglietto per Nick Cave, che aspettate a prenderlo?”. Questa storia dei biglietti che vengono venduti in anticipo siderale è insopportabile. Da quando c’è questa malsana usanza, si moltiplicano i casi di persone che, per motivi tanto svariati quanto umanamente comprensibili, sono costrette a rivendere un biglietto comprato prima di cambiare stato di residenza o compagno di vita o prima di trovare un nuovo lavoro o prima di venire a conoscenza di un qualsivoglia impegno. Conosco persone che sono andate a Manchester per un concerto di Morrissey con un anno esatto di anticipo, poiché mai avrebbero pensato che i biglietti che avevano comprato nell’estate del 2017 sarebbero valsi in realtà per un concerto di fine 2018.

Le mie scuse per non vedere Nick Cave, dopo quella iniziale dovuta all’eccessivo anticipo sulla data del concerto, si basarono fino a pochi giorni prima sulla convinzione che la location del Palalottomatica non fosse adatta a una musica così raffinata come quella del rocker australiano e dei suoi Bad Seeds. Inoltre, avendo aspettato troppo, ci eravamo preclusi la possibilità di assistere allo show dal parterre. Eppure, quando la fortuna la si cerca con incoscienza, spesso alla fine arriva. “Nick Cave, una volta nella vita, va visto”. Emanuela, quando è ispirata, è capace di trasformare in tavole della legge anche una semplice frase, così ci bastò quella, di semplice frase, intendo a me, a lei e a Corrado, per spendere quella che, almeno per me, resta la cifra più alta mai pagata per un singolo concerto. Non allarmatevi, non costava chissà quanto lo show di Nick Cave, piuttosto sono fortunato perché non ho mai avuto la necessità di vedere i concertoni dei vecchi e costosissimi dinosauri del rock, anche se un anno fa, dopo un pomeriggio intero a bere champagne, stavamo per comprare i biglietti per i Rolling Stones a Lucca a tanto quanto ci si fa una vacanza in Spagna o in Germania. Restava il problema dei tristissimi posti in tribuna che ci ritrovammo. Corrado non si diede pace e in un attimo ci guidò verso il parterre. Fu davvero un attimo, nessuno ci controllò ed eravamo giù, vicino agli amici più lungimiranti che avevano il biglietto da mesi. Non Riccardo, che aveva preferito fin dal principio la calma piatta del posto a sedere.

Io non amo documentarmi prima degli spettacoli ai quali assisto. Leggo le recensioni solo a cose fatte, per confrontare i pensieri autorevoli – e autorizzati – con i miei. Emiliano Colasanti, incontrato al concerto degli Unknown Mortal Orchestra, mi ha confessato con un pizzico di amarezza di sapere già cosa suoneranno gli LCD Soundsystem nell’unica e attesissima data italiana a Ferrara. Io, una volta deciso di andare, non vorrei sapere proprio nulla in anticipo. Diverso sarebbe se da una indiscrezione dovesse dipendere la mia scelta di andare oppure no. Insomma, io, che Nick Cave in quel tour aveva l’abitudine di calare in mezzo al pubblico per l’ultima parte del concerto, mica lo sapevo! Quando me lo vidi arrivare a distanza di abbraccio, aprendo la folla con la sua figura nervosa e allo stesso tempo elegante, e senza che apparisse in lui una sola goccia di sudore, rimasi sconvolto. Cercai Emanuela ma c’era un piccolo muro di persone a dividerci. Poi mi avrebbe raccontato di aver toccato la mano del divo australiano. Quando la raggiunsi, era con Filetto e stavano esultando come pazzi ma non era Nick Cave l’oggetto del loro delirio quanto Corrado che aveva fatto scendere la rockstar dal momentaneo piedistallo – una parte del mixer – e la aveva accompagnata al ritorno sul palco come avrebbe fatto una guardia del corpo. In mezzo a qualche migliaio di persone, era toccato proprio a lui che aveva avuto già il guizzo di guidarci verso il parterre.

Che poi un centinaio di persone sarebbero salite sul palco con Nick Cave, e con Corrado, e che il concerto verrà ricordato come un esempio di grande epica rock’n’roll degna di un Elvis inebriato dal blues, e che Nick Cave sia uscito tramite questi show da un tunnel di sofferenza iniziato con la morte del figlio Arthur, queste sono tutte cose che sapete e che potete leggere e anche vedere un po’ ovunque; è uscito perfino un film che racconta una di quelle serate. Lo stesso Emiliano Colasanti scrisse la recensione del “nostro” concerto e ne colse tanti aspetti artistici. So anche che può sembrare puerile trasformare l’esibizione di uno dei più grandi poeti rock di sempre in una scusa per raccontare una bella serata passata con i miei amici, e lungi da me affermare che il pubblico possa mai essere “più protagonista” dell’artista che sta sul palco. Lo show è l’artista e l’artista è lo show ma non c’è dubbio che Nick Cave lo avesse fatto apposta: volle stare con noi, volle giocare al rock’n’roll con noi per farci “essere rock’n’roll” anche per qualche minuto. Tutto sarebbe finito, almeno per quella sera, quando i dipendenti della struttura ci avrebbero intimato di andarcene in fretta. I quindici minuti di cui parlava Andy Warhol, in questo caso applicabili a Corrado, erano già finiti. “Non potete mandarci via, siamo con Corrado!”. Ce ne andammo così, ridendo increduli.

Epilogo: in effetti, l’acustica del Palalottomatica lascia a desiderare ma “Nick Cave, una volta nella vita, va visto”.

DOPPIA VISIONE

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Certe premesse del ritorno a casa firmato David Lynch, ricordate oggi, dopo la visione raddoppiata – come avrebbe potuto non essere una doppia visione? – di questo incredibile film di diciotto ore, fanno sorridere. In negozio, il tono era più o meno questo: “Lynch sta girando Twin Peaks, ambientato venticinque anni dopo, con gli attori originali, chissà che schifezza senile! Oh, ci stanno pure Monica Bellucci ed Eddie Vedder, ma che c’entrano con Twin Peaks?”“Ah, beh, ma perché dobbiamo rovinarci una parte della nostra vita? Non vediamolo, non facciamoci del male, no?”. Io stesso, ascoltando questi pareri alla cieca, li comprendevo, per carità, anche perché, generalmente, non amo le operazioni passatiste e nostalgiche. Io, però, sono anche quello che sa odiare i clienti con un semplice sguardo o con una risposta monosillabica. Me lo fa notare chi mi osserva tutti i giorni, eppure io sono convinto di non avere mai espresso davvero il mio dissenso, quando non disprezzo, per le (brutte) opinioni altrui. La mia amica se n’è accorta: non sono tanto dissimile dall’arrogante bottegaio descritto in una venerabile canzone indie di qualche anno fa. Io lascio correre, cosa che, a un occhio attento ma molto attento, equivale a una prova di odio. Nel caso di Twin Peaks e di quelle fesserie, da parecchi difese contro ogni evidenza a cose fatte pur di non ammettere l’abbaglio di una previsione basata sulla cecità, risposi dal primo momento: “Ragazzi, io mi fido di Lynch”.

Non me lo ricordo neanche, il momento in cui Strueia mi chiese di vedere Twin Peaks a casa sua. Due episodi alla volta, per un totale di nove visite, con il concreto rischio di strusciare la macchina (nuova) contro uno dei muri del centro storico, preferibilmente quello che fa angolo con una curva a destra, una volta strettissima, e che da un po’ è stata resa meno stretta per evitare che si ripetano ogni notte le stesse pomiciate tra il suddetto muro e lo sportello del passeggero di tutti gli ospiti immaginabili. Per arrivare lassù bisogna fare prima la strada delle fabbriche, dopo la quale si sale per un po’, avvolti da un paesaggio di media montagna che, questo sì, rimanda a Twin Peaks e al suo immaginario. Tutte le volte che arrivo da quelle parti mi fermo al bar di Simone, perché è un cliente di Nordovest e perché, dal suo stereo, esce sempre del rock’n’roll, al contrario delle porcate trap o latineggianti che guastano i miei caffè quotidiani sotto casa. Simone è malato di libri, ne legge tipo due a settimana, quindi le mie visioni di Twin Peaks sono state precedute da aperitivi nei quali lui ha cercato di convincermi delle qualità profetiche di James Joyce e della assoluta necessità, da parte mia, di immergermi nella famigerata lettura dell’Ulisse. Libro del quale, pochi giorni fa, mi è capitato di parlare durante una telefonata di lavoro.

“Davide, ciao sono Marco, mi ordini il libro di Molly Bloom? E’ un bestseller, è uscito pure il film”. Il mio distributore di dischi, che era all’altro capo del telefono, si sarebbe lanciato in uno spot a favore dell’Ulisse, non dopo aver sgranato gli occhi – così almeno immagino la sua reazione – appena saputo che io non avevo idea che Molly Bloom fosse la Penelope di Joyce. “Non puoi non leggerlo! E’ un libro straordinario e non è vero che è incomprensibile e faticoso!”. Da questo episodio ebbe inizio una mia riflessione sul diritto di non sapere e anche sul diritto di non fingere. Avrei potuto rispondere in molti modi, diciamo almeno tre. Il primo, dopo un naturale attimo di dubbio: “Ah certo, è vero, cazzo! Sai, l’ho letto quindici anni fa, cazzo è proprio vero, che fantasia i genitori della tipa!”. Oppure, cogliendo davvero l’attimo come solo quelli veramente svegli sanno fare: “Bravo, proprio come la Penelope di Joyce!”. Invece dalla mia voce sarebbe sorto un semplice quanto patetico: “Ah, davvero?”. Bene, signori, non l’ho letto, ma perché il mio distributore dava per scontato che lo avessi letto? O, più semplicemente, aveva deciso di esaltarsi al solo ricordo di una lettura così entusiasmante?  

A Simone, al bancone del suo bar, interessava invece coinvolgermi nella sua particolare ossessione per questo autore irlandese, quasi un messia da seguire lungo il sentiero dell’infinito. In David Lynch, invece, i sentieri sono due, paralleli e pericolosi. Non è detto però che tutto ciò che sia doppio resti tale. Due sono anche le possibilità che una storia vada a finire in un certo modo; basta mettere qualcosa dentro la storia, sia questo qualcosa una persona, una goccia d’acqua, un incidente qualsiasi, e il finale che conosciamo sarà annientato. Oppure no? Non è questo il luogo per criticare (in senso buono, cioè con il fine di esaltare) Lynch, del resto chi sono io per criticare quindi esaltare un artista dopo averlo studiato? Per queste cose ci sono tantissime battute scritte da più o meno autorevoli esseri umani in ogni dove, in formato digitale o cartaceo. Il mio Lynch è invece l’eterno ritorno alle passioni/ossessioni della mia vita. Anche il nuovo Twin Peaks è, programmaticamente, un ritorno. I personaggi fanno ritorno alle loro storie, ai loro luoghi, così come Lynch fa ritorno a tutto quello che abbiamo già passato seguendo la sua incredibile carriera artistica.

A Lynch, per inciso, è dovuto il nome del mio negozio di dischi.

Nell’insistere con una parte specifica degli Stati Uniti, che è poi quella in cui è cresciuto, nell’usare la regionalità per dire la sua sull’esistenza umana, mi ricorda il mio scrittore/ossessione dell’ultimo anno, quel Thomas Bernhard che fa dell’Austria – la sua odiata Austria – il centro del mondo dal quale sembra impossibile uscire proprio perché in quel centro del mondo c’è già tutto. Tutto è stato detto, secondo Bernhard. Lynch è di un’altra pasta, decisamente non apocalittico. In Lynch, niente è stato ancora detto e tutto è una possibilità. A Nordovest torna sempre, in quei boschi dove ci si può perdere anche se si viene da una tranquilla famiglia benestante di una tranquilla parte degli Stati Uniti.

Il bosco è un luogo di perdizione. E’ in mezzo alle fratte che inizia il dramma di Velluto Blu, forse l’opera lynchiana più vicina a Twin Peaks, quando un imberbe Kyle MacLachlan trova un orecchio umano; è nella natura che si nasconde il pericolo, che non è per forza malvagio quanto sconveniente. Le possibilità sono infinite: a tutti nella vita può capitare di uscire dal seminato, di fare una pazzia, e sta qui il bello della poetica di David Lynch. I suoi splendidi protagonisti, anche quando si gettano nel fuoco, non perdono la loro umanità e il loro fascino. Non solo: perfino gli attori si trovano a fare i conti con l’innocenza perduta (?) dal loro personaggio. Lara Flynn Boyle non proseguì l’avventura fin da Fuoco cammina con me, a quanto pare perché stava girando altri film ed era troppo impegnata. Mai creduto a questa versione; piuttosto ho sempre immaginato, se non saputo da qualcuno o qualcosa (da un sogno?), che lei non volesse interpretare una scena nella quale anche il suo struggente personaggio si sarebbe mostrato nella sua parte lasciva. Per conto mio, dopo una vita intera dedicata a studiare e ad amare quel grande e immortale mito che è il rock’n’roll, mi sento un po’ misero. Mi mancano gli eccessi, le botte di adrenalina, la vera essenza della strada a due corsie di David Lynch. Ho sempre preso quella più rassicurante, osservando da (molto lontano) o piuttosto immaginando le scene sovversive che accadevano dall’altra parte. Lynch è riuscito a raccontare, partendo dal giardino della casa di provincia di Velluto Blu, ciò che banalmente chiamiamo bene male ma che in realtà è tutto ciò che ci emoziona. Se non prendiamo una strada, ci sarà il nostro vicino di casa che lo farà, o il nostro compagno di banco delle elementari, o una nostra ex che si è stufata di noi.

Ci pensavo ieri, ai miei compagni delle elementari; considerato che quella era la scuola di quartiere, che frequentavi se eri residente da quelle parti, che poi non era vero in toto, dato che c’era anche gente che abitava a quindici chilometri di distanza, sarebbe normale incontrarli spesso, visto che in quel quartiere non ci abito più ma ci passo quasi ogni giorno. Non so niente di loro, tranne di uno che non c’è più e che ebbe la sfortuna di prendere una di quelle strade perdute che ci sono in Lynch. Mi sembra incredibile ma sono tutti assenti nella mia vita. Una sola di loro è entrata da Nordovest in questi tredici anni e, sul momento, neanche la riconobbi. Se vivessi a Twin Peaks, prima o poi, qualcuno di loro tornerebbe nella mia vita. Non voglio dirvelo, cosa accade al maggiore Briggs, a Dale Cooper, a Laura Palmer, a Big Ed, a Norma e alle sue torte, a Audrey Horne. Non voglio anticiparvi tutti i legami tra quest(a) Twin Peaks e tutte le precedenti opere del regista/pittore/musicista nato a Missoula. Meritate di emozionarvi come è accaduto, perdutamente, a me, in questo pazzesco ritorno a casa lungo diciotto ore che ho già visto, come dicevo prima, già due volte per intero. “L’artista è un uccello che fa sempre lo stesso suono”. Lo ha detto Federico Fiumani. Ecco, non ho meglio da dire riguardo a David Lynch. Diffidate invece di chi segue le mode e cambia stile da un disco all’altro o da un’opera d’arte in generale all’altra. Questi ultimi si chiamano opportunisti, furbetti, nella migliore delle ipotesi artigiani. Come avevamo iniziato? “Non vediamolo, non facciamoci del male, no?”. Io, di Lynch, ho fatto bene a fidarmi. Per l’ennesima volta.

Epilogo: sì, certo che la mia macchina poi ha pomiciato col muretto ma non con quello che mi sarei aspettato: mi sono concentrato per passare quella curva strettissima, l’ho fatta da Dio (iniziale maiuscola giusto per rendere l’idea) e poi mi sono rilassato, soddisfatto come un poppante dopo la prima scopata e… Sbam!

 

LA PRIMA VOLTA

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“Le cose è bello scoprirle da soli, non mi piace essere imbeccato da qualcun altro”. Sentita tante volte questa storia, che ne dite? E’ un bell’approccio ma, per forza di cose, relativo. Cosa vuol dire arrivare da soli? Di qualcuno o di qualcosa ho dovuto fidarmi, per forza di cose. Cristiano sceglieva i dischi dalla copertina, in tempi in cui non potevamo ascoltarli su internet e il rischio era quasi obbligato. Non era una brutta idea: in fondo, dalla copertina di un album si capisce quasi sempre che tipo di musica è contenuta nell’oggetto in questione. State attenti al “quasi”: i Fufanu, gruppo islandese dalle diffuse assonanze con i Joy Division e con la migliore new wave, ebbero la sciagurata idea di realizzare una copertina che a tutto faceva pensare, tranne che alla loro musica. Originali, si potrebbe dire di loro in questo caso, ma come avrei spiegato ai fan dei Cure e dei Kraftwerk che quella copertina (diciamolo pure: brutta) con un – una? – giavellottista in performance atletica in mezzo al nulla della pianura islandese nascondesse una musica che avrebbe esaltato le loro pretese musicali? Infatti non c’ho nemmeno provato, mi sono arreso in partenza.

La presentazione visiva di un album dovrebbe essere coerente, per gusto e intenzioni, al contenuto. Scegliere il disco dalla copertina è un’esagerazione, ne convengo, ma è un’azione che introduce il discorso su cosa o chi possa influenzare le nostre scelte musicali. Come, dove e perché ci siamo avvicinati ai nostri artisti preferiti? Chi è stato a imbeccarci? Come è stata la prima volta? I R.E.M. li beccai su DeeJay Television, programma musicale commerciale se ce ne sia mai stato uno ma che, confrontato con i programmi musicali di adesso, era quanto di più credibile possiate immaginare. La canzone era Stand, e nella mia capoccia di ragazzino curioso ma superficiale funzionava eccome, solo che non avrei mai pensato che nella mia vita successiva non avrei più fatto a meno della musica di quei quattro sconosciuti sudisti. A quei tempi, intendo negli ottanta e, soprattutto per me, nei novanta, la televisione aveva un ruolo importante in questo senso. MTV e ancora di più Videomusic furono i veicoli per fare conoscenza per conto mio con la scena musicale. La stessa RAI, nei pomeriggi in cui fingevo di studiare, portava in studio il meglio di quello che le etichette indipendenti proponevano.

Un sabato, in diretta, suonarono gli White Tornado. Fu uno shock, per me. Era un programma che raccontava i fermenti giovanili delle città italiane, una città alla volta, un pomeriggio a settimana. Dedicarono una puntata a Catania, che allora veniva accostata a Seattle per vivacità culturale e iniziative underground, e che con Seattle aveva in comune il fatto di essere periferica rispetto al cuore istituzionale e storico delle rispettive nazioni. “Su Youtube c’è tutto”. E’ una frase del mio amico Corrado. E’ una frase filosoficamente corretta perché su Youtube ci sono le persone che danno da mangiare ai loro animali, ci sono i tutorial per cambiare una lampadina e per rifare Stairway To Heaven, ci sono gli episodi di tutte le serie televisive del mondo, nonché tutto il gossip possibile e immaginabile, ci siamo io, tu, voi, nostro malgrado, c’è il freak del paese ripreso al bar che declama sciocchezze, ci sono i canestri di Len Bias all’università prima che una maledetta overdose lo facesse sparire da questo mondo, c’è Jim Carroll che canta con Lou Reed, c’è la figa, tanta, troppa, troppissima. C’è tutto quello che volete ma il filmato degli White Tornado che suonano dal vivo in RAI non c’è. Fino a pochi mesi fa non c’era neanche il loro disco ma poi è stato inserito, quindi non dispero nella manifestazione miracolosa di quel momento che mi ha segnato profondamente. Io, un gruppo simile, non l’avevo mai neanche immaginato. Mi piaceva il noise rock, certo, non che non fossi già pronto ma in quella esibizione ci fu qualcosa che mi colpì, forse proprio perché era di sabato pomeriggio, sulla televisione di stato. Chi recensì su Rumore l’album From Hand To Mouth, scrisse che sembrava scritto da Patrick Bateman, l’inquietante protagonista di American Psycho, e devo dire che è un pensiero che condivido perché mistero, ferocia ma anche sarcasmo e stile sono gli elementi che compongono questo indimenticabile e nerissimo capolavoro dell’underground di fine novecento.

Il noise rock è uno stile musicale che non è mai diventato una moda o un cliché. Sarebbe potuto accadere, in fin dei conti un bravo musicista potrebbe copiare qualsiasi stile, no? Eppure, al contrario di generi musicali anche estremi, diciamo pure d’avanguardia, il noise rock è rimasto il territorio di caccia di autentici outsider, nessuno dei quali è diventato ricco bello e famoso, e nessuno dei quali è riuscito a conquistare un pubblico che non sia, per forza di cose, di nicchia. Il sovrano indiscusso della scena è il più volte citato, nei racconti miei e di chiunque abbia mai scritto di american indie, Steve Albini, uno che potrebbe comprarsi il mondo se volesse ma che, semplicemente, non vuole. Visti un anno fa, gli Shellac si sono confermati duri e puri, in qualche modo ostili, davanti a un pubblico neanche troppo numeroso, e loro, di una certa scena, sarebbero quelli famosi! Peraltro, tornando alle prime frasi, scegliere un disco noise rock dalla copertina non sarebbe facile, poiché manca del tutto il cliché figurativo del genere. Si va dal cane a zampe all’aria dei Jesus Lizard al fumetto freak dei Colossamite, dal pugno in faccia dei già citati White Tornado al fuoco giallo degli Oxbow. Per individuare la musica che fa per voi, in verità quella che fa per me (anche adesso ma in particolare in quegli anni di fine millennio in cui, secondo i ricordi di Emiliano Colasanti, io non ascoltavo altro che noise rock), è più utile, in questo caso, affidarsi alle etichette discografiche. Questa è stata la fortuna per me, fin dagli inizi della mia passione per certi suoni distorti e allucinati! Queste le parole magiche: Skin Graft, Amphetamine Reptile, Dischord, Wallace, Neurot, Tzadik, Ipecac e, sopra ogni cosa e al di sopra di ogni sospetto, Touch and Go.

Mai nella storia della musica,un marchio è stato così caratterizzante della musica proposta, tanto da definire un vero e proprio stile. Certo, non tutti i loro album sono per forza dissonanti e spigolosi ma da quel brand* non è mai uscito qualcosa di anche vagamente commerciale, né che lo sarebbe diventato in seguito.  Posso dirlo senza timore di smentita: con Touch and Go sono andato sempre a scatola chiusa e non sono mai rimasto deluso. Perfino le Cocorosie, che poco avrebbero da spartire con il violento sarcasmo di David Yow o con il nervosismo asociale di Albini, hanno avuto qualcosa di speciale per un quarto d’ora. Fin dalle copertine, passando per i temi spesso colti e antagonisti delle canzoni, l’etichetta di Chicago ha rappresentato una certezza nella mia vita, direi proprio un esempio di stile e di buon gusto. Semmai, la mia riflessione riguarda certi sentimenti sulla lunga durata. Un mio amico, che per motivi di lavoro è costretto a essere più colto della media, mi parlò una sera di una serie di principi che, in estrema sintesi, definivano il cambiamento totale delle cellule in un essere umano nell’arco di dieci anni. Pensai: “Ecco perché a un certo punto le coppie si dividono. Soprattutto, ecco perché i redattori di Pitchfork di punto in bianco preferiscono Rihanna ai Butthole Surfers!”.

E io? A me quelle chitarre grezze, quei testi sovversivi, quelle voci precarie continuano a piacere, nonostante abbia aumentato a dismisura i miei interessi musicali. Succede ancora, quando ascolto certe cose, che un ospite distratto mi chieda se si è rotto il disco o se sta scricchiolando qualcosa nella struttura del locale; se ciò accade nel 2018, vuol dire che il noise rock è all’avanguardia come lo fu ai tempi in cui un vero intellettuale che si chiama Brian Eno decise di produrre una compilation nella quale quattro band rumorose della scena di New York avrebbero mostrato tutta la loro arte, cambiando per sempre la storia del rock’n’roll americano. No New York codifica il matrimonio d’amore tra l’avanguardia e il punk, costruendo grazie a un manipolo di disadattati uno stile insieme lascivo e colto, per un mix che non si era mai visto né sentito fino a quel momento. Con quel disco si frantumò per sempre l’idea che chi sa suonare debba per forza sfoggiare tutta la sua tecnica, inseguendo un’idea di musica educata e perfetta. Artisti come Arto Lindsay e James Chance avrebbero potuto suonare qualsiasi genere musicale ma scelsero un approccio dissonante e rivoluzionario. Lawrence dei leggendari Felt, che non è americano ma che ha molte cose in comune con lo spirito rivoluzionario e antagonista di certo american indie, tanto da essere considerato una specie di Tom Verlaine inglese, dice proprio questo: “Io sono un artista e tutto quello che faccio lo faccio per l’arte, mai per i soldi” . Io, che invece i dischi li vendo, li compro, li ascolto, li consumo ma non li faccio, non ho mai creduto che il rock’n’roll debba essere per forza una corsa a perdere. Per intenderci, la musica per la stragrande maggioranza di chi la suona, è un lavoro e non c’è niente di male ad avere un pubblico, un tornaconto, per usare una parola brutta: un mercato. Detto ciò, sapere che in una nazione come gli Stati Uniti, dove il denaro è al centro di tutto, esiste un’intera scena musicale che da quarant’anni sceglie di fare tutto per l’arte mi riempie di orgoglio per essere salito su quel carro fin da quando ho l’età della ragione.  Non posso negarlo, anche se le mie cellule sono tutte diverse rispetto a quando avevo diciannove anni, sono ancora innamorato del noise rock e, quando leggo Touch and Go sul retro dei dischi, attraverso un momento di felicità.

*Se Steve Albini sapesse che ho usato questo termine per definire la “sua” etichetta, mi darebbe fuoco.

PATRIA O MUERTE (i miei trenta dischi italiani)

massimovolume-2017

30. CESARE BASILE. Closet Meraviglia.

Facemmo la fila per la birra, a un piccolo festival non lontano da casa. Notai che la ragazza prima di me aveva il pass. E’ un’artista, quindi è “qualcuno”, quindi sarebbe stata buona cosa sapere chi fosse ma invece no, non sapevo chi fosse. Lele non si fece problemi e attaccò bottone. Io, appurato che la tipa fosse catanese, buttai lì con inusitata nerditudine: “Conosci Cesare Basile?”. Rispose che sì, bevono birrette nello stesso bar. “Salutamelo”. Una volta una webzine discretamente conosciuta mi chiese di scrivere qualcosa sui suoi dischi, così decisi arbitrariamente che Closet Meraviglia fosse il suo capolavoro. Nostalgicamente e acriticamente, a distanza di anni, confermo.

29. ARDECORE. Ardecore.

Una domenica mattina guidai in direzione Vermicino, verso la prima cantina di un tour, in stile Sideways ma senza amici né tipe sexy conosciute tra una degustazione e l’altra. Mi accompagnarono le canzoni più che classiche di una tradizione non mia, rivisitate dal proprietario di un locale (che in qualche modo, questo sì, mi appartiene, almeno da spettatore) che in sogno deve essersi improvvisamente visto nei panni di Pall Jenkins dei Black Heart Procession, californiano ma di origine per metà italiana. Tutto torna, più o meno.

28. PINO DANIELE. Nero a metà.

Non avevamo i cellulari, figuriamoci i social network. Eppure ci trovammo in quella casa a due piani della quale ricordo le immagini religiose e l’autostrada vicinissima, tanto che quando passavano i tir le pareti tremavano, o forse era (è) solo una mia suggestione. La biondina festeggiava il compleanno: fummo accolti con un calore così forte che non riesco a capire perché non ci siamo più tornati, da quelle parti. O magari qualcuno ci sarà pure tornato, io no di certo. Mancavano i mezzi per mantenere i rapporti nei tempi vuoti, tra città e città. Oggi sarebbe tutto diverso.

27. SKIANTOS. Kinotto.

Non mi piace la musica demenziale. Per me la musica è una cosa seria. O magari è colpa di chi la fa, certa musica, almeno in Italia. Non sopporto Elio e le (sue) Storie Tese, non mi hanno mai fatto ridere ma proprio mai, anche se ammetto che quella volta in cui si fecero cacciare dal Concertone furono gagliardi. Gli Squallor, rivalutati qualche tempo fa da Blow Up, si commentano da soli, e il prossimo che mi parla bene dei Prophilax rischia l’incolumità. Latte & i Suoi Derivati sono intelligenti ma non mi hanno mai strappato un sorriso. Ecco, tutto questo per dire che gli Skiantos erano un’altra cosa, un Gronchi rosa da ammirare in mezzo a tanta pochezza.

26. FRANCO BATTIATO. L’era del cinghiale bianco.

Spesso vengo accusato di essere musicalmente esterofilo. Il punto non è se la musica italiana può essere al livello di quella anglosassone o africana o di qualsiasi parte del mondo. L’artista è un singolo individuo e la scintilla del genio non può essere legata alla geografia. Il problema che pongo a me stesso da sempre è: se fossi americano conoscerei Battiato, tanto per fare un esempio? Purtroppo no, mentre è sempre vero il contrario: la musica migliore di tutto il mondo arriva da me ed è quindi universale. E’ proprio una questione culturale, noi italiani non sappiamo vendere i nostri artisti, siamo limitati da non so dire neanche quale barriera. Eppure io adoro i dischi dei cantautori italiani degli anni settanta; ne troverete altri in questa lista.

25. RINO GAETANO. Mio fratello è figlio unico.

Vent’anni fa il treno si fermò in una piccola stazione. Non c’era nessuno, avevo viaggiato per un’intera giornata, quasi sempre in piedi. Nel viaggio non c’era niente di strano, la gente viaggia continuamente, la vita di tante persone è costellata di punti uniti da vettori e del tempo relativo che si perde per unire determinati punti. La mia, di vita, però mi riserva spesso destinazioni inconsuete, e quella lo fu senz’altro. Aggiungiamoci l’assenza, anche in questo caso, del cellulare, quindi di qualsiasi contatto con il mondo esterno, nonché la mia scarsa tendenza a fare amicizia con il primo che capita, quindi si può capire che il raggiungimento della destinazione mi sembrò qualcosa di speciale, tanto che mi sdraiai per terra a guardare il cielo.

24. CRISTINA DONA’. Tregua.

Non amo chi si propone, preferisco chi viene scelto. Intendiamoci, un musicista deve per forza chiedere, promuovere, vendere, è impossibile fare altrimenti se si vuole mandare avanti un progetto, così vale per gli scrittori. D’altra parte, quando capisco che dietro il successo di un artista c’è la sua faccia da culo o addirittura qualcosa di più losco, mi viene l’orticaria. Una volta chiamai apposta gli organizzatori di un premio importante di musica indipendente per segnalare che il loro gruppo dell’anno aveva comprato le proprie copie a centinaia per far salire l’album in classifica; questo gruppo aveva falsato il mercato, commettendo un reato, e avrebbe pure ricevuto un premio! Poi c’è gente che conosco che fa grandi dischi o che ha scritto un bel libro e nessuno lo sa. Che c’entra Cristina Donà? Piace tantissimo a uno che ha un libro (che vorrei leggere) nel cassetto.

23. DIAFRAMMA. Anni Luce.

Non si parla spesso delle donne di Bob Dylan, eppure anche un artista che mira da sempre all’assoluto, con spocchia pari alla sconfinata cultura, ha cantato le debolezze del cuore. Nel disco che tutti conoscono per le invettive hippie contro i padroni del mondo, Dylan mette in copertina la fidanzata e dedica una canzone a quella precedente. Delle donne di Fiumani si parla sempre, lui ne parla sempre, anche perché di invettive hippie non c’è più bisogno e di certo lui non le avrebbe scritte neanche se fosse nato vent’anni prima, infatti in copertina c’è una donna e c’è anche Dylan perché in questo meraviglioso e sottostimato album Federico si erge a cantautore e ci mette la faccia senza mancare di rispetto a una figura tanto ingombrante.

22. LITFIBA. Desaparecido.

Non mi piace il rock demenziale ma neanche quello militante ha mai scaldato il mio cuore. Non sono un fanatico della musica da centro sociale, degli slogan, delle bandiere applicate alla musica. Magari siamo sfortunati, se in America avevano i Fugazi e noi la Bandabardò è solo una questione di qualità, non di idee politiche. Mi piace pensare che non sia tutto di così facile lettura, mi piace pensare che i musicisti dallo slogan facile siano appunto facili, privi della famosa scintilla del genio. Quindi l’arte è davvero apolitica come dice il già citato Fiumani? Nel senso puro del termine “arte”, direi proprio di sì ma un disco di sinistra, senza slogan e senza facili ruffianate ma pieno di grandi suggestioni quale è Desaparecido, questo sì che scalda il cuore!

21. FRANCESCO DE GREGORI. Rimmel.

Il Bar Franchi è un posto dove non mi sono mai sentito a disagio, neanche una volta, neanche per mezzo minuto. Quando vado in un bar e mi siedo sul trespolo, la bevanda, che sul trespolo del Bar Franchi è solitamente la Nastro Azzurro alla spina, può essere il fine o un mezzo. Una sera fu il mezzo per scandire un dialogo a tre su De Gregori, su Rimmel in particolare. La bevuta e le parole andarono a tempo senza che si avvertisse mai noia né, al contrario, ansia da iperattività verbale. Era tutto perfetto: chi ascoltava, ascoltava; chi parlava, parlava; chi beveva, beveva. Sullo sfondo le fantasmagoriche visioni del Principe. A un secondo livello di lettura, ancora Dylan.

20. BACHI DA PIETRA. Non io.

Nella prossima vita vorrei essere come Giovanni Succi. Così indipendente, sicuro di sé in modo quasi autistico, così cupo ma sorprendentemente carismatico. Vorrei mettermi in gioco, avere la giusta arroganza per fare sempre quello che voglio, a costo di sembrare stronzo. Così sarei anche piemontese, duro come il vino di quelle parti, un culto per intenditori. Non potrei piacere a tutti, anzi, piacerei a pochi ma sono sicuro che avrei grandi idee e un modo attraente di raccontarle.

19. MASSIMILIANO LAROCCA. Un Mistero Di Sogni Avverati.

Non sono un appassionato di motori, tutt’altro. La macchina è un mezzo di trasporto, deve essere funzionale, certo, ma niente di più. Non capisco l’esistenza delle auto cosiddette performanti. Se c’è un obiettivo da raggiungere, però, potete contare su di me. Metterò un disco e guarderò l’asfalto davanti a me, mentre voi aprirete il finestrino per fotografare mezza Italia da mettere su Instagram. Il tempo volerà, a meno che l’obiettivo da raggiungere non sia Marradi. Perché, quando staremo respirando Firenze, ci ricorderemo dell’altra volta e di tutte quelle curve, e di tutti quegli alberi: questo e altro, per un sorso di poesia pura!

18. 24 GRANA. K-album.

Altro giro, altro viaggio. A sud. Mi sono impadronito di un immaginario: da qualche anno, se punto a sud, la custodia con la copertina celeste e la grande lettera disegnata di un nero sottile giace in un posto a caso della macchina, priva del CD che è rigorosamente in loop nello stereo. L’altro giorno un amico, riguardo a un disco dei Gun Club, mi parlava con grande entusiasmo di come l’ascolto non lo stancasse mai. E’ quello il momento in cui ci si accorge di avere un disco nel cuore. A sud, per ore, i 24 Grana monopolizzano con un solo, fantastico album, le mie emozioni, ed è impossibile farne a meno.

17. EDOARDO BENNATO. Non farti cadere le braccia.

A pochi chilometri da Assisi c’è un grande cartellone pubblicitario, messo lì per invitare i passanti a mangiare in un ristorante o tavola calda che sia. C’è scritta una cosa che mi colpì da subito: torta al testo. Ero reduce da una durissima discussione con i miei migliori amici, durante la quale si era parlato di globalizzazione e di immigrazione, con toni piuttosto acidi. Quella scritta c’entrava perché è quanto di più no global ci possa essere, il risultato di un linguaggio e di una cultura a chilometro zero. Torta al testo esiste solo da quelle parti e comunica fragranza e serenità come un bel disco di world music, espressione paradossale proprio perché, in quanto tipica di una regione, la world music è l’arte più no global che ci sia nonostante la parola world insita nel concetto.

16. SIX MINUTE WAR MADNESS. Il vuoto elettrico.

Ho un debole per il Natale, e per Natale intendo tutto il periodo, diciamo dalla vigilia alla befana. Mi piace il freddo, e la conseguente possibilità (che ho) di riscaldarmi dentro una casa o in un’enoteca. L’unico stress collettivo sembra essere quello legato ai regali, cosa che se fosse proiettata sul resto dell’anno sarebbe una pacchia; pensate a un’intera comunità che ha come unica preoccupazione quella di non sbagliare i regali. Un regalo al giorno, sette regali a settimana, magari divisi per le persone importanti, oppure trecentosessantacinque regali alla stessa persona in un anno, se vi importa di una sola persona. Una volta, alla vigilia, ho messo “Il vuoto elettrico”, prima della cena. Mi costrinsero a toglierlo. Giustamente.

15. CLAUDIO ROCCHI. Volo Magico N. 1.

Un mio cliente dice che il rock progressivo è la musica per la mente. Quando lo dice, e lo dice spesso, sembra che intenda una mente lucida, che ragiona, ma forse un secondo livello di lettura ci porterebbe da un’altra parte. Io, per esempio, non ho un rapporto di nessun tipo con le droghe. Non le ho mai provate, nonostante quasi tutta la musica che mi piace sia stata concepita sotto svariati effetti di svariate sostanze. Non mi hanno mai sedotto e, da una parte, è un peccato perché forse vuol dire che ho avuto compagnie noiose e perbeniste per troppi anni. Soprattutto, penso a cosa sarebbe successo: avrei fatto la fine di numerosi freak che passeggiano in slow motion per strada, oppure avrei declamato con assoluta libertà fremiti hippie come il delirante Claudio Rocchi di Giusto Amore?

14. ESTRA. Alterazioni.

Qualche settimana fa Walter Veltroni ha detto una cosa che mi ha messo i brividi. In estrema sintesi, ha invitato i suoi compagni a non avere paura di usare la parola sinistra. E’ un segno dei tempi, forse il peggiore. Io, che evidentemente c’entro davvero poco con questi tempi, uso ancora l’altra parola, quella che Veltroni ha abbandonato precedentemente. Siamo rimasti, a usarla, io e il maestro Bernardo Bertolucci. E Giulio Casale. Fosse solo per questo, sarebbe degno di venerazione. Non bastasse, è stato il leader del più grande gruppo rock italiano degli anni novanta, e per rock intendo proprio rock, con le chitarre elettriche abrasive e le liriche poetiche e tutto l’immaginario che ne consegue. In quella zona grigia che è l’arte, dove sensualità e ideali convivono mandando a fare in culo ogni parvenza di ecumenismo, mi piace esaltare un vero poeta, oltretutto comunista.

13. NADA. Tutto l’amore che mi manca.

Un vecchio amico, che non vedo da secoli, mi disse una volta: “Io, i libri, intanto li compro perché poi che ne sai?”. Parole sante alle quali ho pensato quando, dopo altrettanti secoli, si sarebbe affacciato un vecchio cliente, chiedendomi un CD di fusion anni ottanta ormai fuori catalogo. “Perché non si trova?”. Già, perché? Perché negare a chi c’è adesso ciò che altri hanno potuto avere in passato? Perché nella vita non si può avere tutto, neanche tutti i dischi pubblicati nella storia dell’umanità. A meno di non fare una pazzia e di pagarli uno sproposito. Quel disco di fusion anni ottanta ormai fuori catalogo costa circa seicento euro su internet, Tutto l’amore che mi manca ha scavallato i cento euro ma, se la mia copia si rovinasse a causa dei ripetuti ascolti, non esiterei a ricomprarlo.

12. PIERO CIAMPI. Piero Ciampi.

Quest’anno sono andato in vacanza nella città del mio scrittore preferito, così, giusto per vedere i luoghi descritti nei suoi libri. Livorno, invece, è la città del cantautore più straordinario che ci sia stato nella nostra nazione. Per me è anche la città di Ovosodo, un film che mi ha quasi ossessionato per anni e dal quale ho preso in prestito tante piccole cose. Per esempio, c’è un momento che mi si è piantato in testa, quello in cui discutono dell’uso di certe parole. Allora, cioè quando lo vidi per la prima volta, un po’ per gioco e un po’ per pazzia, decisi che qualche parola che non mi piace non l’avrei più usata. Credo di non aver pronunciato per quasi vent’anni la parola interessante. Un giorno però ho notato che Vitaliano Trevisan, quando lo intervistano, la usa spessissimo, quindi ho ripreso a pronunciarla e ho scoperto che mi piace.

11. FAUST’O. Suicidio.

Non ho mai creduto che sia giusto amare acriticamente le opere dei nostri artisti preferiti. Un’opera è prima di tutto fine a se stessa, al di là di chi l’abbia realizzata. Quindi, se un mio scrittore di riferimento se ne uscisse con un brutto libro sarei un folle a farmelo piacere. Magicamente, però, ci sono quegli amori che non ci deludono mai, quelle piccole grandi fissazioni che ci portiamo dietro nel tempo e delle quali parliamo sempre con orgoglio, talvolta, ne sono certo, annoiando i nostri interlocutori. Mimì Clementi ne ha (almeno) tre di questi punti di riferimento: uno è Jim Carroll, poeta di strada con una particolare passione per le città viste dall’alto, il secondo è Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America, il terzo è Fausto Rossi.

10. WHITE TORNADO. From hand to mouth.

Ero in una piccolissima cantina, da solo, alla fine di un sabato lunghissimo, a bere aspettando che dall’unica finestra entrassero le prime luci della domenica. Seduto al minuscolo bancone di quella che era la più piccola cantina vivente, c’era un capellone che parlava con un accento inconfondibile. Parlava di musica con il proprietario del posto, perché il proprietario del posto è un appassionato di musica e nella sua cantina faceva scorrere sempre musica interessante. Mi avvicinai. “Ah, sei di Catania? C’era una band a Catania che mi faceva impazzire, qualche anno fa. Si chiamava(no) White Tornado. Te li ricordi?”. Potete immaginare la mia faccia quando mi rispose che lui era stato, e non ho motivo di dubitarne, il batterista di quella band. Ed era lì, davanti a me, nella più piccola cantina del pianeta, a settecentoquindici chilometri da Catania.

9.  FRANTI. Luna Nera.

Lo ammetto, ho un debole per gli artisti che piacciono a poca gente, quelli che vengono definiti di nicchia, ma provo ancora più debolezza per chi lo è in modo incomprensibile. Intendo, che un gruppo come i Soon non se li ricordi nessuno è una cosa accettabile, anche se io continuo a farmeli stare simpatici, ma quando il mito resta nella nicchia non ci capisco più niente. Il già citato Jim Carroll è un esempio americano ma per quanto riguarda la nostra nazione il ruolo di re senza corona va senz’altro ai Franti, dei quali posseggo un commovente cofanetto reperito grazie ad A, la rivista anarchica. Quindi arrivato per posta, quindi stampato su carta riciclata. Elegante, ribelle, eterno.

8. OFFLAGA DISCO PAX. Socialismo Tascabile.

Franco mi allungò un CD promozionale con tre canzoni, dal bancone del suo circolo ARCI. “Marco, mi dici che ne pensi? Senza fretta, ascoltali, a me sembrano fortissimi ma ai soci a cui li ho fatti ascoltare non sono piaciuti un granché. Boh, mi sarò rincoglionito”. Non si era rincoglionito il mitico Franco, uno che godeva nel far suonare artisti sconosciuti indovinandone la fama futura. Solo che, nel giro di pochi giorni, il fenomeno sarebbe esploso e quello, l’album non il promo con tre canzoni, sarebbe stato il disco indie dell’anno per tutti e intendo veramente tutti. Il concerto ci sarebbe stato, con il service spostato a causa della pioggia e mai ho visto una band così entusiasta e disponibile nonostante i disagi causati dalla pioggia. Franco non c’è più e nemmeno Enrico Fontanelli. C’hanno davvero preso tutto.

7. FABRIZIO DE ANDRE’. Anime salve.

Mi piace parlare di musica, non posso negarlo. Non quanto ascoltarla, intendiamoci. Io, la musica, la ascolterei da solo anche per tutta la vita ma, non solo in negozio, cerco anche di parlarne, soprattutto per cogliere le intuizioni degli altri. Bisogna stare attenti, quando gli altri parlano di musica, perché in mezzo a tante cose più o meno condivisibili, ogni tanto esce fuori una frase memorabile, di quelle che poi saranno usate per sempre quando si tirerà in ballo un determinato artista o una canzone. Chi fu il primo a dire che i Kina sono gli Husker Du delle montagne? So invece che fu Eddy Cilia a scrivere che le canzoni dei Galaxie 500 hanno il suono di una tempesta di neve che cade a terra, e non posso dimenticare quando, in un negozio di dischi, un tipo ben più vecchio di me liquidò i Queen definendoli una parodia, o la volta in cui il mio amico Massimo, preparandosi una sigaretta, scolpì nella storia una frase magistrale quanto inattesa: “In Anime salve c’è Disamistade, praticamente i Black Heart Procession in italiano. Prima dei Black Heart Procession, per di più.

6. FLAVIO GIURATO. Il Tuffatore.

Quanto sono importanti le parole? Non per stare per forza dalla parte di Nanni Moretti, anzi; c’è chi dice che, nei dischi, le parole non contino niente, piuttosto è il modo in cui suonano che fa la differenza tra una canzone e le altre. C’è invece, tra i miei clienti, chi ascolta soltanto musica italiana perché vuole capire il senso di tutto ciò che sta nelle canzoni. C’è anche chi è contrario a qualsiasi forma di critica al riguardo, perché pensa che i gusti siano soggettivi e le emozioni debbano essere pure, mai condizionate dai significati. A me basta pensare a Bob Dylan per andare oltre tutto ciò. Le parole sono importanti, certo che lo sono. Quando un poeta sceglie il rock’n’roll o il blues per esprimersi, io non posso che ringraziarlo perché posso vedere unite in matrimonio d’amore la scrittura e la musica, ovvero le mie più grandi passioni culturali. Le parole possono restarmi appiccicate per tutta la vita, se poi sono quelle di Flavio Giurato, tanto meglio.

5. CCCP. Affinità-Divergenze.

Nel mio unico sogno ricorrente, l’ultimo anno di liceo si svolge senza interrogazioni e senza matematica e fisica, misteriosamente scomparse dall’orario. Ogni giorno vado a scuola sapendo che, solo per quell’anno, è stato deciso che quelle due materie non ci saranno. Nelle altre, di materie, non ci saranno interrogazioni e anche questa cosa la so già prima di entrare. Le volte che non entro, decido di andare verso sud per incontrarmi a metà strada con la mia amica che abita più a sud ma tutte le volte che io non entro lei invece va a scuola e tutte le volte che lei scende dall’autobus a metà strada io invece entro in classe per non fare niente, tanto per quell’anno, solo per quell’anno, non ci saranno interrogazioni né pagelle. Tutti promossi senza fare niente, dunque. Nel mio vero anno di fine liceo mi imbattei, con inevitabile ritardo, nei CCCP, e ne consumai le cassette originali comprate vicino San Giovanni, in un negozio che ora si è spostato in un’altra parte di Roma.

4. SCISMA. Armstrong.

Non ho una band preferita, non l’avrò mai. Non riesco a essere fazioso: quando a un gruppo che mi piace da sempre capita di sbagliare un disco, non lo compro. Ho peraltro lacune spaventose per quanto riguarda i concerti: mai visto Dylan né i R.E.M., tanto per fare due nomi. Perciò, quando Maurizio Blatto, su Rumore, ha raccontato le lagne degli Smiths come quelle che gli hanno segnato la vita, concedendo a noi più giovani, come alternative di livello comparabile, Radiohead e Belle and Sebastian, in quel momento ho pensato se li avessi mai avuti anch’io, i miei Smiths. I Radiohead potevano andare, no? Ho tutti i loro dischi, mi hanno emozionato negli anni e ancora ne parlo con orgoglio ma posso dire davvero di voler loro bene come a degli amici? Posso dire di provare un brivido e di sentire il cuore che batte ogni volta che li vedo e che li sento? Dopo qualche settimana, guardando un video degli Scisma su Youtube ho avuto la risposta che cercavo. Sono loro i miei eroi romantici, sono loro gli unici musicisti ai quali voglio veramente bene, proprio alle persone, quelli che andavo a sentire in giro quando ancora non avevo la macchina e vedevo che, ad assistere a quei concerti, eravamo sempre gli stessi, pochi, troppo pochi. Sempre su Rumore, da pochi mesi, c’è una pagina dedicata ai dimenticati della musica indie italiana. E’ stato bello vedere che si siano ricordati subito di Sara Mazo. Leggendo le sue parole mi batteva il cuore, come quando la vedevo sul palco. Sì, gli Scisma sono i miei Smiths.

3. LULA. Da dentro.

Era veramente un trafiletto, su un quotidiano. Non so neanche perché lo avessi comprato, quel quotidiano. Era morto Jeff Buckley, nel fiume. Il fiume, con l’articolo determinativo, quello di T.S. Eliot. Fu un caso, un eroe generazionale inconsapevole, il figlio di Tim. Non fece in tempo a specchiarsi nella sua fama. Infatti quel trafiletto sarebbe stato una pagina, se fosse morto qualche anno e, diciamo, anche un solo disco dopo. Eravamo tutti in attesa di un secondo album, pareva non si potesse vivere senza Jeff Buckley, almeno questo pensavamo noi malati di musica. Non ci potevamo credere. Era morto Jeff Buckley e nessuno ne parlava al di fuori dei negozi di dischi e di quel trafiletto su un importante quotidiano. Oggi scatenerebbe un delirio sui social, la notizia di una morte come quella. Nello stesso sborratoio di New Orleans, qualche anno prima, era finita con tutta probabilità Ylenia Carrisi, ricordata da Amerigo Verardi nello struggente finale di un disco straordinario che non mi stuferò mai di ascoltare a volume osceno.

2. FLOR DE MAL. Flor De Mal.

La cosa più tragica che possa accadermi in un negozio di dischi è dover smettere di cercare per paura di trovare troppi dischi rispetto a quanti possa comprarne quel giorno. E’ una cosa che mi mette tristezza e angoscia insieme. Una mattina, da Transmission, mi imposi di comprare un solo CD, dandomi una regola, valida solo quel giorno, che accettai di rispettare a prescindere da ciò che avrei visto. Trovato Siberia dei Diaframma, pagai e camminai per un minuto finché trovai un baretto. Non ricordo come spesi i miei soldi lì dentro, potrei scommettere per una birra ma, come sempre, la mia memoria ha un modo parziale di assistermi. Ciò che pensai fu che quello doveva essere, così almeno mi misi in testa, il baretto di San Lorenzo nel quale un (a mio avviso) insignificante gruppo della zona, peraltro molto conosciuto nella scena underground laziale, aveva costretto Marcello Cunsolo, braccato da un avvocato, a cambiare nome alla sua leggendaria band, amatissima da me, dai R.E.M. e da pochi altri in giro per il mondo.

1. MASSIMO VOLUME. Da Qui.

Emanuela dice che quando Mimì Clementi entra in una stanza il tempo si ferma e
sembra di essere in un film noir o in un quadro di Hopper.
Ecco, io, fino a un momento ben preciso, mi ero sempre girato dall’altra parte, come i più attenti lettori di questo blog sanno. Pensavo che sarebbe stato tragico avere a che fare, anche per pochi minuti, anche per una stretta di mano, con il mio Mito, il mio avatar, il mio riferimento culturale fondamentale, colui che avrei voluto lasciare nell’immaginario, lontano dalla mia vita, per non restarne in qualche modo deluso. E’ ancora lontano, non è che siamo diventati amici o cose del genere, però c’è stato un momento ben preciso in cui la mia amica mi ha impedito di girarmi dall’altra parte. Mimì, tu sei il suo Mito. E, da quello che ho potuto vedere, quella sera e in altre (poche) occasioni, è anche una persona che mi piace, una persona emozionante, tra le prime che salverei in caso di apocalisse. Quando ha presentato il suo nuovo romanzo, che è (tra le altre cose) uno splendido libro, sembrava più emozionato di noi: io e la mia amica avevamo già letto il libro ed è stato fantastico fare domande a Mimì e condividere la serata con lui. Ho visto davanti a me un uomo sorprendente e, per giorni, io e la mia amica non abbiamo parlato d’altro. Anzi, la prima cosa che farò oggi, quando passerà in negozio, sarà mostrarle la recensione di Rumore: “Hai visto? Scrivono le cose che abbiamo pensato anche noi”.

RED MEDICINE

Che-Guevara

Dieci anni fa un mio cliente mi portò i bigliettini elettorali del fratello, non ricordo se in occasione delle comunali o delle europee. Tutto, dal simbolo della lista al nome del candidato, passando per la sua faccia, faceva a cazzotti con le mie idee, così, con educazione, restituii al mittente i preziosi rettangolini cartacei. Fu un gesto spontaneo, anche semplice, eppure mi costò un po’ di amarezza e di disagio. Il cliente era, lo è ancora, tra quelli che mi lasciano più soldi e, indipendentemente dalle sue (spesso orride) scelte musicali, non ho mai capito davvero che persona è, dato che al di fuori di Nordovest non lo incontro mai. In parole povere, mi presi un bel rischio. Per molto meno, c’è gente che evita di entrare nel mio negozio. Per fortuna non se la prese. Dopo pochi minuti passò un ragazzo che negli anni precedenti aveva svolto il mio stesso lavoro, così gli raccontai l’episodio. Il suo commento fu illuminante: “Se uno entra qui dentro e non capisce subito da che parte stai vuol dire che è ottuso”. Ecco, non avrei saputo difendermi meglio. Il modo in cui è arredato il negozio, la musica che ogni giorno viene passata attraverso il mio lettore CD e il mio giradischi, i poster sulle pareti, gli adesivi attaccati alla bacheca e il mio comportamento quotidiano dovrebbero essere sufficienti a definire le mie idee entro certi confini.

Warehouse: Songs And Stories è un incredibile album degli Husker Du, che inizia con la trascinante These Important Years, scritta e cantata da Bob Mould. Gli Husker Du sono i Beatles dell’american indie, per alcune ragioni. Tanto per cominciare, i due leader si dividevano il repertorio. Bob Mould cantava i pezzi che scriveva, spigolosi e politici, mentre il batterista Grant Hart era l’autore nonché la voce di quelli più melodiosi, attinenti al power pop. Come i Beatles, ebbero una carriera lunga circa un decennio, fatta di album pubblicati a circa un anno di distanza tra loro. Come i Beatles, realizzarono i loro capolavori nella seconda parte della carriera. All’inizio erano una band punk che suonava pezzi velocissimi e ruvidi, alla fine, quindi nell’album che ho nominato in precedenza, sembravano una sorta di R.E.M. sotto acido. Già in un album precedente, avevano pubblicato una canzone, chiamata Divide and Conquer, nella quale andavano al di là del semplice intrattenimento pop per realizzare un piccolo testo illuminante che anticipava in modo assai concreto la realtà sociale che ci avrebbe investito nei decenni successivi, ma fu con These Important Years che Mould si prese una bella responsabilità, portando il punk rock a un secondo livello di lettura. Quella canzone non usava facili frasi fatte né si appropriava di eroi del passato portandoli (in modo inopportuno) dalla propria parte, vizio comune a chi fa politica in senso ufficiale, con tanto di tessera di partito. Bob Mould si rivolse al singolo individuo e lo esortò ad avere coscienza del momento storico, a rendere il proprio mondo migliore, a non sprecare tutte le piccole possibilità che abbiamo. Quando un artista, tra l’altro americano, dimostra tanta sensibilità senza leccare il culo alla massa, non può che conquistarmi. Così fecero anche i Fugazi, con le loro canzoni intelligenti e straordinarie, che mescolano l’eccitazione del rock’n’roll con l’impegno sociale. Questa è gente che avrebbe potuto fare tanti soldi, se avesse accettato di fare qualche marchetta o se avesse allungato la carriera, invece ha sempre preferito guardarsi allo specchio senza doversi vergognare. E’ gente che, alle lusinghe degli altri, preferisce la propria soddisfazione interiore.

Una sera, dopo un aperitivo, mi ritrovai a cena con un’amica e con uno sconosciuto. Entrambi dichiaratamente di sinistra. A un certo punto, la discussione si concentrò su un aspetto ben preciso. La mia amica disse senza troppi giri di parole che il suo uomo ideale è un uomo di successo. Esempi pratici: un avvocato che vince tutte le cause, un politico che vince le elezioni, una star della musica, un grande sportivo. Deve essere però un numero uno, non basta partecipare. Rimasi un po’ perplesso, anche se apprezzai molto la sua schiettezza. Dopo qualche giorno mi venne in mente il modo in cui questa ragazza sceglie la musica da ascoltare, dal vivo o su disco. Non riesce, proprio patologicamente, a essere attratta da un artista che sia poco conosciuto. Non c’è niente da fare: per lei esistono solo le grandi band e le grandi star. Se il biglietto di un concerto costa meno di cento euro non è degno di essere comprato. Se un artista riempie a fatica un locale da cinquecento posti: “Archille’, chi è questo che vai a sentire? Il solito sfigato di nicchia che piace solo a te, vero?”.

A queste cose pensai, pochi giorni dopo, quando andai a un concerto dei Diaframma. Ecco, Federico Fiumani non è tanto diverso da Bob Mould o da Ian MacKaye; anche lui è stato vicino al successo e si è sempre rifiutato di vendere l’anima al diavolo, anche lui fa la rivoluzione davanti allo specchio, da sempre. La mia amica non l’ha mai sentito nominare. Tantissima gente non l’ha mai sentito nominare. Riempie a fatica i locali da cinquecento posti, qualche volta anche quelli da duecento. In un suo libro, molto bello, che si chiama Brindando coi demoni, Fiumani scrive che l’arte è per definizione apolitica. Ha ragione, e non c’è niente di male ad avere successo, e non è neanche corretto pensare che l’artista di nicchia sia per forza più valido ma, lasciatemelo dire, sapere che uno come lui sia entrato, con le sue magnifiche canzoni, nella storia della musica e nel cuore di tanta gente (anche se non tantissima) restando indipendente e puro, è una cosa che mi fa pensare a Che Guevara. Ecco la mia sinistra: quella di chi resta nella memoria e nel cuore delle persone partendo da una posizione di minoranza. In questo senso sono guevariano. Le obiezioni dei pacifisti e dei benpensanti che lo ritengono un mercenario violento e contrario ai diritti umani non mi toccano. Che Guevara rovesciò una nazione insieme a quaranta contadini, ed è l’unica cosa che infiamma il mio cuore quando si parla di politica. Come potrebbe infiammarmi il PD con tutta la sua sete di potere?

Se Fiumani è guevariano, per come la vedo io, Bruce Springsteen (del quale c’è un poster in bella mostra in negozio, a dire il vero, ma che non fa un disco importante da quando andavo alle elementari), gli U2 e gli AC/DC  sono il PD della musica. Il loro successo è ecumenico, democristiano, senza dubbio inseguito e coltivato. Andare a certi concerti è come andare dal papa: si è sicuri di essere in tanti. La mia amica di prima non mancherebbe di certo in mezzo al pubblico perché se ci vanno tutti vuol dire che bisogna esserci. Il timore (che condivisi con Emanuela) di ritrovarci in un locale vuoto, prima del concerto di Clementi e Nuccini dedicato a T.S. Eliot, timore peraltro smentito dalle circa centocinquanta persone che avrebbero dedicato il proprio tempo alla purezza dei Quattro Quartetti, ha a che fare con stati d’animo eccitanti quali l’incertezza e lo stupore. Ha a che fare con l’emozione di guardare e ascoltare qualcuno che porta avanti la sua arte in modo straordinario e non corrotto. Qualcuno che, andando via dal locale dopo lo show, nonostante la sua posizione di netta superiorità come essere umano speciale e immortale, ci avrebbe perfino ringraziato, con una botta di umiltà che avrebbe potuto davvero rovesciare una nazione.

Un episodio accaduto in negozio sintetizza il rapporto politico che c’è tra me e la musica. Un avvocato che compra solo vinile, con predilezione per il rock anni settanta e per il jazz più raffinato, mi ha chiesto come fosse il nuovo album dei Deep Purple. Io l’ho snobbato, rispondendogli che non mi importa nulla di sapere com’è quel disco. Lui si è schernito, ha arricciato il naso e mi ha sbeffeggiato: “In compenso vedo che i dischi di Mark Lanegan non mancano mai nel tuo negozio”. Gli ho risposto con inusuale (per me) eleganza: “Ma Lanegan è il mio pupillo! E’ piezz’ ‘e core! E poi lo sai, la mia donna ideale è quella che incontro al bar o al supermercato, mica quella famosa!”. Mi ha guardato, apparentemente convinto; forse nella sua testa stava girando il mai troppo lodato verso di Fabrizio De André, quello dei diamanti e del letame. E’ stato bello gioire dentro di me, il giorno dopo, quando ho venduto il vinile di Mark Lanegan che l’avvocato aveva dileggiato, mentre quello dei Deep Purple è ancora al suo posto, a distanza di un mese.

Dal basso nascono grandissimi artisti, e qualche volta non arrivano neanche a goderselo, il successo. E’ per questo che l’anno scorso ho dato volentieri qualche soldo ai Television, per un concerto passato inosservato ai più, magari intenti a battagliare su Internet per il biglietto (costosissimo) di un concerto più importante. Quei Television che, letteralmente, montarono il palco del CBGB, a Bowery, locale che, per definizione, ha fatto la storia del punk. Quei Television che, di quel locale, erano le stelle indiscusse e che, però, non avrebbero mai ricevuto in dono, dal resto del mondo, la fama meritata. Questo è il mio modo di essere di sinistra: amare le persone diverse, quelle che rompono lo status quo, quelle che non cercano il consenso di tutti ma che cambiano la vita anche a pochi di noi. Quelle intellettualmente oneste, non quelle che comprano gli spazi sui media. La mia sinistra non ha alcuna tessera ma vive nei colori, nei suoni e negli adesivi sulle pareti di Nordovest.

L’arcobaleno

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“Metti un disco, sceglilo tu”. Dopo aver messo sul piatto Gioielli Rubati di Alice, pensai alle coincidenze che portano i dischi a migrare da un luogo all’altro. Certo, a casa di Emanuela quel disco ci sta bene ma non è uno di quei vinili che avrebbe cercato apposta. Insomma, ci sono dischi che uno vuole per forza e altri che, semplicemente, capitano. Le decisioni estranee all’esistenza di un disco possono causare determinati teletrasporti. In questo caso, ed è stato davvero un caso, c’entra il mio istantaneo sì a una telefonata di Vittorio, avvocato con il vizio di organizzare concerti di musica indipendente.

Ad Avellino ero già stato altre due volte. La prima, con mio padre e mio nonno, a vedere una partita di calcio. Poi, durante il servizio civile (di leva, nel mio caso). Ci sistemarono alla Casa dell’obiettore, comprese le ragazze, ma sotto il vigile controllo del direttore, un tipo preciso e perbenista come, del resto, il suo ruolo richiedeva. La prima preoccupazione del Biondo, un ragazzo che di lavoro fa l’autista di scuolabus e che è la riproposizione sputata dell’analogo personaggio dei Simpsons, allampanato, capellone e dedito a vizi leggeri, fu quella di capire da quale finestra fosse possibile far entrare una cassa di birra che avevamo comprato all’ipermercato e nascosto nella macchina guidata dal braccio destro del capo, di noi complice. Avremmo dovuto stare ad Avellino tre giorni e due notti. La prima notte fu memorabile. Non accadde niente di così straordinario, a parte il fatto che una delle ragazze si concesse (non a me) nella camera accanto a quella del capo, e che il capo stesso, svegliato dalle nostre voci provenienti dalla sala principale, entrò in un momento ad alto tasso di ambiguità.

L’immagine vista dalla nostra prospettiva: il capo in pigiama, tutti i capelli spettinati sparati in alto, gli occhi stropicciati, l’espressione incredula. L’immagine vista dalla prospettiva del capo: una cappa di fumo di dubbia legalità, cadaveri di birre in ogni lato della stanza, il televisore acceso su un canale di chat erotiche, le nostre colleghe ubriache. Per fortuna non fece la conta dei presenti o forse, rincoglionito dal sonno, si dimenticò dei due che stavano scopando nella stanza accanto alla sua. Il giorno dopo, rispettando il programma, ci portò alla riunione con i colleghi di Avellino. Al termine ci fece i complimenti per come avevamo interagito, per poi gelarci: “E’ davvero un peccato dover constatare che persone intelligenti come voi non siano capaci di mantenere un contegno. La nostra trasferta finisce qui, ho già inventato una scusa per cancellare gli altri impegni. Stanotte siete stati indegni”. Quindi la seconda notte in Irpinia non ci fu. Una volta tornati in sede, ci processò, paragonandoci a stupratori e pedofili, a gente che dio (che scriverò sempre, rigorosamente, in minuscolo) perdona e che quindi anche lui non avrebbe denunciato, concedendoci così la grazia. In pratica si paragonò a dio ma devo dire che in seguito non ci avrebbe mai più fatto pesare l’episodio, mantenendo negli anni un rapporto cordiale con tutti noi.

Sarebbero passati tredici anni prima del mio ritorno nella città dei lupi. “Marco, vuoi venire in trasferta ad Avellino? Passeremo due giorni con i Lambchop. Dall’altra parte del cellulare, c’era la voce sempre frizzante di Vittorio. Un entusiasta perenne, sorridente di un sorriso pacifico, che mi fa stare bene. Ha due manie quasi insostenibili: durante i concerti deve fare video o foto allo sfinimento, tanto che ho seri dubbi che si goda davvero lo spettacolo; poi ha questa fissa per gli artisti in quanto esseri umani. Per me, già lo sapete, conoscere un artista del quale ho i libri o i dischi a casa è una sofferenza; ho paura di sminuirne il mito o quanto meno la purezza, ho il terrore che mi risulti antipatico. Se poi l’artista in questione parla una lingua diversa dalla mia, e anche questo lo sapete bene, vado proprio nel panico. Vittorio invece vuole essere amico dei musicisti, vuole conoscerli, ospitarli, condividere con loro l’esperienza del tour. “Dai che mangiamo con loro, partiamo presto così li aiutiamo pure a preparare gli strumenti e il service all’auditorium”.

Era il mio primo viaggio con la macchina nuova, ed ero davvero contento. Loro partirono con tre macchine, io caricai con me Frank Bombay e partii con calma: saremmo stati indipendenti ma con la certezza di avere alloggio, biglietto del concerto e un posto a tavola con gli organizzatori il giorno dopo. Con i Lambchop no, non volevo mangiare, quindi li avrei lasciati a Vittorio. Io e Frank saremmo andati in avanscoperta in Irpinia per i fatti nostri. Questo è ciò che pensavo. In realtà l’imprevisto era dietro l’angolo. La mia macchina era ed è ancora nuova, quella della moglie di Vittorio invece si arrese a metà strada. Così caricammo anche due amici loro, e fummo appena meno indipendenti. Lasciati a loro i Lambchop e l’albergo istituzionale, io e Frank ci inoltrammo nelle strade di Atripalda, piccolo comune dove un anno prima avevo visto un bel concerto dei Follakzoid, reso degno di nota da due o tre cose di contorno.

All’inizio della serata, quando eravamo ancora a Frosinone, Lele ci fece sapere che avrebbe guidato, con l’impegno che chi avesse bevuto di meno lo avrebbe eventualmente sostituito al ritorno. In preda a una del tutto ingiustificata euforia, comprai due bottiglie di vino per il viaggio, molto buone. Insomma, spesi qualche soldo. Eravamo pronti, l’appuntamento era fissato da lì a dieci minuti. Arrivò prima Luna con aria scocciata: “Il solito Trillò, ha beccato Spadino al bar e gli ha detto di venire. Che palle!”. Niente contro Spadino, per carità, ma l’abitudine che ha Lele di invitare chiunque da qualunque parte, non comprendendo che certe esperienze, dalla tavola a un viaggio, meriterebbero di essere condivise tra persone che hanno un minimo di confidenza, insomma questa sua abitudine, senza troppi giri di parole, risulta quasi sempre inopportuna. Usai i cinque minuti rimanenti prima dell’arrivo di Lele per attuare una ripicca. Lasciai le bottiglie buone a casa e ne comprai due di poco valore al ristorante cinese, perché la serata nella mia capoccia era già scesa di valore. Arrivammo ad Atripalda con secoli di anticipo sull’inizio del concerto. Ciò mi permise di battere i pezzi alla cassiera del locale, che oltre a essere la cassiera era la proprietaria, tanto che Lele ancora mi rinfaccia di non aver presenziato al concerto, cosa non vera, anzi: ricordo che io e Luna ballammo su un tavolo la musica psichedelica della band cilena. Di solito non ballo ma la musica, il vino di poco valore e la compagnia della mia amica mi avevano trascinato verso un altro momento di ingiustificata euforia.

Il secondo approdo ad Atripalda fu insignificante: non c’era nessuna ragazza da molestare, non c’era nessun gruppo cileno ma, almeno, il vino a chilometro zero da quelle parti, e per vino di quelle parti intendo Aglianico (rosso) e Fiano (bianco), vale un’oretta di pace dei sensi. Dunque i Lambchop alloggiavano ad Atripalda, io e Frank ad Avellino, in centro. Prima del concerto cercammo un negozio di dischi e lo trovammo. Si chiama Camarillo Brillo, perché da quelle parti gli anni settanta non sono ancora terminati. E’ un negozio storico, gestito da persone che ne hanno fatto una missione, una ragione di vita. In quel piccolo spazio pieno di vinili c’era tanta gente, nella misura in cui venti persone in una stanzetta risultano più soffocanti di un ingorgo metropolitano all’ora di punta. “Stasera c’è il concerto, ecco perché c’è gente anche da noi”. Al piano di sotto però non c’era nessuno, eppure lì si possono trovare le stampe originali degli album di culto, a pochi soldi e con un impagabile tasso di soddisfazione per chi compra. E’ lì che feci spesa. Non che al piano di sopra non ci fossero bei dischi ma niente che io non possa avere facilmente dai miei fornitori. Andammo via, dopo aver fatto le foto di rappresentanza, e raggiungemmo l’auditorium dove i Lambchop avrebbero scritto una pagina importante del diario personale di ognuno degli oltre quattrocento paganti, tanti quanti ne contiene l’elegante struttura. Dall’altra parte della strada c’era un altro spettacolo, a teatro; ce ne accorgemmo perché il fast food dove avevamo preso le birre era affollato quanto mai era stato in passato. Così ci dissero quelli che ci lavora(va)no.

“Avellino è sempre così?”. Fu logico chiederlo agli amici di Vittorio, che avevano organizzato un concerto così sorprendentemente riuscito. Ovviamente no che non è sempre così, eppure, nei quindici minuti successivi allo show, mi guardai intorno e vidi tante belle ragazze e dissi a me stesso ma anche a Frank: “Perché a Frosinone la figa non va ai concerti indie?”. Ascoltai decine di persone commentare la musica che avevano (avevamo) appena finito di applaudire a scena aperta e mi resi conto che molti spettatori avevano speso venti euro e due ore della loro vita per assistere a qualcosa di cui, in precedenza, non sapevano nulla. Gli organizzatori erano riusciti a convincere una buona parte della comunità che quella band americana, che ha spremuto l’alternative country fino a prosciugarlo e a mascherarlo da jazz post-guerra fredda, fosse un buon motivo per spendere due ore della propria vita (e venti euro). La forma aveva accompagnato la sostanza. L’entusiasmo di Vittorio, la perfezione della location, la glaciale sottrazione delle facili emozioni costruita da quegli splendidi musicisti che si fanno chiamare Lambchop e l’aria buona dell’Irpinia avevano incorniciato la nostra piccola vacanza.

Il giorno dopo, insieme allo staff ma senza la band, avremmo festeggiato a pranzo, mangiando le fantastiche specialità di un territorio che sa farsi amare. Quando vado in Irpinia, a un certo punto, quasi sempre al ritorno, mi accorgo che l’altitudine reale dei luoghi che raggiungo è superiore alla percezione che ne ho. Questa cosa credo sia dovuta al fatto che, da quelle parti, la strada sale gradualmente ma poco alla volta e in modo diritto, con pochissime curve. Da uno di quei piccoli paesi di media montagna ripartimmo, stanchi e felici. Al ritorno, mentre nella mia macchina, come tutte le volte che si va a sud, stavamo ascoltando K-album dei 24 Grana, il cielo divenne colorato e vivace come accade nei tramonti postmoderni di Don DeLillo, il tutto preceduto da un clamoroso arcobaleno. Vittorio, che ci stava seguendo, mi telefonò apposta: “Hai visto che cielo? Mo’ faccio un video, è troppo bello!”. Penso a tutte queste cose quando, a casa di Emanuela, metto sul piatto Gioielli Rubati, comprato per lei al piano di sotto di Camarillo Brillo, per pochi spiccioli spesi benissimo.