L’arcobaleno

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“Metti un disco, sceglilo tu”. Dopo aver messo sul piatto Gioielli Rubati di Alice, pensai alle coincidenze che portano i dischi a migrare da un luogo all’altro. Certo, a casa di Emanuela quel disco ci sta bene ma non è uno di quei vinili che avrebbe cercato apposta. Insomma, ci sono dischi che uno vuole per forza e altri che, semplicemente, capitano. Le decisioni estranee all’esistenza di un disco possono causare determinati teletrasporti. In questo caso, ed è stato davvero un caso, c’entra il mio istantaneo sì a una telefonata di Vittorio, avvocato con il vizio di organizzare concerti di musica indipendente.

Ad Avellino ero già stato altre due volte. La prima, con mio padre e mio nonno, a vedere una partita di calcio. Poi, durante il servizio civile (di leva, nel mio caso). Ci sistemarono alla Casa dell’obiettore, comprese le ragazze, ma sotto il vigile controllo del direttore, un tipo preciso e perbenista come, del resto, il suo ruolo richiedeva. La prima preoccupazione del Biondo, un ragazzo che di lavoro fa l’autista di scuolabus e che è la riproposizione sputata dell’analogo personaggio dei Simpsons, allampanato, capellone e dedito a vizi leggeri, fu quella di capire da quale finestra fosse possibile far entrare una cassa di birra che avevamo comprato all’ipermercato e nascosto nella macchina guidata dal braccio destro del capo, di noi complice. Avremmo dovuto stare ad Avellino tre giorni e due notti. La prima notte fu memorabile. Non accadde niente di così straordinario, a parte il fatto che una delle ragazze si concesse (non a me) nella camera accanto a quella del capo, e che il capo stesso, svegliato dalle nostre voci provenienti dalla sala principale, entrò in un momento ad alto tasso di ambiguità.

L’immagine vista dalla nostra prospettiva: il capo in pigiama, tutti i capelli spettinati sparati in alto, gli occhi stropicciati, l’espressione incredula. L’immagine vista dalla prospettiva del capo: una cappa di fumo di dubbia legalità, cadaveri di birre in ogni lato della stanza, il televisore acceso su un canale di chat erotiche, le nostre colleghe ubriache. Per fortuna non fece la conta dei presenti o forse, rincoglionito dal sonno, si dimenticò dei due che stavano scopando nella stanza accanto alla sua. Il giorno dopo, rispettando il programma, ci portò alla riunione con i colleghi di Avellino. Al termine ci fece i complimenti per come avevamo interagito, per poi gelarci: “E’ davvero un peccato dover constatare che persone intelligenti come voi non siano capaci di mantenere un contegno. La nostra trasferta finisce qui, ho già inventato una scusa per cancellare gli altri impegni. Stanotte siete stati indegni”. Quindi la seconda notte in Irpinia non ci fu. Una volta tornati in sede, ci processò, paragonandoci a stupratori e pedofili, a gente che dio (che scriverò sempre, rigorosamente, in minuscolo) perdona e che quindi anche lui non avrebbe denunciato, concedendoci così la grazia. In pratica si paragonò a dio ma devo dire che in seguito non ci avrebbe mai più fatto pesare l’episodio, mantenendo negli anni un rapporto cordiale con tutti noi.

Sarebbero passati tredici anni prima del mio ritorno nella città dei lupi. “Marco, vuoi venire in trasferta ad Avellino? Passeremo due giorni con i Lambchop. Dall’altra parte del cellulare, c’era la voce sempre frizzante di Vittorio. Un entusiasta perenne, sorridente di un sorriso pacifico, che mi fa stare bene. Ha due manie quasi insostenibili: durante i concerti deve fare video o foto allo sfinimento, tanto che ho seri dubbi che si goda davvero lo spettacolo; poi ha questa fissa per gli artisti in quanto esseri umani. Per me, già lo sapete, conoscere un artista del quale ho i libri o i dischi a casa è una sofferenza; ho paura di sminuirne il mito o quanto meno la purezza, ho il terrore che mi risulti antipatico. Se poi l’artista in questione parla una lingua diversa dalla mia, e anche questo lo sapete bene, vado proprio nel panico. Vittorio invece vuole essere amico dei musicisti, vuole conoscerli, ospitarli, condividere con loro l’esperienza del tour. “Dai che mangiamo con loro, partiamo presto così li aiutiamo pure a preparare gli strumenti e il service all’auditorium”.

Era il mio primo viaggio con la macchina nuova, ed ero davvero contento. Loro partirono con tre macchine, io caricai con me Frank Bombay e partii con calma: saremmo stati indipendenti ma con la certezza di avere alloggio, biglietto del concerto e un posto a tavola con gli organizzatori il giorno dopo. Con i Lambchop no, non volevo mangiare, quindi li avrei lasciati a Vittorio. Io e Frank saremmo andati in avanscoperta in Irpinia per i fatti nostri. Questo è ciò che pensavo. In realtà l’imprevisto era dietro l’angolo. La mia macchina era ed è ancora nuova, quella della moglie di Vittorio invece si arrese a metà strada. Così caricammo anche due amici loro, e fummo appena meno indipendenti. Lasciati a loro i Lambchop e l’albergo istituzionale, io e Frank ci inoltrammo nelle strade di Atripalda, piccolo comune dove un anno prima avevo visto un bel concerto dei Follakzoid, reso degno di nota da due o tre cose di contorno.

All’inizio della serata, quando eravamo ancora a Frosinone, Lele ci fece sapere che avrebbe guidato, con l’impegno che chi avesse bevuto di meno lo avrebbe eventualmente sostituito al ritorno. In preda a una del tutto ingiustificata euforia, comprai due bottiglie di vino per il viaggio, molto buone. Insomma, spesi qualche soldo. Eravamo pronti, l’appuntamento era fissato da lì a dieci minuti. Arrivò prima Luna con aria scocciata: “Il solito Trillò, ha beccato Spadino al bar e gli ha detto di venire. Che palle!”. Niente contro Spadino, per carità, ma l’abitudine che ha Lele di invitare chiunque da qualunque parte, non comprendendo che certe esperienze, dalla tavola a un viaggio, meriterebbero di essere condivise tra persone che hanno un minimo di confidenza, insomma questa sua abitudine, senza troppi giri di parole, risulta quasi sempre inopportuna. Usai i cinque minuti rimanenti prima dell’arrivo di Lele per attuare una ripicca. Lasciai le bottiglie buone a casa e ne comprai due di poco valore al ristorante cinese, perché la serata nella mia capoccia era già scesa di valore. Arrivammo ad Atripalda con secoli di anticipo sull’inizio del concerto. Ciò mi permise di battere i pezzi alla cassiera del locale, che oltre a essere la cassiera era la proprietaria, tanto che Lele ancora mi rinfaccia di non aver presenziato al concerto, cosa non vera, anzi: ricordo che io e Luna ballammo su un tavolo la musica psichedelica della band cilena. Di solito non ballo ma la musica, il vino di poco valore e la compagnia della mia amica mi avevano trascinato verso un altro momento di ingiustificata euforia.

Il secondo approdo ad Atripalda fu insignificante: non c’era nessuna ragazza da molestare, non c’era nessun gruppo cileno ma, almeno, il vino a chilometro zero da quelle parti, e per vino di quelle parti intendo Aglianico (rosso) e Fiano (bianco), vale un’oretta di pace dei sensi. Dunque i Lambchop alloggiavano ad Atripalda, io e Frank ad Avellino, in centro. Prima del concerto cercammo un negozio di dischi e lo trovammo. Si chiama Camarillo Brillo, perché da quelle parti gli anni settanta non sono ancora terminati. E’ un negozio storico, gestito da persone che ne hanno fatto una missione, una ragione di vita. In quel piccolo spazio pieno di vinili c’era tanta gente, nella misura in cui venti persone in una stanzetta risultano più soffocanti di un ingorgo metropolitano all’ora di punta. “Stasera c’è il concerto, ecco perché c’è gente anche da noi”. Al piano di sotto però non c’era nessuno, eppure lì si possono trovare le stampe originali degli album di culto, a pochi soldi e con un impagabile tasso di soddisfazione per chi compra. E’ lì che feci spesa. Non che al piano di sopra non ci fossero bei dischi ma niente che io non possa avere facilmente dai miei fornitori. Andammo via, dopo aver fatto le foto di rappresentanza, e raggiungemmo l’auditorium dove i Lambchop avrebbero scritto una pagina importante del diario personale di ognuno degli oltre quattrocento paganti, tanti quanti ne contiene l’elegante struttura. Dall’altra parte della strada c’era un altro spettacolo, a teatro; ce ne accorgemmo perché il fast food dove avevamo preso le birre era affollato quanto mai era stato in passato. Così ci dissero quelli che ci lavora(va)no.

“Avellino è sempre così?”. Fu logico chiederlo agli amici di Vittorio, che avevano organizzato un concerto così sorprendentemente riuscito. Ovviamente no che non è sempre così, eppure, nei quindici minuti successivi allo show, mi guardai intorno e vidi tante belle ragazze e dissi a me stesso ma anche a Frank: “Perché a Frosinone la figa non va ai concerti indie?”. Ascoltai decine di persone commentare la musica che avevano (avevamo) appena finito di applaudire a scena aperta e mi resi conto che molti spettatori avevano speso venti euro e due ore della loro vita per assistere a qualcosa di cui, in precedenza, non sapevano nulla. Gli organizzatori erano riusciti a convincere una buona parte della comunità che quella band americana, che ha spremuto l’alternative country fino a prosciugarlo e a mascherarlo da jazz post-guerra fredda, fosse un buon motivo per spendere due ore della propria vita (e venti euro). La forma aveva accompagnato la sostanza. L’entusiasmo di Vittorio, la perfezione della location, la glaciale sottrazione delle facili emozioni costruita da quegli splendidi musicisti che si fanno chiamare Lambchop e l’aria buona dell’Irpinia avevano incorniciato la nostra piccola vacanza.

Il giorno dopo, insieme allo staff ma senza la band, avremmo festeggiato a pranzo, mangiando le fantastiche specialità di un territorio che sa farsi amare. Quando vado in Irpinia, a un certo punto, quasi sempre al ritorno, mi accorgo che l’altitudine reale dei luoghi che raggiungo è superiore alla percezione che ne ho. Questa cosa credo sia dovuta al fatto che, da quelle parti, la strada sale gradualmente ma poco alla volta e in modo diritto, con pochissime curve. Da uno di quei piccoli paesi di media montagna ripartimmo, stanchi e felici. Al ritorno, mentre nella mia macchina, come tutte le volte che si va a sud, stavamo ascoltando K-album dei 24 Grana, il cielo divenne colorato e vivace come accade nei tramonti postmoderni di Don DeLillo, il tutto preceduto da un clamoroso arcobaleno. Vittorio, che ci stava seguendo, mi telefonò apposta: “Hai visto che cielo? Mo’ faccio un video, è troppo bello!”. Penso a tutte queste cose quando, a casa di Emanuela, metto sul piatto Gioielli Rubati, comprato per lei al piano di sotto di Camarillo Brillo, per pochi spiccioli spesi benissimo.

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