CASCADE

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A Isola del Liri, da qualche decennio, gli abitanti si sono battezzati portavoce della musica, del blues in particolare. Hanno un fiume che a loro evoca il Delta, una splendida cascata e un piccolo auditorium che hanno chiamato New Orleans. La musica sembra essere parte integrante (quotidiana) del loro tempo libero; in poche parole, un piccolo miracolo italiano, per usare un orrido termine degli anni novanta. La cascata è il vero punto di riferimento; tutto ciò che di importante avviene nella piccola città porta con sé l’umidità di quella cartolina. Anche la mia fine, che magari non sarà una cosa importante, stava per essere ambientata in quell’inconfondibile condizione climatica, e non sto esagerando.

Cascade è un affascinante album di William Basinski, autore di musica sperimentale da me molto amato. In quell’album il caso si unisce all’intenzione dell’artista fino a realizzare un concept di ambient music che mi stordisce a ogni ascolto. L’acqua della cascata è qualcosa di ripetitivo e, allo stesso tempo, sempre diverso, così la musica di quell’album: i rumori ambientali registrati dal compositore e i rintocchi di pianoforte da lui suonati sembrano fare sempre lo stesso percorso ma, ogni volta, provocano un sussulto in chi li ascolta, tramite impercettibili variazioni dovute al momento. Ecco perché la composizione si chiama Cascade: è una cosa sempre uguale ma sempre diversa. Impazzisco quando la ascolto in macchina; non avrei mai pensato che un disco di musica sperimentale potesse essere così emozionante. Ogni volta che guardo una cascata penso a Basinski ma quando guardo quella cascata, quella di Isola del Liri, penso a una serata caotica e, allo stesso tempo, memorabile. Perché solo le ragazze e il rock’n’roll sanno essere tanto memorabili e, quella sera, mi sono ubriacato insieme alla ragazza più rock’n’roll che conosco, l’unica che farebbe un figurone anche al cospetto della mitica Grace Slick.

“Ah, davvero c’è Steve Wynn a Isola?”. Gerry stava leggendo l’appuntamento segnato col gessetto sulla lavagna di Nordovest. Altri amici si sarebbero fatti trovare già lì, quindi il solito gruppetto di appassionati che tante volte ha omaggiato le leggende dell’indie rock americano in tour dalle nostre parti (Giant Sand, The Black Heart Procession, Calexico, Shellac, tanto per fare qualche nome adatto alla questione) aveva garantito una degna partecipazione. “Vengo anch’io”. Emanuela si aggiunse con mia somma gioia, anche perché nessuno dei due avrebbe avuto l’onere di guidare la macchina, quindi avremmo potuto fare una cosa che, nonostante le sue velleità di salutismo, amiamo fare insieme: bere, possibilmente cose di qualità visto che non abbiamo più diciotto anni, quando non conoscevamo la differenza tra il vino del discount e un Amarone Riserva. In più, ovviamente, c’era il concerto. Se la mia passione per la musica è da malato terminale, la mia amica non è da meno. La sua sensibilità e la sua cultura l’hanno sempre portata vicino al mio immaginario. Le piacciono il rock’n’roll, il punk, e tutto ciò che in musica è sexy e carico di stile: il magnetismo di David Bowie, la poesia pura di Lou Reed, la gloria mancata dei Diaframma, la perfezione iconica di Elvis Presley. Solo su Bob Dylan non andremo mai d’accordo. Ovviamente ama i musicisti e mi sembra pure giusto. Il fatto che io, nella vita, avrei dovuto fare dischi anziché venderli, andrà approfondito prima o poi. Detto ciò, non ero sicuro che avrebbe gradito il concerto, del resto io l’ho visto tante volte Steve Wynn, contando a memoria direi sette, e proprio la volta prima mi aveva stranamente deluso.

Ero andato apposta a Sangemini a vedere un suo live in una chiesa, una vera chiesa consacrata. “Il parroco è molto sportivo”. Lo è davvero, visto che in apertura suonò un travolgente Flavio Giurato che mancava solo bestemmiasse e forse nel testo di una canzone una bestemmia c’era pure o forse me l’aveva comunicata con la forza del pensiero, tanto fu coinvolgente e magnetico. Non così Steve – da qui in avanti lo chiamerò solo con il nome di battesimo, un po’ per comodità e un po’ perché tutti i (pochi ma non pochissimi) fan che ha in Italia lo chiamano solo con il nome di battesimo in segno di stima e di affetto, e poi perché su Instagram ha risposto agli auguri di compleanno di Emanuela, dimostrandosi più simpatico di tante presunte star -. Suonò da solo, voce e chitarra, in quel posto così insolito e intimo, davanti a un pubblico adorante, eppure mancava qualcosa: i pezzi, arrangiati in chiave elettrica, subivano la tragica assenza della sezione ritmica. Fu come vedere un pesce che prova a nuotare sull’erba di un campo da golf. Semplicemente, una scelta sbagliata. Mi duole dirlo ma resto convinto di questo, anche se il luogo, il pubblico e il personaggio (sempre incantevole) resero perfetta la mia serata.

Dopo pochi mesi, Steve sarebbe salito sul palco dell’Auditorium New Orleans, e la chitarra sarebbe magicamente diventata acustica. Andando a Sangemini con Giovanni, mio cliente e buon amico, avevamo ascoltato un disco che Steve aveva pubblicato l’anno prima, ed era un album composto prevalentemente di ballate, non aggressivo ma sinuoso e perfettamente calibrato; insomma avrei sperato in un concerto che mi avesse fatto stare in quel mood ma questo sarebbe accaduto appunto a Isola, anziché a Sangemini. Arrivati davanti alla cascata, subito Gerry si mise a fare delle foto insieme a un suo amico, reclutato il giorno stesso. Emanuela, tacchi alti, biondissima, con addosso una sorprendente blusa verde, volse lo sguardo a sinistra della cascata, cioè più a sinistra di dove fosse Gerry. “Oh, c’è un’enoteca!”. C’era (e c’è ancora) un’enoteca che non conoscevamo. Mancava un bel po’ all’inizio del concerto. Ci appollaiammo al bancone e ci godemmo l’aperitivo: (tanto) vino rosso, qualche rustico e risate, non c’era bisogno di altro. Gerry, sconsolato, ci lasciò fare. Del resto, conosce bene i suoi polli.

L’enoteca ci piacque molto: il vino non era male, l’ambiente era accogliente e ci fecero pure lo sconto. Quando beve, la mia amica, che solitamente è una persona equilibrata e attenta al galateo, inizia a ridere di qualsiasi cosa e io non mi faccio pregare per andarle appresso. Quella sera l’atmosfera si prestava. Presi dall’euforia, commettemmo l’errore di passare, una volta dentro l’auditorium, a un non identificato prosecco. Tutti i buoni propositi, peraltro assenti fin dall’inizio, se ne andarono in quel posto. La sbornia era ormai irreversibile. Steve ci mise del suo, con uno show molto empatico, emozionante per i fan e anche per chi lo stava vedendo per la prima volta. Nel finale, suonò in mezzo al pubblico che, senza alcuna esitazione, si fece trovare pronto a condividere un momento così ricco di pathos, cingendosi intorno a lui: l’omaggio ai Velvet Underground, una struggente Sunday Morning, fu lo zenit della serata. Sui nostri volti, e su quello di Frank Bombay, DJ di fiducia di Nordovest, c’era un velo di commozione. Al banchetto dei dischi, regalai un vinile a Emanuela, proprio il disco che avevo ascoltato in macchina andando a Sangemini. Dopo averlo fatto girare, volle a tutti i costi ridarmi i soldi, perché le era piaciuto così tanto che ci teneva a poter dire che lo aveva acquistato.

Che fossimo i più vistosi in tutto l’auditorium, non certo per merito mio – basti pensare che al concerto di Giovanni Lindo Ferretti un nostro amico sapeva esattamente dove fossimo perché, in mezzo a tutto il pubblico, anche da molto lontano, riconosceva distintamente i capelli di Emanuela, e vi assicuro che la blusa verde a Isola era abbagliante quanto i capelli -, è cosa certa quanto il fatto che fossimo di gran lunga i più ubriachi. Il colpo di grazia ci fu dato da Filetto, che si fece avanti per accompagnarci al ritorno, permettendo così a Gerry di andarsene prima di noi. Vittorio, il simpaticissimo avvocato che aveva portato Steve a Isola, ci aveva visto fare i fenomeni al banchetto dei dischi, con tanto di foto, dediche, baci e abbracci, quindi ebbe la sciagurata idea di invitarci al tavolo con la star della serata. Non volevamo andarci ma fummo letteralmente costretti, neanche fossimo noi quelli importanti. Lì andai in tilt. Non sapevo cosa dire a Steve, con il quale ero stato tre volte a cena prima dei suoi concerti ma oltre dieci anni prima, quindi ero sicuro – a ragione – che non si ricordasse di me. Ho sempre avuto problemi a esprimermi in una lingua non mia. Con l’inglese scritto me la cavo, tanto che potrei leggere un libro intero, e lo stesso con l’audio originale di un telegiornale o di una partita di pallacanestro ma, davanti a una persona, ho paura di non farmi capire, e io, quando parlo, voglio sempre farmi capire. Da chiunque, figuriamoci da un musicista del quale ho (quasi) tutti i dischi. Ci guardavano tutti ma cosa si aspettavano da noi? Che rivelassimo una verità definitiva sull’esistenza di Dio? Feci scena muta, mentre Emanuela mi pizzicava il fianco dicendomi: “Forza, dì qualcosa, dai che lo sai l’inglese!”, aggravando in modo letale la mia ansia da prestazione. Dopo qualche settimana, Giovanni mi avrebbe chiesto se in quel momento fossi commosso o ubriaco ma non avrei saputo rispondergli. Vittorio, invece, mi avrebbe detto: “Siete stati grandi!”. Contento lui, a me pare che Steve ci guardasse come se fossimo due disadattati, altro che grandi!

Dunque fu Filetto a riportarci insieme a Florindo, sotto la casa del quale noi due seduti dietro fummo svegliati da una volante della polizia che aveva stranamente seguito la nostra macchina per più di un chilometro, tanto per vedere dove stessimo andando. Giunti finalmente a destinazione, Emanuela non trovò le chiavi di casa. Svegliò il fratello e ci rassicurò: “Certo che prendo il treno e vado a lavorare domani!”. La sera dopo, andai a recuperare le chiavi, che erano rimaste in quella macchina; con quella scusa, passai la serata con Filetto e con il suo amico Marco a parlare di Bob Dylan e di altre cose. Il nostro autista per una sera volle subito sapere se Emanuela fosse andata a lavorare. “Macché, ha messo la solita scusa dell’intossicazione da cozze”.

I più attenti avranno notato che manca (ancora) un pezzo. Due mesi dopo, andammo in birreria. Io stavo parlando con Ivan Liuzzo, eccellente batterista e percussionista cresciuto dalle mie parti, intanto Emanuela aveva salutato un po’ di gente che non vedeva da tempo. Mi si avvicinò con aria divertita e sarcastica e mi rise in faccia: “Non puoi capire! Filetto mi ha raccontato una cosa del concerto di Steve Wynn che avevamo rimosso; scommetto che non ti ricordi che sei caduto quando stavamo raggiungendo la sua macchina e un SUV si è fermato proprio un attimo prima di schiacciarti la testa!. No che non me lo ricordavo e anche adesso la mia mente non produce alcuna immagine legata a quel momento! Le chiesi, già conoscendo la risposta, quale fosse stata la sua reazione, vedendomi steso, a un passo dalla morte, con la cascata di Isola del Liri sullo sfondo. “Sono scoppiata a ridere”. Ogni tanto, Emanuela e Filetto viaggiano insieme. Il nostro amico si fa notare in treno perché ha una bella bicicletta pieghevole che poi usa a Roma. E’ un ragazzo affabile, di quelli che non si scompongono mai e che non alzano mai la voce. Emanuela, invece, è la mia amica preferita di tutti i tempi, oltre che la responsabile di tantissime idee utili per il successo di Nordovest. Sul treno, ogni tanto, si fa descrivere il momento in cui sono caduto. “E’ troppo figo farsi raccontare quella storia da Filetto; con la sua cadenza, sembra che stia raccontando la favola della buonanotte a una bambina e io, ogni volta, scoppio a ridere”.

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