(WORK)

works1

Al compleanno mi hanno regalato due buoni acquisto da spendere in libreria. E’stato uno strano regalo perché, a farmelo, sono state tre persone che escono sempre insieme. Quindi, al momento della consegna, sono rimasto sorpreso: perché non avevano fatto un unico buono ma ne avevano fatti due della stessa cifra? Che poi, a vedere bene, una delle tre persone, l’unica donna, aveva fatto il regalo da sola, quindi aveva speso il doppio degli altri due, a conferma che le donne quando fanno regali sono più generose, mia strampalata teoria basata su ciò che ho visto in questi anni nel mio negozio, teoria già esposta in un precedente racconto. Sono passato in libreria insieme a un’amica e ho scelto due libri. Uno già c’era, l’altro no, quindi ho dovuto ordinarlo. Il commesso mi ha raccontato che, qualche settimana prima, si era presentato un tizio a ritirare un buono vecchio di sette anni, quindi ampiamente scaduto. “Abbiamo mandato i dati in azienda, vedranno loro”. Che strani comportamenti ha la gente, talvolta!

Il libro che non c’era e che poi ho trovato dopo una settimana è Works di Vitaliano Trevisan, ed è il racconto della sua vita precedente. Precedente a cosa? Alla sua carriera nel mondo della cultura. Nella sua vita precedente, Trevisan ha fatto di tutto, e per tutto intendo tutto. Poi ha iniziato a scrivere. C’è voluto un libro grande quanto tutti i suoi precedenti libri per raccontare tutti i suoi precedenti lavori. Io, invece, a parte il servizio civile, ho fatto un solo lavoro. Dunque, perché vendo dischi? Perché posso permettermelo, per prima cosa.

“Siete rimasti in pochi a vendere dischi”“Resisti, non chiudere sennò come facciamo?”“Ma i dischi si vendono ancora?”. Ogni giorno ascolto con un mezzo sorriso queste frasi provenienti dai miei clienti e, se posso ascoltarle, è solo grazie al fatto che ho un locale tutto mio. Me lo disse mio zio, qualche anno fa: “Bella forza, senza pagare l’affitto sono buoni tutti a mandare avanti un’attività”. Quindi sì, faccio questo lavoro perché sono fortunato e, soprattutto, perché non so fare nient’altro. Nei lavori manuali sono una frana e le mani mi tremano pure, specialmente la sinistra. Me ne accorsi un paio di anni fa. Improvvisamente, letteralmente da una partita di tennis all’altra, il gesto del servizio smise di funzionare. Gioco a tennis da quando ho quattordici anni, quindi per ventiquattro anni ho sempre lanciato la pallina con la mano sinistra ottenendo una traiettoria diritta e fluida che permettesse alla racchetta un impatto regolare con la piccola sfera giallo limone. Da due anni, la pallina scappa a destra oppure verso la rete, prima che io possa colpirla.

Non è per questo, però, che sono così scadente nei lavori manuali. Semplicemente, non sono motivato. In verità, non credo di essere motivato in niente, neanche nel mio lavoro. Intendo che non lavoro per fare soldi. I dischi brutti non vorrei venderli, provo tristezza per chi butta i soldi in quel modo. I dischi belli neanche, perché vorrei che li ascoltassimo solo io e le persone che amo ma alle persone che amo preferisco regalarli, quindi il mio negozio ideale è pieno di dischi bellissimi che compro solo io, per me o per chi amo. Il mio amico Silvan dice che so rendere felice un cliente facendogli credere che abbia scelto il disco più bello su questa terra. La verità è che gli è rimasto impresso un momento in cui congedai un avvocato che aveva appena comprato un CD dei Radiohead dicendogli testualmente: “Bravo, un acquisto da vero intenditore!”. In quella frase, Silvan aveva colto un pizzico di presa per il culo ma io so che non è quello il mio tono abituale quando vendo qualcosa. Magari quello fu il caso singolo in cui mi trovai a vendere un disco a una persona che non mi è simpatica, quindi avrei usato quel tono anche se avessi parlato con quella determinata persona del tempo o della situazione politica o di quanto i social stiano rivelando il vero obiettivo della nostra società, ovvero un imponente ritorno all’età della pietra.

Faccio questo lavoro per non farne un altro, per passare il tempo, per non timbrare un cartellino, per poter dire, in caso di fallimento, che è solo colpa mia. Vendo dischi per guardarli, ogni giorno, con tutti i loro sfavillanti colori. Anche stamattina, mi guardavo intorno e non capivo come mai non ci fosse la ressa agli scaffali. Ogni copertina dei nuovi arrivi mi chiamava, fosse quella con il teschio caleidoscopico degli Spoon o quella misteriosa e avvolta nella nebbia dei Gazebo Penguins. Per non parlare dei vinili, vera e propria mania da padrone di casa. Li compro più per fare colpo sugli ospiti che per una reale e intima necessità. Ora posso ascoltarli anche in negozio e vedo una crescente mania anche tra i clienti: per i più giovani il giradischi è una novità, qualcosa di cui non avevano neanche sentito parlare, e sono proprio loro a fermarsi più tempo in negozio davanti ai dischi veri, quelli grandi.

E’ sempre troppo poca, però, la gente che sta veramente appresso alla musica contenuta nel supporto originale. Almeno a Frosinone. Su Facebook e su Instagram pullulano i fanatici del vinile, ci sono ragazze che si mettono in posa ogni giorno insieme a un loro disco, e tanti appassionati che si vantano della propria collezione. Il disco è cool, su questo non ci piove! All’inizio della mia avventura lavorativa non mi rendevo conto di tutto ciò. Di certo, mi condannai a conoscere tutta la città. Quando non sono a lavoro, mi capita di incontrare i miei clienti, qualche volta devo anche ordinare i dischi davanti a una birra o letteralmente per strada, tanto ormai con il telefono, anche uno sgarrupato come il mio, posso lavorare a tempo pieno connettendomi automaticamente con i miei fornitori. Inoltre, devo fare attenzione a comportarmi sempre bene in ogni posto che frequento, non solo perché ogni essere umano degno di questo nome dovrebbe mantenere un certo stile in pubblico (gli estremisti di questa filosofia dicono che anche quando si è da soli bisognerebbe essere educati) ma, soprattutto, perché ogni mio concittadino è un mio, almeno potenziale, cliente. In un certo senso, non sono ammesse brutte figure.

Conoscere tutta la città vuol dire conoscere il meglio che c’è in giro. Mi piace vedere il bicchiere mezzo pieno: durante il mio orario di lavoro, è molto raro avere a che fare con gente fuori di testa. Qualche volta è capitato. Una volta un criminale conclamato entrò per vendermi un televisore rubato ma non fu particolarmente molesto, anzi se ne andò al mio primo rifiuto. Un altro, la cui giornata tipo è equamente divisa tra i momenti in cui pippa cocaina e quelli in cui la spaccia, mi urlò insulti vari, davanti a una signora atterrita, perché gli avevo detto che non avrei potuto procurargli un disco olandese autoprodotto di gabber, l’unica musica davvero (s)qualificante che io conosca.  Se l’heavy metal, i neomelodici napoletani e i fenomeni tipo Modà o Negramaro proprio non riesco a reggerli ma ne capisco il senso, per quanto riguarda la gabber resto senza parole. Roba per subumani, senza alcun dubbio, e se qualcuno si sente offeso, non mi pento di averlo scritto.

Conoscere gente e conoscere musica: ecco i veri motivi per i quali faccio questo lavoro. Detto che di subumani, per fortuna, me ne sono capitati pochissimi e che la piacevolezza di una persona non si valuta solo con la musica che ascolta – con alcuni dei miei clienti più preparati non ho mai preso un aperitivo – posso davvero fare un bilancio entusiasmante di questa storia. La musica va a braccetto con le persone che la ascoltano e che la comprano da Nordovest. Quando, a casa, ho iniziato a mettere musica jazz per gli ospiti, non avrei mai immaginato di essere ricambiato con la stessa moneta. Una volta passato dalla parte dell’invitato, sono stato accolto con Wayne Shorter o John Coltrane in risposta ai miei Miles Davis o Thelonious Monk. Quante volte ho trovato nelle macchine e nelle case degli amici decine di dischi comprati nel mio negozio! Per i concerti, storia simile: non avrei mai avuto la forza di fare oltre quattrocento chilometri in una serata per vedere Howe Gelb nella sala da ballo di un prestigioso ristorante se non ci fossero stati due fanatici di musica come me a farmi compagnia.

Vendere un disco vuol dire parlarne la volta dopo, e quella dopo ancora. Non c’è niente da fare: condividere le mie passioni con chi ha una sensibilità affine è la cosa più bella per passare il tempo, e se penso che tutto ciò fa parte del mio lavoro mi sento appagato. Faccio questo lavoro perché non è mai stressante, tranne (troppo spesso) quando mi chiamano dai call center, e perché non mi annoio mai. Aggiornare le mie conoscenze è un divertimento: è sufficiente studiare le nuove uscite, recuperare vecchi classici, ascoltare tantissima musica e parlare con i clienti, cercare di sapere tante cose da loro perché molti di loro sanno davvero tante cose. La cosa più difficile è leggere le recensioni della rubrica altri suoni di Blow Up, meno comprensibili dei compiti di chimica al liceo dai quali non portavo a casa mai un voto superiore al 2. Tutto il resto è una meravigliosa pacchia. Faccio questo lavoro perché è una continua sorpresa: anche se si svolge sempre all’interno delle stesse quattro mura, dà vita a idee e a immagini universali, e mi permette di conoscere storie e opere d’arte appartenenti a ogni epoca e a ogni luogo del mondo. Soprattutto, mi regala emozioni inattese. Qualche settimana prima del mio compleanno, un’amica mi ha fatto mettere da parte il vinile di Marquee Moon dei Television, consigliandomi di prendere anche un’altra copia per il negozio “perché Marquee Moon deve esserci, lo vendi sicuro”. Passato il mio compleanno, ha pagato il vinile e lo ha lasciato sul bancone: “E’ tuo, avete la stessa età!”. L’altra copia sarebbe, in seguito, finita a casa sua. Non avevo sospettato niente. Io non sospetto mai niente, ecco perché è così bello aprire ogni giorno Nordovest e passarci tante ore tra una sorpresa e l’altra, tra una canzone e l’altra, con la felicità di chi non vuole fare altro (lavoro) nella vita.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s