DUEMILASEDICI

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“Senti, ti racconto una cosa su Bob Dylan. Pare che un giorno una poliziotta lo arrestò perché si aggirava con fare sospetto davanti a una casa. Soprattutto, era senza documenti e aveva un aspetto anonimo, per non dire trasandato. Quando in commissariato lo riconobbero, disse che quella casa gli piaceva e stava valutando se comprarla”. Passammo le successive tre ore a parlare di Bob Dylan ma non del fatto che meritasse oppure no di ricevere il dannatissimo premio Nobel, né se fosse giusto o meno che andasse a ritirarlo. Perché perdere tempo, quando non basterebbe una vita per raccontarci tutte le leggendarie storie che girano attorno a una figura così dirompente?

Iniziammo da quella volta in cui Greil Marcus, il famoso critico musicale (secondo molti, colui che ha inventato quella professione) andò a vedere com’era la scuola dove Dylan aveva studiato, proprio per cercare di capire qualcosa di un artista così sfuggente. Io non sono qui di Todd Haynes è un ambizioso e riuscito film che cerca di rendere l’idea sull’argomento. Dylan non è mai dove lo vediamo, nel senso che è già da un’altra parte. Ha sempre amato dissacrare le cose, anche le sue stesse canzoni, dicendo che le sentiva vecchie quando ancora dovevano essere pubblicate. E’ lo stesso uomo che però ha sempre preso tremendamente sul serio la sua missione. “Guarda Marco che neanche in Blood On The Tracks perde il controllo, fidati”.  A me sembra che in quell’album, e particolarmente in Idiot Wind, la sua voce sia rotta da una sorta di emozione dettata dal momento di crisi che stava devastando la sua storia matrimoniale. Forse tutto ciò è il frutto di una mia debolezza. Io vorrei che Dylan facesse i capricci come li farei io, una volta sconfitto da un evidente fallimento. Forse dentro casa è uno che sbrocca ma nel suo catalogo c’è posto soltanto per la ricerca sulla scrittura e sul messaggio culturale: Dylan è asessuato e anaffettivo riguardo tutto ciò che ha il simbolo del copyright accanto al suo nome. Non sarà mai associabile alla parola rock’n’roll perché gli mancano, del rock’n’roll, l’altruismo e la carica sessuale. Non è che gli difettano un po’, gli mancano proprio in toto.

Non ha mai ceduto e, se lo ha fatto, è stato solo in Idiot Wind. In quella canzone credo ci sia più di un’interpretazione dell’amore sconfitto. In quella canzone Dylan sembra soffrire veramente. Continuammo a parlare come se non ci fosse niente di più serio al mondo. Tornò Greil Marcus ad alimentare le nostre parole, ricordandoci di quella volta in cui cominciò la recensione del nuovo album del menestrello chiedendosi cosa fosse quella “merda”. Dylan, che ha fama di uno a cui non importa niente di nessuno, si ricordò di lui e alla prima occasione andò a salutarlo ironicamente, probabilmente colpito dal fatto che dopo quella frase iniziale Marcus avesse cercato in tutti i modi di capire il come e il perché fosse uscito fuori quel risultato dalla penna dell’artista.

Parlammo di Dylan visto dagli altri. Da Jim James, per esempio, così spettrale e desertico proprio nel film di Todd Haynes, quando canta una Goin’ to Acapulco che supera l’originale grazie a un arrangiamento caloroso realizzato dai Calexico. Le canzoni, appunto, sono state le vere protagoniste di una notte intera a parlare di Bob Dylan: le canzoni che superano l’autore, che gli sopravvivono, che lo sconfiggono. Ogni grande artista dovrebbe fidarsi della propria opera e lasciare che se ne vada in giro a cambiare abito per essere sempre più bella, proprio come una donna che ha un vestito diverso per ogni serata memorabile. Masters of War, per esempio.

“Ah, qui la storia si fa davvero interessante. E’ ancora Marcus a raccontarcela. Pensa che Joan Baez, che l’ha cantata centinaia di volte se non migliaia, si è sempre rifiutata di pronunciare la frase con la quale Dylan augura la morte ai signori della guerra. E’ il verso più estremo nella storia della canzone popolare, perché la morte è il tabù della civiltà occidentale se ci toccasse indicarne uno solo. Marcus parte per la tangente, come solo lui sa fare, e si dedica alla storia della canzone usandone gli interpreti. Così facendo, la fa vivere come fosse una persona, attraverso gli anni. Racconta di quando, in una scuola americana, sconosciuti ragazzi la cantarono sul palco, attirando l’interesse della polizia che non seppe mai se realmente ci fossero stati intenti sovversivi nella scelta di portare quel pezzo in un saggio scolastico. Nel dubbio, le forze dell’ordine erano andate a dare un’occhiata. Poi accadde davvero ma in televisione. Fu un attore ad avere il coraggio di bucare il velo, andando oltre il pudore di Joan Baez: Viggo Mortensen, l’avresti detto?”.

Che sapesse cantare no, che potesse augurare la morte a qualcuno, con quella faccia, sì. Sarebbe bello parlare di Dylan sempre, mentre Nordovest compie il proprio sporco lavoro di isola felice per chi ancora crede nella poetica del disco come oggetto desiderato e desiderabile. C’è anche un apposito angolo, nel salottino in fondo al locale, dove i clienti possono ascoltare le nuove uscite, in cuffia, quindi in beata solitudine. Se a loro non piace Dylan, si risparmiano le nostre chiacchiere così parziali e supponenti. Guai a chi ci tocca l’idolo! Eppure una volta giurai che non mi interessava, che ne avrei fatto certamente a meno per tutta la vita. Perché mi bastava il rumore, perché il mio ascolto era puro e contro ogni livello di lettura che non fosse il primo. Non che io abbia per forza capito qualcosa, delle sue canzoni.

“Vedi, andiamo nei locali e c’è questa gente che fa le cover. Già il concetto di suonare canzoni famose per strappare un applauso è deprecabile ma se c’è una canzone che proprio nessuno dovrebbe suonare è Like A Rolling Stone. Dopo tutti questi anni non si è ancora capito cosa volesse dire e soprattutto a chi volesse dirlo. E’ una canzone impegnativa, misteriosa. E’ da pazzi cantarla se non sei Bob Dylan”. Però noi ne parliamo. E’ il nostro passatempo preferito. Dylan ci salvò quella serata e ce ne salverà tante altre. “Deve essere proprio forte ‘sto Bob Dylan, se gli hanno dato il Nobel”. Così ci interruppe un ragazzo fissato con la techno. Non l’ha mai ascoltato in vita sua! Ma si può? Quali film ha visto in quarantacinque anni di vita? Che persone ha frequentato e quali stazioni radiofoniche ha fatto suonare? Mi sembrò una provocazione fine a se stessa. Non lo era invece l’affermazione dell’uomo che poco dopo uscì dal bagno: “State parlando del Nobel a Dylan, vi ho sentito. Secondo te, Marco, lo potrebbero dare a un italiano? Tipo a Mina, potrebbero darglielo il Nobel?”. Ci guardammo atterriti. Quella scena mi ricordò il momento in cui un cliente mi confessò, tutto eccitato, che stava suonando con la sua cover band un pezzo di David Bowie. Gli chiesi di quale brano si trattasse. La risposta fu raggelante: “Spaci Oddi”. Va bene che ogni canzone muta nel tempo e vive una propria esistenza ma chi la suona dovrebbe dimostrarle rispetto fin dal momento basico di pronunciarne il titolo, no?

Il rispetto che Dylan dimostrò nei confronti di Frank Sinatra durante la serata in cui grandissimi musicisti furono invitati da The Voice in persona per festeggiare il suo ottantesimo compleanno. “Andò così: tutti interpretarono un successo del padrone di casa. Arrivò Dylan e cantò una propria canzone. Fu un gesto irrispettoso e arrogante? Di certo fu una sorpresa che lasciò attoniti i presenti e che spiazzò Sinatra. In verità, la canzone scelta fu Restless Farewell, e si può dire che fu una scelta pensata, una vera e propria dedica, cosa che rese per l’ennesima volta Dylan sfuggente e unico”. Qualche anno dopo, Dylan sarebbe tornato sull’argomento, registrando addirittura un album intero di standard che Sinatra aveva interpretato in passato. Del resto è nota la sua grande cultura musicale, cosa che lo ha reso anche capace di citazioni di ogni tipo; qui torna (prepotente) la descrizione fatta da Todd Haynes nel suo famoso film. Dylan non è qui, nel senso che è stato qui ma è già da un’altra parte, come le sue canzoni.

Eppure, nel mio caso, Dylan è stato qui soprattutto nel 2016. Non per il Nobel, per carità, piuttosto perché non ne avevo mai parlato così tanto e non lo avevo mai ascoltato così tanto. Non dovrei dire di essere un suo fan; la mia patologica voracità di ascoltatore di musica di ogni genere e di ogni provenienza mi vieta di essere fan di un singolo artista ma ogni tanto è giusto fermarsi. Per una sera intera ci abbiamo provato, allontanando dal bancone con sguardi infuocati chiunque non avesse da aggiungere altro che luogo comune, incupendoci nel momento in cui abbiamo dovuto sopportare una frase come “Dylan è sopravvalutato”, vivendo quelle ore come una vera e propria indagine su noi stessi e su questi tempi. Qualche giorno fa, mia zia ha buttato là un “Voi giovani ballate la mia stessa musica” appena è partita Like A Rolling Stone dal mio piatto ma io ho risposto che sì, noi giovani quarantenni balliamo la sua musica ma non Dylan. Dylan non lo balliamo: lo studiamo, cerchiamo di comprenderlo, ed è una continua, meravigliosa perdita di tempo alla ricerca della verità. Io, in modo del tutto personale, credo che proprio in quell’album (Highway 61 Revisited) sia stato fissato l’attimo in cui tutto, nella canzone americana, è perfetto. In quelle canzoni, ogni sillaba e ogni nota sono così definitive da fermare tutto. Durante quei cinquantuno minuti non riesco a pensare ad altro né riesco a parlare d’altro. Fossi stato l’artefice di tanta perfezione, non sarei mai riuscito ad andare oltre. Da semplice studioso della faccenda, mi permetto di affermare che dopo quel disco avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Avrebbe anche potuto sparire nel nulla, avrebbe potuto dedicarsi alla famiglia o a leggere la Bibbia per tutto il resto della sua esistenza. Invece ha continuato a dispensare la sua arte e a far parlare (troppo?) di sé. Per quanto mi riguarda, Bob Dylan resterà sempre colui che ha fissato il momento, anche se da quel momento è sempre fuggito.

EPILOGO

Alla fine, ‘sto Nobel l’avrà festeggiato? “Marco, Dylan non festeggia, al massimo avrà invitato Patti Smith a prendere una tisana a casa sua e avranno letto poesie per tutta la notte”.

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