AFRICA

ribollita

Per un paio di anni, all’inizio di questo decennio, ho frequentato il bancone della Cantina Mediterraneo. Non il locale, proprio il bancone, occupandone i trespoli insieme a Lucia e Corrado. Attorno a noi, si alternavano musica più o meno rumorosa, ubriachezze moleste, iniziative politiche, compleanni e feste varie. Ci disinteressavamo quasi sempre di tutto ciò che si muoveva sullo sfondo della nostra fotografia. Parlavamo, accompagnando le nostre parole con birre più o meno trattate, tra le quali la pericolosa lanterna, quella birra media che contiene all’interno del boccale un bicchierino di tequila: la matrioska dell’alcolista, in pratica. Diciamo che una non fa danni ma io (solo io, per fortuna della salute altrui) me ne sparavo anche quattro a sera. La pericolosità di tale bevanda è dovuta al fatto che viene bevuta come fosse una birra (di fatto lo sarebbe) quindi con una certa leggerezza ma dovendo aspettare fino all’ultimo la violenza della tequila che, vera serpe in seno, si nasconde sul fondo fino agli ultimi due sorsi. I boccali di birra davano il tempo alla conversazione e impedivano di fare ciò che molte persone fanno in certi casi: aspettare il proprio turno per parlare. Bere occupa perfettamente il momento in cui l’altro ci sta raccontando qualcosa, così possiamo concentrarci sull’ascolto senza soffrirne. Una sera, anche se sarebbe più appropriato ricordare che fosse notte, visti gli orari da nocturama nei quali si tenevano quei lunghi simposi, Lucia volle versare la mia birra nel mio bicchiere: “Marco, abbiamo sempre sbagliato, la birra si versa così. Me l’ha detto Giancarlo Frigieri”.

Noi facciamo sempre quello che dice Giancarlo Frigieri. La prima volta che lo vidi ero a Faenza, al Meeting delle Etichette Indipendenti: me lo presentarono i miei amici Mario e Gianluca. Mi parve subito una persona autorevole, uno che non parla a vanvera. C’è un racconto di Truman Capote nel quale, a un certo punto, lo scrittore americano indugia sulla capacità delle persone di condurre una buona conversazione. Fa proprio la lista dei suoi conoscenti che sappiano rendere migliore una conversazione, e spiega nel dettaglio i loro pregi al riguardo. Ecco, Giancarlo Frigieri ti incolla alle sue parole, e non vale in questo caso l’esterofilia di noi frusinati quando parla qualcuno che ha un accento così diverso dal nostro. No, no: in questo caso è proprio quello che dice a tenerci incollati. Ovviamente, anche quello che dice nelle sue canzoni. Al ritorno da Faenza, in macchina, mettemmo in loop una compilation promozionale della Black Candy, una simpatica etichetta indie che aveva nel suo roster i Joe Leaman. Quest’ultimo era il gruppo di Giancarlo Frigieri prima che si mettesse in proprio. Aspettavamo la loro Free Karate per spararla a volume osceno: una vera bomba. Quando ci venne a trovare a Frosinone, qualche tempo dopo, ci regalò diverse versioni della sua arte: il suo progetto solista, che è una sorta di versione agreste e antagonista del miglior cantautorato occidentale; poi il disco american indie fatto con i Mosquitos, aperto da una canzone che iniziava con la frase “sono innamorato dell’idea di essere innamorato”, che un mio cliente adora tanto da averne fatto una specie di manifesto; perfino una sua rilettura di Nebraska del Boss. Ogni serata si concludeva con lunghe chiacchierate ricche di intuizioni e di insegnamenti da parte sua ma, questo è il bello e questo è il senso di ciò che scrive Capote, Giancarlo Frigieri è un grande ascoltatore e quindi ha sempre lasciato anche a noi la possibilità di esprimerci e di farci conoscere da lui.

Un pomeriggio, in negozio, mi rimproverò: “Sai, Marco, dalle mie parti c’è un negozio di dischi. E’ piccolo, non credere che sia tanto meglio del tuo ma ha un reparto spettacolare di world music. Tu dovresti puntare sulla musica africana”. In quel momento ebbi la certezza che dovevo dargli retta perché quella frase veniva da una persona troppo attenta e autorevole per essere stata buttata lì a casaccio. Già allora mi piacevano i Tinariwen, i più importanti musicisti africani degli ultimi anni. Hanno suonato perfino in occasione della cerimonia di apertura della Coppa del Mondo di calcio. Soprattutto, una sera, suonarono a Roma. Andai con Antonio, il mio cliente che adora la frase di cui parlavo prima, e a nessuno interessò farci compagnia nonostante la comodità del passaggio in macchina e il prezzo ridicolo del biglietto. Adesso è impossibile andare a un concerto senza che la cosa venga a conoscenza di tutto il circondario. Per circondario intendo gente che fa shopping nel negozio ufficiale NBA a New York City o in una piccola boutique di Nicosia, o  che fa colazione in un piccolo bar di Kaunas o in un motel americano, tipo quelli vissuti e descritti da Willy Vlautin nel suo libro-manifesto Motel Life. Sei anni fa potevo andare a vedere il più importante gruppo di world music nel disinteresse totale. Oggi, tutti sanno tutto di tutti e vogliono in qualche modo esserci. Con il commento a una foto, con un messaggio, con un cuoricino.

Intendiamoci, a me fa piacere che i miei amici, o semplicemente i miei conoscenti, affollino i luoghi dove c’è musica. Vendo dischi e la musica è la mia principale ragione di vita: sarei un falso a dire anche a una sola persona di boicottare un concerto, fosse anche di una band che non mi piace. Ho perfino nostalgia di quando, alle feste in città, fosse quella dei santi patroni (sì, Frosinone ha due santi patroni, entrambi papi, uno dei quali era figlio dell’altro) o quella del mio quartiere, venivano a trovarci i vari Povia, Ron, Dik Dik. In quelle occasioni, almeno, la città o il quartiere si popolavano, dandoci una scusa per scendere in strada. Ecco, la sovraesposizione data dai social ha fatto in modo che, magari è solo una mia impressione, tante volte finiamo per andare a un concerto per la smania di far vedere che la nostra vita è più interessante di quella degli altri. Una volta una mia amica disse che andava al concerto degli Undertones: era una bella cosa, per carità, andare al concerto di un gruppo che per un quarto d’ora è stato perfino importante ma fu la sua risposta, quando le chiesi come mai proprio gli Undertones, a lasciarmi di stucco: “Perché è il concerto dell’anno”.

Sarà mai più possibile andare a un concerto senza lasciare traccia e senza dover dimostrare che c’eravamo anche noi? Solo per il gusto di assistere a uno show che fortemente vogliamo vedere? Se un giorno le corse dei levrieri diventeranno uno show di tendenza anche in Italia, ne diventeremo improvvisamente tutti seguaci e intenditori? Sei anni fa c’era Facebook, lo sappiamo tutti, eppure non era ancora la vetrina che è oggi, almeno nella mia città. Probabilmente, se oggi dicessimo che stiamo andando al concerto dei Tinariwen, ci sarebbe la corsa da più parti per salire sul carro (del vincitore o del perdente ditelo voi, sempre un carro sarebbe). Quella sera, invece, c’era tutta la Roma di una certa categoria: i professori di liceo sinistroidi e terzomondisti, i radical chic alla Nanni Moretti, gli esperti di politica internazionale. Forse c’era lo stesso Moretti. Diciamolo pure con Freak Antoni: un pubblico di merda. La band provò a farci ballare, perché per loro è normale che il pubblico (dei paesi musicalmente evoluti) balli la loro musica ma, mi ci metto anch’io, la risposta fu desolante. Qualche anno dopo avrei visto tre volte Bombino perché, nel frattempo, avevo davvero seguito il consiglio di Giancarlo Frigieri, immergendomi con sincera passione nel frizzante mondo della musica africana di ieri e di oggi, e sarei riuscito a coinvolgere (anche grazie ai social) gli amici, così contenti di assistere al concerto dell’anno, quello che ogni settimana si ripete (a seconda di chi ci sia tra il pubblico).

Siamo diventati noi, i veri protagonisti dei concerti. Da una parte è un bene, perché so per certo che Bombino si sarebbe intristito se a Boville non ci fossero state quelle settanta persone (praticamente tutti clienti di Nordovest) a ballare il suo trascinante blues terzomondista. D’altro canto, i social diventano istantaneamente il delirante palcoscenico del duello rusticano tra chi ha fatto venti chilometri per andare da una parte e chi ne ha fatti cinquanta per andare a un altro evento. Improvvisamente, dopo avermi raccontato un concerto dell’anno a settimana, i miei amici e conoscenti entrano in conflitto perché non si possono avere due concerti dell’anno nella stessa sera. Trecentosessantacinque sere l’anno c’è il concerto dell’anno ma la stessa sera non ce ne possono essere due. Non si può! Non si può ammettere che qualcuno si sia divertito più di noi, non si può confessare di aver sbagliato una scelta. Soprattutto, sembra che nessuno sia capace di passare una bella serata senza raccontarla a cani e porci, tenendo per sé (o magari condividendo con un solo fortunato complice) le proprie emozioni.

Qualche giorno fa sono andato, con tre amici, a vedere i Black Lips, ad Arezzo. E’ stato un concerto carino, di persone che a me stanno molto simpatiche, per via del loro fare sguaiato e dell’irresistibile garage beat melodico che esce fuori dalle loro idee. Ho ricevuto messaggi sul cellulare da amici sinceramente tristi per non averci potuto fare compagnia, e i complimenti da un cliente che neanche sa chi siano i Black Lips. Così, solo perché gli sembrava figo che avessi chiuso il negozio per un giorno e mezzo. Eppure ho detto senza esitazione, sia agli amici che al mio cliente, che non avevo assistito al concerto dell’ann0, e che la cosa migliore di quei due giorni era stata la compagnia dei miei tre compagni di viaggio. Devo anche dire che la ribollita che ho mangiato in una fantastica osteria di Arezzo, accompagnata da un esaltante Rosso di Montalcino, valeva da sola il mancato incasso di Nordovest. Chissà, se al posto mio ci fosse stato un altro, magari l’avrebbe fotografata e messa su Facebook definendola zuppa dell’anno!

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