PASQUA AD ALBUQUERQUE

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All’inizio del decennio avevo una ragazza che abitava lontanissimo da me. Questa cosa mi dava una certa serenità. Non sentivo il bisogno di uscire tutte le sere, non andavo cercando affetto visto che ne ricevevo già tanto, anche se a distanza. Soprattutto, avevo fame di cose: libri, film, serie televisive, musica. Una mia amica dice che quando uno sta bene vuole tutto. Quanto ha ragione! Così furono tante le serate passate in santa pace, a casa, a dare da mangiare al mio cervello. Durante una di queste, in dormiveglia, rimasi fulminato da una scena catturata al volo su Rai 4: c’erano dei messicani che strisciavano verso un tempietto. Non so cosa mi accadde, non so se fu l’aria minacciosa evocata dai messicani, se fu il cielo sopra il deserto o il movimento della macchina da presa, fatto sta che consultai la guida, lessi il nome della serie e spensi il televisore. Andai a dormire sapendo cosa volevo. Quella serie andava vista dall’inizio.

Non ne avevo mai sentito parlare, anche perché a quei tempi non era il cult che sarebbe diventata in seguito. A quei tempi era roba per appassionati terminali anche se la mia amica (quella che quando stai bene vuoi tutto) già la stava seguendo perché era solita fermare il telecomando su Rai 4, dato che il suo televisore leggeva pochissimi canali. Ricordo che avevo preso l’abitudine di scriverle ogni volta che beccavo un film di Billy Wilder o cose del genere in tarda serata, per leggere sempre la stessa risposta: “A casa mia quel canale non si vede”. Rai 4 sì, e in quel periodo regalava un po’ a tutti belle soddisfazioni, soprattutto perché c’era una meravigliosa serie australiana ambientata nel mondo del crimine e poi perché c’era La Nuova Squadra Spaccanapoli, che era un mio pallino, una di quelle cose che adoro anche se sono snobbate dalla critica e dal pubblico nerd che giudica e valuta tutto in modo definitivo. Quella cosa dei messicani che strisciavano, però, mi sembrò subito più importante, infatti si sarebbe rivelata davvero straordinaria, molto più di quanto avessi potuto prevedere.

Dopo la prima sequenza della prima stagione, ero già un tossico. C’era tutto quello che avrei sognato di vedere: deserto, cielo, colori stupendi ovunque, una location (il Nuovo Messico) che da sempre fa parte dei miei sogni proibiti, la tensione della storia rallentata da inaspettate lentezze cinematografiche e poi i personaggi, tutti meravigliosamente caratterizzati. A proposito di Albuquerque: quando andai a rileggermi il mio vecchio blog, che avevo dovuto salvare perché la piattaforma online era stata cancellata, ritrovai un minuscolo racconto che avevo pubblicato qualche anno prima che Breaking Bad avesse inizio. Lo avevo ambientato proprio in quella città. E’ una di quelle coincidenze che, ogni tanto, mi fanno sentire parte di un disegno maligno dal quale il libero arbitrio è bandito. I colori di Albuquerque ebbero un effetto dirompente su di me. Non riuscivo a fare a meno di quei colori. Non ne parlava nessuno, tutti parlavano di quanto fossero potenti i personaggi, ed era vero, tutti parlavano della storia e di quanto ci tenesse sulle spine anche se un mio amico un giorno sbottò: “Possibile che a questo non lo sgamano mai?. Quando la serie era appena finita, Blow Up pubblicò un pezzo di due pagine proprio sui colori di Breaking Bad, e fui felice di avere amato tanto un aspetto così sottovalutato di quel cinema televisivo (o di quella televisione cinematografica, che dir si voglia) che aveva mille argomenti da proporre a chiunque ne volesse parlare.

Che poi, parlarne non si poteva, perché ognuno era a un punto diverso della serie, quindi c’erano minacce di morte ovunque per chi osasse spoilerare. Mai, nella mia vita, ho pensato che una follia collettiva fosse davvero giustificata come in quel caso. Mi sparavo quelle maratone dalle quali uscivo fortemente condizionato. Se andavo a dormire dopo aver visto qualche episodio, la notte sognavo immancabilmente di essere un personaggio della serie. Non uno di quelli veri, sognavo proprio di essere me stesso catapultato nel traffico di stupefacenti e nei rischi connessi. Sognavo sparatorie, fughe, appuntamenti con loschi spacciatori e boss messicani. La mia parte preferita della storia è quella dove c’è il sentore del Messico. Quante scene memorabili, come quella in piscina con la canzone degli Oh Sees! Quanti personaggi favolosi, come il vecchio boss sulla sedia a rotelle che comunica con un campanello, e che meraviglia i tempi di ripresa! Quanta nostalgia e quanta invidia per chi deve ancora vedere Breaking Bad! Che aspettate a iniziare? Pagherei per rimuovere dalla mia memoria tutti gli episodi per ricominciare da capo.

Ogni puntata chiamava la successiva. Una volta passai tutta la giornata di Pasqua a vedere Breaking Bad, per un totale di quattordici episodi consecutivi. Mi fermai soltanto perché il DVD della stagione seguente non era ancora uscito. Già, perché non ho fatto come tanti che l’hanno scoperto in ritardo e poi scaricato e visto tutto d’un fiato; no, io aspettavo qualche mese tra una stagione e l’altra, in ritardo rispetto a chi lo stava seguendo in diretta su internet ma con i tempi (seppure ritardati) di una serie, lasciando quindi un po’ di tempo tra una stagione e l’altra. Alla fine di tutto non mi preoccupai neanche di comunicare (a me stesso prima che agli altri) se il finale mi fosse piaciuto. Pensai soltanto che il cielo di Albuquerque già mi mancava. Mi mancava la sigla, così tagliente e paradossalmente inesistente, quasi una sfida da parte di chi sapeva che nei vari episodi c’era così tanto da vedere da poter fare a meno di una bella sigla. Mi mancavano i piccoli prologhi, alcuni dei quali avrebbero portato a qualcosa di definitivo e clamoroso.

Non accadono tantissime cose, in Breaking Bad. E’ una serie che parla di progetti, di ricerche e di dipendenze, di soldi e del fascino perverso del pericolo, degli esseri umani e della loro terribile solitudine, anche quando vivono con la propria famiglia. Poi, certo, accadono cose straordinarie: i resti di un incidente aereo cadono su Albuquerque, una tartaruga esplode in faccia alla polizia, sparano a un ragazzino in motoretta, fanno saltare in aria il boss dei boss, muore una ragazza senza che Walter White faccia niente per salvarla ma c’è anche un episodio intero nel quale i due protagonisti cercano di uccidere una mosca per tenere pulito il laboratorio: non fanno altro per tutta la durata dell’episodio, una cosa mai vista in una serie televisiva, dove normalmente il ritmo è padrone di tutto. Non è la prima serie che, per ritmo e movimenti di macchina, ha pretese cinematografiche. E’ fondamentale, in questo senso, l’episodio pilota di Twin Peaks, un vero e proprio film dove accade una cosa sola, episodio utile a presentare i personaggi e l’ambiente. La verità è che parliamo di eccezioni, visto che dopo Twin Peaks le serie hanno sempre puntato tutto su dinamiche frenetiche, anche per colpa delle stesse televisioni, spietate nel tagliare un prodotto nel momento in cui l’attenzione del pubblico subisce un calo.

In Breaking Bad tutto è approfondito e tutto torna, anche quando sembra che si vada verso l’assurdo. Durante la serie vengono disseminati segnali di ciò che accadrà anche molto tempo dopo. A quel punto, quando veniamo a sapere perché un determinato oggetto era stato inquadrato, il godimento per la parentesi che si chiude è pari alla raffinatezza dell’invenzione narrativa. In questo porsi spesso se non sempre in doppia lettura, Breaking Bad rifiuta la facilità della serie televisiva standard, si allontana dall’immediatezza e si mette su un piedistallo. Aprendo e chiudendo parentesi, può permettersi di scolpire nell’immaginario tutta una serie di personaggi, luoghi e loghi (chi ha detto “Los Pollos Hermanos”?) fino a renderli mitici. E’ un’orchestra che non sbaglia una nota, è un magnifico dramma corale, è leggenda prima ancora di finire. Qualcuno dice che è diseducativo perché tende a far sperare lo spettatore che il male non venga mai scoperto ma io non mi sono mai posto il problema. D’altra parte, non si può dire che i cattivi esempi presenti nella serie siano camuffati né giustificati. C’è un momento in cui Walter ammette davanti alla moglie di avere fatto tutto per il piacere di farlo ma noi l’avevamo già capito molto tempo prima, quando si trovò ad affrontare la violenza insita nel narcotraffico messicano. Noi, delle buone maniere e della questione morale, abbiamo smesso di preoccuparci da quando abbiamo visto quel camper scassato arrancare nel deserto. Da allora, completamente rapiti, ci siamo adagiati in poltrona chiedendo di non essere mai più distolti da tanta meraviglia. Ci siamo goduti il cielo del Nuovo Messico, abbiamo tremato al solo apparire del demonio vestito da affabile venditore di pollo fritto, ci siamo chiesti cosa si nascondesse dietro quel pupazzoide finito in piscina e visualizzato in più di un prologo, abbiamo detto a tutti (ma proprio a tutti) che Breaking Bad è il meglio del meglio e, ancora oggi, lo ripetiamo volentieri. A tutti.

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