L’altra corsa

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Nordovest non è soltanto un negozio di dischi. Certo, l’identità è quella, definita e (si spera) incrollabile ma in questi primi undici anni di attività ho anche venduto tanti film, cofanetti di serie televisive e anche molti libri. Da parte mia, non sento il dovere (diciamo così) professionale di essere aggiornato su tutto ciò che accade in questi settori. La mia specializzazione riguarda la musica rock, sia indipendente che mainstream, senza che per questo motivo io possa permettermi di trascurare il jazz, l’elettronica e il rap. Per quanto riguarda film, serie televisive e libri, invece, mi permetto di vivere tutto ciò senza troppa attenzione, quasi per puro diletto. Insomma, se vi aspettate che sia uno di quelli che seguono in diretta e in lingua originale dieci serie nello stesso periodo, allora siete fuori dal seminato però sarete ben felici di sapere che da me non avrete mai uno spoiler, visto che arrivo sempre per ultimo. Stabilito ciò, ho pensato di dedicare due pezzi di Nordovest Amarcord a queste materie alternative, raccontandovi il film, il libro e la serie che mi verranno in mente quando, da vecchio, ripenserò a questi anni.

Il film e il libro sono collegati tra loro. Vitaliano Trevisan è il (memorabile) protagonista di un film di Matteo Garrone che si chiama Primo Amore. Quando, tre anni fa, decisi di comprare il suo libro Grotteschi e arabeschi, liberamente ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, non sapevo che uno dei racconti fosse una tremenda vendetta nei confronti dello stesso regista. In Poe, la vendetta si compie all’interno di una cantina dove la vittima crede di dover assaggiare un particolare vino spagnolo. In Trevisan, tutte le belle parole spese dalla critica e dal pubblico verso il regista romano vengono sommerse da una sarcastica invettiva dello scrittore veneto il quale, prendendo spunto da un commento di Garrone nei contenuti speciali del DVD di Primo Amore, realizza un ritratto impietoso di un uomo viziato e borghese, incapace di distinguere la finzione a causa dell’ossessione per la realtà. In Poe, i due protagonisti sono amici, eppure il sentimento della vendetta cancella del tutto qualsiasi parvenza di empatia. Non c’è alcuna pietà per la vittima. In Trevisan, si capisce che i due non siano mai stati amici ma che ci sia stata comunque la condivisione di un’esperienza importante, quella di aver realizzato insieme un film indubbiamente potente, un film che non può lasciare indifferenti.

Anche in questo caso, la vendetta non lascia spazio all’empatia: Matteo Garrone, senza essere nominato, viene sbeffeggiato come persona e criticato aspramente come artista, pur essendogli riconosciute capacità non comuni dal punto di vista tecnico. Gli viene contestata la sua estrazione borghese, con tutti i vizi connessi. Viene accusato di avere senso pratico solo quando entrano in gioco i soldi. Gli viene contestato un certo buonismo di facciata verso le minoranze tipico di certi intellettuali radical chic. Gli viene soprattutto contestata la scarsa sensibilità nei confronti del suo attore. Trevisan sente di essere messo in simbiosi con il terribile protagonista del film, un uomo patologicamente ossessionato dalla magrezza femminile, un uomo (tra l’altro) realmente esistito. A pensarci, è un’offesa di proporzioni bibliche: passa così l’idea che lui fosse perfetto per quel ruolo perché era realmente come quel personaggio, non perché fosse un bravo attore. Del resto, non sarebbe quello il suo mestiere. Vitaliano Trevisan è uno scrittore che per hobby fa l’attore.

Ho letto tante volte il racconto di Trevisan. All’inizio faticavo a credere a tanto astio ma poi mi arresi all’idea che per coverizzare Poe proprio come se dovesse coverizzare una canzone, Trevisan aveva dovuto eguagliarne il cinismo. Trevisan aveva usato un sentimento negativo per farne letteratura. Così, pur non provando da parte mia questo sentimento nei confronti del regista, il piacere di quella lettura mi travolse. Il racconto diventò esattamente come una canzone, sinuoso e scorrevole, con alcuni momenti di assoluto pathos. Una sera, durante un aperitivo in terrazza, ne lessi una parte agli amici. Credo che la musicalità della storia fu molto apprezzata. Non importava il fatto che la vittima fosse uno dei nostri artisti preferiti, del quale tra l’altro parlerò bene tra poco. Non importava neanche il fatto che Trevisan avesse rischiato di fare la figura del rosicone, di quello che non aveva ricevuto gli elogi che credeva (e crede) di meritare. Quella sera dimostrai quanto fosse stato bello per me leggere e rileggere quelle parole per il semplice fatto che filavano in modo perfetto ed epico. Ero così contento in quel momento, della mia vita, di tutto, che mi misi a declamare la vendetta di Vitaliano Trevisan. Così, perché mi sembrava una bella cosa, una cosa diversa.

Dunque Grotteschi e arabeschi è il mio libro preferito di questi undici anni. E il film? Quando si seppe che Matteo Garrone avrebbe girato un film sul Grande Fratello rimasi basito; mi pareva un tema bollito e sul quale non avrei speso tempo né energie da spettatore, figuriamoci se fossi stato un regista! Andai al cinema lo stesso, senza leggere neanche una recensione, senza vedere il trailer. Rimasi molto colpito da ciò che ne venne fuori. Era il film che avrei voluto vedere ma che non avevo minimamente immaginato. Garrone è ossessionato dalla realtà, è vero. Lo scrive Trevisan, lo considera un limite enorme per un cineasta che (a suo dire) non conosce nulla della realtà, ed è vero che anche stavolta gli attori sono così poco attori. Eppure Reality funziona. E’ pervaso dal sogno fin dall’inizio, è idealista, è poetico.

Quando il mio professore di storia moderna mi propose di scrivere la tesi di laurea facendo una ricerca per lui, dissi subito di sì ma, una volta terminata la ricerca commissionatami, fu evidente nella mia mente che si sarebbe potuto andare oltre. Così la mia tesi divenne un’altra cosa ma non saprò mai se così facendo ho costruito una cosa migliore rispetto al progetto iniziale. Anche Garrone, a quanto pare, era partito con un’idea e, strada facendo, la cambiò radicalmente fino a costruire un film emozionante e onirico, aiutato in questo da una città cupa, tragica e infinitamente evocativa come Napoli. Reality ha una musicalità intrinseca, portata avanti non solo e non tanto dalla colonna sonora quanto dai movimenti di macchina, i magistrali e tanto decantati movimenti di macchina di un regista che, quando ispirato, ha pochissimi eguali in circolazione. La cosa più sorprendente resta però l’idea del film che cambia in corso d’opera. Il film su un fenomeno sociale diventa il film su un uomo che manda a monte tutto ciò che ha fatto nella vita pur di avere quindici minuti di gloria e di visibilità, tanto per non farci mancare il solito Andy Warhol quando parliamo di certe cose.

Così la prima cosa che pensai, uscendo dal cinema, fu: “Cazzo, questo ha fatto un film volutamente minore!”. Pensai che sarebbe andato malissimo e che era proprio ciò che la gente non si aspettava in quel momento. Dopo Gomorra, il regista romano sembrava destinato a spiccare il volo e il tema del Grande Fratello poteva aiutarlo a passare alla cassa. Invece ne uscì fuori l’esatto contrario, ovvero un film d’autore che, pur contentendo qualche scena indubbiamente spettacolare, era un film senza ambizione, rischioso nel non appartenere ad alcun filone di moda, nell’indugiare ancora una volta sul dialetto e su un protagonista normale: ecco di nuovo l’ossessione per il reale o per il realistico, che dir si voglia. Ecco di nuovo ciò che non piace a Trevisan: le facce che le persone fanno nella vita di tutti i giorni, naturalmente, senza bisogno di recitare, gli attori che non sono attori bensì sono esattamente ciò che vediamo, il tutto diretto dal ripugnante borghesuccio coi capelli trasandati in stile Kubrick.

Eppure c’è una cosa che mi fa amare questo film e che, paradossalmente, me lo fa mettere proprio accanto al nemico Trevisan in questo pezzo: Reality è commovente, emoziona e non mi importa se lo fa in un modo che può sembrare scorretto. Reality sorprende, lascia nello spettatore la voglia, ogni tanto, di rivederlo per ritrovare quella dimensione di sogno sovversivo, così come il libro di Trevisan ogni tanto si fa rileggere in tutta la sua straordinaria potenza espressiva. Reality è un film invernale, da vedere con il camino acceso, mentre Grotteschi e arabeschi è un libro estivo, da declamare in terrazza. Reality chiama una bottiglia di rosso, mentre Trevisan va buttato giù con le migliori bollicine del suo Veneto. Le pagine della sua vendetta scorrono torrenziali come un fiume in piena, sono una corsa sfrenata laddove Reality è una lenta passeggiata nel sogno (impossibile?) di un uomo. Trevisan e Garrone, uniti da un film maledetto e leggendario, divisi da una vendetta su carta, tornano insieme in questo mio best of.

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