TRENTA

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Questo è il trentesimo pezzo pubblicato su Nordovest Amarcord. Mi sembra giusto onorare la cifra tonda raccontandovi brevemente i miei trenta album preferiti, quelli che consiglierei spassionatamente a tutti voi, pronto a offrirvi una birra in caso di aspettative deluse.

#30 – SMOG. Rain on Lens.

Pochi mesi prima di aprire Nordovest, andai a un piccolo festival in città. Non so bene perché ci fosse anche mamma con me, davanti al banchetto dei dischi. “Scegline uno, te lo regalo”. Come quel mercante osasse sperare di vendere un album minore di un cantautore minore, in una piazzetta di Frosinone, resta per me un mistero. Sarebbe diventato un po’ più conosciuto in seguito, Bill Callahan, e più di un cliente mi ha ringraziato per avergli consigliato la sua musica.

#29 – THE DREAM SYNDICATE. The Days of Wine and Roses.

Pare che i musicisti della scena di Los Angeles denominata Paisley Underground facessero uso di ogni tipo di droga. Una volta cenai con uno di loro. Mi confermò che, in effetti, il salutismo negli anni ottanta non andava proprio di moda. Quella sera, con me, il tizio in questione bevve tanto vino rosso. Mi disse che era diventato finalmente salutista. Sembrava e sembra ancora un ragazzino. A saperlo prima, mi sarei drogato pure io a vent’anni, anziché giocare a pallone!

#28 – NICK DRAKE. Bryter Layter.

All’inizio, quando ascoltai Northern Sky in uno spot delle Poste Italiane, mi inalberai. E’ la solita storia della gelosia che riversiamo noi appassionati di musica sulle nostre canzoni preferite. Non vogliamo che diventino carne da macello. Poi, riflettendoci, pensai che il pubblicitario che aveva scelto la canzone aveva dimostrato un bel coraggio e che, in fondo, ascoltare Nick Drake è sempre fonte di godimento.

#27 –  THE BLACK HEART PROCESSION. 2.

“Comprati questo disco, fidati!”. Il giorno dopo Rodolfo mi chiamò in negozio, emozionato neanche fosse un liceale che aveva appena pomiciato con la più bella della classe: “Che cazzo di disco che mi si’ dato! Grazie, grazie, grazie!”. I Black Heart Procession fanno battere il mio cuore neanche fossero la fidanzata di una vita, eppure devo ammettere che una volta, a un loro concerto, mi addormentai. Peraltro, una volta (solo una, eh), mi addormentai mentre facevo cose con la mia ragazza.

#26 – BLACK LIPS. Arabia Mountain.

Dopo una serata di frizzi e lazzi, imboccammo Via Firenze con questo disco a tutta callara, in macchina di Corrado. Lui guidava, io ero seduto dietro e Lele era fuori dal finestrino, a cantare queste canzoni sguaiate, con solo i piedi e le caviglie all’interno della macchina. Certe cose, da queste parti, si fanno solo se c’è da festeggiare la vittoria di una squadra di calcio ma cosa sarà mai una promozione in Serie A in confronto ad Arabia Mountain?

#25 – ANGELS OF LIGHT. We Are Him.

Ho sempre pensato che i nostri pensieri quotidiani si dividano in intellettuali e sentimentali. La persona in forma è, secondo me, quella che si avvicina al cinquanta per cento delle energie mentali spese in entrambi i campi. Ecco, quando Michael Gira fa il filosofo esce un disco degli Swans; quando è in forma e ci mette anche il cuore allora il nostro, di cuore, si rianima grazie agli Angels of Light.

#24 – GALAXIE 500. Today.

Questo disco contiene la mia canzone preferita di tutti i tempi. Le parole contenute in Tugboat mi ossessionano da sempre. Ho letto spiegazioni fin troppo filosofiche su quella che è la più dirompente dichiarazione d’amore che io abbia mai ascoltato. Il fatto che le quattro frasi che più rappresentano il mio modo di provare certe cose siano accompagnate dalla musica che avrei sempre voluto suonare non fa che accrescere la mia venerazione per un album fantastico fin dalla copertina.

#23 – ROBERT JOHNSON. The Complete Recordings.

Ogni tanto penso a Robert Johnson e penso che vorrei sparire per un anno. Al ritorno sarei una persona diversa, piena di talento. Avrei sempre la risposta pronta, non mostrerei mai le mie debolezze, sarei un grande imprenditore di me stesso e scriverei cose bellissime. Peserei venti chili di meno e vestirei come si deve. Tutti quelli che mi vogliono bene sarebbero orgogliosi di me e farei nuove conquiste. Poi un marito geloso mi avvelenerebbe con un bicchiere di vino corretto con il cianuro.

#22 – LULLABY FOR THE WORKING CLASS. I Never Even Asked for Light.

Se siete in giro per il mondo e vi capita di entrare in un negozio di dischi che ha il reparto dell’usato, non stancatevi mai di impolverarvi i polpastrelli: potreste trovare uno di quei favolosi CD di american indie degli anni novanta che purtroppo sono fuori catalogo da tempo. Ce ne sono tante, di meraviglie dimenticate da un mondo ingiusto e crudele. Chi viene in vacanza con me lo sa: se mi imbatto in un negozio di dischi, ci si rivede dopo un paio d’ore nella piazza più vicina.

#21 – THIN WHITE ROPE. Moonhead.

Ho un vago ricordo di quando, durante l’ultimo anno di scuola, andai con i compagni di classe al Kepos, un locale situato nella parte alta della città. Ricordo invece in modo limpido la riflessione amara che un amico fece andando via da Piazza Scappaticci anni dopo, quando il Kepos non c’era già più: “Non riesco a capire come cazzo ha fatto Guy Kyser a suonare in un disco degli Yo Yo Mundi. Ti rendi conto? Gli Yo Yo Mundi!”.

#20 – CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL. Green River.

Davide si fissò con i Creedence. Per un inverno intero, nel suo locale, non ascoltammo altro. Tutte le storie che ricordo di quei mesi hanno la stessa colonna sonora, cosa non troppo esaltante se ci penso bene. Di quella ragazza ubriaca che si addormentò flirtando con me sul divano in fondo alla sala, non ricordo il nome e neanche le scarpe che portava. So però che stavano suonando i Creedence, come ogni sera.

#19 – BRUCE SPRINGSTEEN. Nebraska.

Brutta bestia, il Boss: a Frosinone rappresenta una religione, né più né meno. Gli adepti mi schifano perché non l’ho mai visto dal vivo, i detrattori mi schifano perché sanno che mi piace e perché passo spesso i suoi dischi in negozio. Sto tra due fuochi e, alla fine, ci rimetto sempre. Anche nella scelta del disco preferito: a nessuno dei fan che conosco verrebbe in mente Nebraska, album radicale e minimale, così lontano dall’epica del loro eroe.

#18 – PINBACK. Summer in Abaddon.

Forse l’album che, più di ogni altro, mi fa passare la voglia di vendere dischi: sono così convinto della sua bellezza da pensare che debba per forza piacere a tutti. Purtroppo c’è qualcosa che non funziona nella mia proposta. Se in tanti altri casi (National, su tutti) sono riuscito a evangelizzare, per i Pinback ho perso le speranze. Saranno sempre i miei pupilli incompresi. Peggio per voi: non sapete cosa vi perdete!

#17 – NEIL YOUNG. Everybody Knows This Is Nowhere.

Riccardo aveva una copia aperta di Mirror Ball. A quei tempi, i negozi di dischi aprivano una copia per farla ascoltare in cuffia. Io, invece, faccio ascoltare i miei dischi oppure uso Youtube. Quella volta fu speciale: dopo pochi secondi della prima canzone decisi di comprare il CD che Neil Young aveva registrato con i Pearl Jam (non accreditati) come backing band. E’ un album magnifico ma quello stereo e quelle cuffie lo rendevano ancora più bello. Fu il primo disco del rocker canadese che comprai. Ora ne ho tipo venticinque, e alcuni di loro sono anche più belli di Mirror Ball.

#16 – GRANT LEE BUFFALO. Mighty Joe Moon.

La vacanza estiva che mise fine al mio primo anno di università mi portò in Calabria. All’andata, il treno era così pieno che viaggiai in piedi fino a poche fermate dalla meta. Trovai posto vicino a un prete e a una ragazza di Rossano Calabro, molto carina. Parlammo ma non ci curammo di vederci in quei giorni. Mi diede il suo indirizzo di Roma, a due passi dalla mia facoltà: praticamente, un gol a porta vuota. Non l’avrei mai cercata. L’unica cosa che facevo nel tempo libero, in quegli anni a Roma, era comprare dischi. Più o meno nuovi, più o meno belli. Tipo Mighty Joe Moon, recuperato in cassetta in un negozio di Via del Corso.

#15 – TELEVISION. Marquee Moon.

L’altra sera, Silvan mi ha ricordato che la storia di Tom Verlaine genio incompreso e della nostra relativa discussione è trita e ritrita. Ha ragione, anche se l’idea era di raccontarla in modo diverso dalle altre volte. Quindi ho riscritto questa scheda. Volete sapere qualcosa di inedito su Tom Verlaine? Allora, posso dire che mi ha fatto piacere vederlo dal vivo a Ciampino, perché è uno che non si è mai fatto due soldi con la musica nonostante lo meritasse più di tanti altri, e perché la sua chitarra ha ancora quel suono unico e struggente.

#14 – WIRE. Pink Flag.

Entrai nel negozio di Natalino e ciò che sapevo era che avrei comprato un disco. Per forza. Scelsi Send perché avevo già Pink Flag. La sera del concerto dei miei amici, in tour a San Benedetto del Tronto, lo stereo del locale passò il primo album degli Interpol. Non avevo ancora mai pagato una bolletta in vita mia, non sapevo cosa fosse una pur minima responsabilità eppure, a distanza di tanti anni, credo che ora la mia vita sia più bella di allora. La spensieratezza è un valore sopravvalutato, non trovate?

#13 – THE BEACH BOYS. Pet Sounds.

L’appuntamento era alle 10, per la colazione. Ci aspettavano dieci ore di lavoro per smontare, pulire e reinventare Nordovest. Fu il primo, e finora unico, restyling del negozio in undici anni di attività. Al bar, presi un bicchiere di spumante. “Se lo bevi me ne vado”. Dopo aver ascoltato Pet Sounds sei volte di fila, azzardai Psychocandy, un album che abbiamo sempre amato ma che non si rivelò adatto a quella giornata: “Marco, puoi togliere questo disco, per favore?”. Rimisi Pet Sounds, in loop. Non esiste musica migliore per sopportare la fatica e il caldo. Alle 20 ci sparammo una birra, soddisfatti.

#12 – SUICIDE. Suicide.

“Sai che c’è? La musica con le chitarre mi ha stufato”. Hai ragione, Emilia’, e sai perché ti ha stufato? Perché il vero appassionato di musica ha sempre bisogno di novità, di idee nuove, di stimoli nuovi. Per carità, l’amore è eterno, quindi gli Slint e i Pavement non ci stuferanno mai ma è vero che certe band di qualche anno fa sono già cadute nell’oblio. Ecco, i Suicide, questa cosa, la interpretarono meglio di tutti, laddove era sacrilegio anche solo pensarla.

#11 – YO LA TENGO. Painful.

“Come mai non eri al concerto degli Yo La Tengo? Non ti ho visto”. Avevamo rotto la macchina, la nostra serata si era esaurita in una dignitosa ma tutto sommato anonima pizzeria di San Cesareo. Gianluca stava per dirmi l’unica cosa che volevo sentirmi dire riguardo a quel concerto. Glielo lessi in faccia, prima che sentenziasse: “Non ti sei perso un cazzo”. Ho buttato un po’ di soldi ma so che la prima volta con gli Yo La Tengo sarà speciale e non una performance moscia e piena di cover.

#10 – PIXIES. Doolittle.

Kurt Cobain copiava i Pixies. Nel senso che prendeva piccole cose dei Pixies e le metteva nelle sue canzoni. Lo faceva anche con i Mudhoney. Erano piccole dediche ai suoi idoli. A una prima lettura, sembra una raffinatezza però mi fa venire in mente una cosa di quando andavo al liceo: un mio compagno di classe si candidò al consiglio d’istituto copiando la struttura del manifesto di un gruppo musicale di Frosinone. Quindi, nella mia capoccia, quel compagno di scuola e Kurt Cobain sono due ragazzini che scopiazzano frasi (più o meno carine) altrui.

#9 – BOB DYLAN. Highway 61 Revisited.

In questo album, a un certo punto, Bob Dylan se la prende con una donna in declino, una che tutti volevano e che ora nessuno vuole più. Non è dato sapere di quale donna stia cantando la disfatta. Non è dato sapere se certe parole siano meritate o meno. Ciò che traspare è la cattiveria che il meraviglioso poeta di Duluth riserva a questa creatura: la lascia rotolare e scrive una canzone leggendaria, forse la più leggendaria di sempre. Se cercate i buoni sentimenti, non è il disco che fa per voi. Se volete sapere come la penso, Bob Dylan è uno stronzo.

#8 – PAVEMENT. Wowee Zowee.

Avevo sentito parlare tanto di questo negozio di San Lorenzo: Disfunzioni Musicali. La prima volta mi sentii in soggezione. C’erano due computer con l’archivio di tutto ciò che si poteva comprare subito oppure ordinare. A pensarci ora era un negozio davvero all’avanguardia. Feci una cosa per la quale certamente mi odiarono: anziché perdere tempo al computer, lessi a uno dei soci la lista che avevo portato da casa, con la tremenda (per lui) condizione che avrei comprato una cassetta. Nè vinile, ne CD, dunque. Il tizio sparì per dieci minuti, poi tornò con Wowee Zowee.

#7 – SONIC YOUTH. Sister.

Un pomeriggio di vent’anni fa andai a trovare un compagno di scuola, a casa sua. Aveva registrato delle cose con un gruppo di amici e me le fece sentire. Oggi, in un momento storico nel quale registrare un disco (in modo professionale) è diventata una cosa semplicissima, quel ricordo mi fa tenerezza. Meno tenerezza mi fa ricordare la sua idolatria per gli Helloween e roba del genere. “Ti piacciono i Sonic Youth? Non ci credo, mi stai prendendo in giro. Non sanno suonare!”. Credo sia stato quello il giorno in cui ho detto addio all’heavy metal e ai suoi adepti.

#6 – WALL OF VOODOO. Call of the West.

Detesto il conformismo. E’ un difetto delle persone che mi fa perdere lucidità. Potrei dire le cose peggiori anche al mio migliore amico se sprofondasse nel conformismo. Quindi, ogni tanto, sbrocco. Nonostante il mondo ci riservi ogni giorno amarezze e tragedie, mi capita di tirare una bestemmia per cose futili, tipo le foto sui social di piedi inquadrati dall’alto (le prime che ricordo risalgono a dodici anni fa: quando la smettiamo?) o del solito piatto di carbonara. Detto ciò, volevo solo essere la prima persona di tutti i tempi a scrivere di Call of the West senza nominare quello scrittore. Sì, avete capito. Quello del mitico film con Bogart e Lauren Bacall e bla bla bla…

#5 – RODRIGUEZ. Cold Fact.

Io voglio bene a Sixto Rodriguez. Avevo sentito parlare della sua incredibile storia, poi ho visto il (commovente) documentario sulla sua vita, poi ho comprato i suoi due album. Perché gli voglio bene? Perché le sue canzoni hanno qualcosa di diverso da quelle di Bob Dylan e di Lou Reed, pur trattando spesso gli stessi argomenti. Nelle sue canzoni c’è l’empatia al posto del cinismo. Anziché umiliare la donna che gli è sfuggita, immagina come deve essere stata e come sarà la vita di lei. C’è affetto nel suo dispiacere, così nobile e così lontano dalla vendetta di Like A Rolling Stone

#4 – R.E.M.. Automatic for the People.

Li conobbi qualche anno prima. In televisione passarono il video di Stand. Ero piccolo e mi piaceva la musica senza però fare alcuna ricerca sull’argomento. Mi accontentavo di quello che mi veniva proposto dai media e dai vinili che trovavo a casa, non molti perché i miei non erano questi grandi acquirenti di musica. Non stetti neanche a pensare se la canzone mi piacesse o no. Era divertente, sicuro. L’unica cosa che pensai fu: “Tanto questo sarà il solito gruppo che campa con una canzone sola!“.

#3 – SLINT. Spiderland.

E’ colpa di Spiderland, della sua immaginifica copertina e della scritta (presente sul CD) che impone l’ascolto in vinile della musica ivi prodotta, se ho (ri)cominciato a far girare il cerchio nero. Da un paio d’anni sto selezionando il meglio della mia discografia per aggiungere la copia in LP a quella in CD dei miei titoli preferiti. Spiderland è, più di ogni altro album, quello che mi rende orgoglioso di avere scelto di amare l’american indie. Quando il sommo Maurizio Blatto ne recensì la ristampa su Rumore, appioppandole un epico 10, mi alzai dalla sedia per applaudire, emozionato.

#2 – SPARKLEHORSE. Vivadixiesubmarinetransmissionplot.

La vidi e la mia testa esplose in mille pezzi. A quel punto avrei dovuto dirle come mi sentivo. Aspetterò fino a sabato. Quel sabato, invece, andai a giocare a pallone. Quello dopo ancora, andai a una festa dove i tramezzini facevano schifo e non c’erano alcolici. Il terzo sabato mi chiamò Frankie e passammo la serata da Roberto. Frankie si è sposato di sabato. Ormai tutti si sposano di sabato. Aspetterò fino a sabato.

#1 – THE VELVET UNDERGROUND. The Velvet Underground & Nico.

Pochi giorni fa: “Ah, Marco, sei tu? Non avevo capito! Dall’avatar sembrava uno scherzo dei miei amici. Che è quella banana con la scritta Andy Warhol vicino? Ah, è un disco dei Velvet Underground? Non lo sapevo però so chi è Andy Warhol. Comunque sei il numero uno, è troppo figo il tuo avatar!”. Poi mi ha chiesto che lavoro faccio. “Vendo quelle cose con la banana. I dischi, non i quadri”.

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