I LOVE MUSIC

pbuck

Come faccio a spiegare cosa significa per me la musica? Intanto diciamo pure che sono religioso e maniacale nel mio amore incondizionato per i dischi e per chi li realizza, di una religione che fatica a spegnersi. Anche quando non riesco a dormire o non riesco a stare calmo davanti alle ansie della vita, non riesco a smettere di buttarmi in una canzone, che l’abbia in mente o che la debba far girare su vinile o su CD. Non c’è mai un momento in cui la musica è assente dalla mia testa, anche quando tutto tace. “Veramente canti a mente pure tu mentre giochi a pallone?”. Sì, il mio compagno di squadra di calcio a cinque non è l’unico ad avere questa insana abitudine. Solo che lui si accontenta di ciò che passa la radio. Il suo metodo di ascolto è compulsivo. Non riesce a tenere l’autoradio sullo stesso canale per più di due minuti, a meno che non si imbatta nel suo tormentone preferito. Io, invece, devo sapere. Devo cercare, trovare, conoscere, approfondire.

Nel 1995 ebbi una folgorazione e da allora non ho più smesso di comprare dischi. Cento all’anno, tutti gli anni. La musica mi guida come fosse una divinità che dall’alto di un’intelligenza superiore condiziona i miei stati d’animo e le connessioni con gli stati d’animo altrui. Raramente mi fisso su un disco solo e non sono sempre io a scegliere cosa ascoltare, altrimenti metterei ogni volta sul piatto Today dei Galaxie 500Automatic For The People. Invece lascio che sia (in parte) il caso a condizionarmi. Allora apro, senza pensarci su, lo sportello di vetro di uno scaffale o un cassetto e mi spizzo tutte le copertine o i bordi dei CD prima di scegliere magari un album che non ascolto da un anno. Così scopro sempre emozioni nuove e mi lascio corrompere dai dischi. Così una giornata triste viene deviata dai Beach Boys o una botta di entusiasmo viene annebbiata dai Mogwai. La musica diventa padrona di casa o del negozio, e la mia follia di ascoltatore si adagia su un’amaca di suoni e di voci che non smettono di sorprendermi.

Oggi mi sono lasciato tentare da una compilation di musica nera che comprai due anni fa solo perché costa(va) pochissimo. Che goduria ritrovare vecchi amici come Percy Sledge, Wilson Pickett, Sam & Dave, Ray Charles! Sembrava fossero fatti apposta per stare nello stesso disco, i migliori singoli di certi artisti! Non sono mai stato un grande appassionato delle compilation, eppure la bravura di chi le pubblica (o di chi le fa in modo amatoriale per gli amici) può consentire ogni tanto di imbattersi in qualcosa di sorprendentemente sensato e omogeneo. Così ci siamo abituati a imparare a memoria la sequenza della colonna sonora de Il Grande Freddo piuttosto che di Pulp Fiction e a considerarle come dei veri e propri album. Tutto questo nasconde qualcosa di misterioso, se ci pensate bene: come fanno, canzoni concepite in momenti diversi e per dischi diversi da artisti diversi, a legarsi in modo perfetto tra loro fino a stabilire un nuovo linguaggio?

Nei credits di un album degli Starfuckers c’è scritto che quella musica è stata concepita per essere ascoltata insieme ai rumori dell’ambiente circostante. Qui entriamo nel campo della filosofia più pura. Non solo la libertà di ascolto mi permette di togliere una traccia da un album e di montarla in una compilation o in una colonna sonora ma si arriva al punto di poter dire che ogni singolo ascolto di un disco è diverso dall’altro. D’altra parte, qui davanti, passano continuamente macchine, persone, cani, e ognuno di loro sporca la canzone che sto ascoltando in modo ogni volta diverso. La musica si libera così da ogni catena e da ogni regola prestabilita. La possiamo smontare e ricostruire a piacimento, dando ragione a Bob Dylan nel momento in cui dice che ogni sua canzone muore nell’attimo in cui viene pubblicata (per poi rinascere, ogni volta diversa, nei concerti). Dunque le canzoni non sono mai uguali a loro stesse, e sono vittime di noi, del nostro ambiente, del nostro umore, dei nostri impianti di (più o meno) alta fedeltà, della nostra interpretazione. La storia della nostra musica preferita può subire, quando meno ce lo aspettiamo, una mutazione che può metterne in crisi l’identità.

Ricordate Blade Runner? E Apocalypse Now? Esempi perfetti per stabilire la libertà di costruzione di un’opera. I registi realizzarono quei film, li pubblicarono e poi, insoddisfatti, li ricostruirono fino a pubblicarli nuovamente. Eppure il nome dell’opera resta invariato. Se ci pensate bene, ciò accade già nella nostre case ogni volta che facciamo girare il cerchio nero: una bottiglia di vino si scheggia, il nostro sangue ne imbratta l’etichetta, le nostre parole sporcano la musica, e il disco che avevamo ascoltato in silenzio la settimana precedente ci sembra un altro. E’ un altro. Questa si chiama libertà. Attraverso il situazionismo di autentici precursori, siano gli Starfuckers o gli Einsturzende Neubauten, ho capito che la bellezza in musica non dipende dalla purezza del suono né dalla qualità dell’esecuzione ma dal rapimento causato dalle idee e dalla forza evocativa e culturale di queste. Dallo stile riconoscibile di certe idee. Fino a qualche tempo fa non avevo la minima conoscenza delle arti figurative, tanto per fare un esempio. Negli ultimi mesi mi sono ritrovato a riconoscere l’autore di certi quadri semplicemente perché l’autore stesso ha un’idea di pittura così forte e riconoscibile da arrivare anche a un incompetente come me. Ecco, l’arte: fare qualcosa che sia bello ma, soprattutto, che sia riconoscibile.

Cosa conta la qualità del suono se posso raggiungerla anche io pagando il fonico migliore? Prendete Peter Buck: il suo chitarrismo è unico al mondo, inconfondibile, il tutto senza bisogno di particolari virtuosismi. Prendete Joe Bonamassa: bravo, per carità, ma cosa aggiunge a decenni di chitarrismo blues? Niente di niente. Però, vuoi mettere? Suona le chitarre migliori del mondo e viene sponsorizzato per suonarle! Che mito, che mostro! I suoi dischi sono di una banalità sconcertante però che mostro! La chitarra di Peter Buck è inattaccabile anche dalla bottiglia che si scheggia, non può essere sporcata dal motorino modificato che passa davanti a Nordovest emettendo un rumore infernale. La forza della sua unicità la rende pura. Non importa se la stiamo ascoltando dal computer o da uno stereo costato diecimila euro. E’ quella cosa lì, sempre e comunque. E’ un’idea dirompente, è il tocco del maestro, è la differenza tra l’artista e l’artigiano.

Io, però, oltre ad amare i grandi dischi e le grandi idee, devo riempire la cassa di banconote. Oggi un cliente mi ha detto che la colonna sonora originale della Pantera Rosa, CD che gli ho venduto la scorsa settimana, è una sòla. “L’unico pezzo decente è quello che conoscono tutti, tu che fai il venditore dovevi dirmelo”. Io lo sapevo che lui voleva ascoltare solo il tema principale, io lo sapevo già che lui ignorava che oltre a quel tema ci fossero altre cose in quella colonna sonora. Io ho solo eseguito un ordine e ho solo fatto il mio lavoro. In realtà, fosse per me, venderei solo i dischi che mi piacciono ma quanta gente entra in negozio chiedendomi davvero un consiglio spassionato? Quasi nessuno e allora, più che comunicare il mio amore per le grandi idee musicali, spesso non mi resta che accontentare la richiesta derivante dall’ultimo capriccio del cliente.

Uno dei miei migliori clienti, uno che se ne andò la prima volta da qui esultando come un bambino perché finalmente aveva trovato a Frosinone il negozio di dischi dei suoi sogni, ha smesso da tempo di fidarsi di me. E’ tornato alle origini, è tornato a (e)leggere la sua bibbia personale: Il Buscadero, rivista roots rock per antonomasia. E’ un mio personale fallimento: ormai non ci provo neanche più, probabilmente a casa sua ci saranno decine di CD impolverati che gli avevo consigliato con entusiasmo fanciullesco e con la speranza che anche a lui avrebbero provocato grandi emozioni, al di là dell’impianto e al di là dei motorini modificati che inquinano la mia (e la vostra) esistenza. Un altro cliente, un signore educato e appassionato, una volta me lo disse: “Dì la verità, a te piace tutt’altra musica da quella che compro io, vero?”. E’ stato un lampo di vita presto svanito. Dalla volta seguente ha ricominciato a chiedermi se avessi ascoltato i nuovi album di Dream Theater, Nickelback, Bon Jovi e soggetti simili. Ogni volta rispondo di no e ogni volta mi chiedo come sia possibile, dopo undici anni, che la musica che suona nel mio negozio non sia sufficiente a stabilire le coordinate nella bussola di chi entra qui dentro. Un altro, ottimo cliente mi dà invece dello psicopatico se entra mentre ascolto qualcosa di appena rumoroso o dissonante. Dice proprio così, tutte le volte: “Ma chi se la sente ‘sta musica? Giusto chi c’ha problemi psichiatrici!”. Come se stesse parlando di qualcuno che sta a dieci chilometri di distanza. Di solito faccio finta di non sentire ma qualche volta rispondo sommessamente: “A me ‘sto disco piace”. Quello che posso dire con certezza è che da Nordovest non ascolterete mai qualcosa che non mi piace ma ciò non vuol dire che se vi consiglierò un album da comprare avrò dato un giudizio. Io devo viverci, di questo lavoro, e devo vendere ciò che piace a voi. Ecco perché il nuovo disco di Kevin Morby non è sugli scaffali. E’ un capolavoro ma me lo tengo per me. Tanto domani usciranno i Radiohead e vorrete solo loro. Nient’altro che loro.

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