1984

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In tanti dei miei dischi preferiti vengono raccontate storie che parlano di persone irregolari o pericolose, in una parola che va di moda di questi tempi: borderline. Fabrizio De André ne è stato un grande cantore, Lou Reed sia con i Velvet Underground che da solo, Bob Dylan. Gli ultimi due usarono anche lo stratagemma di vestire di un nome famoso queste persone, regalando loro un alter ego prestigioso come a voler dire che il disagio è universale e che la follia è di tutti. Del resto, autentici patrimoni dell’umanità sono impazziti al calar del sole, si pensi a Nietzsche o a Thelonious Monk. La follia è anche una ricchezza ma qualcuno dice che i pazzi dicono sempre la verità, quindi sono pericolosi anche quando si limitano a parlare. Chi si porta dietro manie difficili da comprendere ha spesso anche un terribile e patologico bisogno di stare al centro dell’attenzione. Per questo arriviamo a soffrirli, a fare conoscenza con un mal di testa che neanche i dischi sperimentali di Scott Walker ci hanno mai provocato. Per questo arriviamo a zittirli, a chiedere loro di starsene buoni, neanche fossero cani spaventati da un’eclissi.

Nel mio negozio succede di avere a che fare con persone particolari. Molte di loro vengono accompagnate da assistenti sociali, altre dai genitori. La musica ha un’influenza sorprendente sugli esseri umani, anche su quelli che vivono in un mondo tutto loro. Il minimo comune denominatore tra tutti i miei clienti è la loro soddisfazione quando escono dalla porta con uno o più dischi acquistati. Quando si ha a che fare con una signora il cui unico interesse nella vita è Michael Jackson, e che sputa, urla e sbatte i pugni sul bancone per enfatizzare la sua voglia di avere tutta la discografia del musicista in questione, ci vuole un pizzico di pazienza per contenere la bufera. Quando uno sconosciuto entra in negozio e, agitandosi e guardandomi con occhio spiritato, comincia a raccontare le sue vicende sentimentali (peraltro disastrose) e, solo dopo un monologo di un’ora, si ricorda di essere venuto per ordinare un vecchio CD di successi dance, tutto sommato il mio sforzo intellettivo si limita a quello di un prete che ascolta la confessione di un onanista. Quando entra uno sbandato e compra un disco del tutto a caso, solo per buttare dieci euro perché la copertina gli piace, si ha semplicemente la sensazione di aver guadagnato due soldi senza alcun merito. Quando invece alla follia si uniscono una cultura non banale, una grande sensibilità verso l’arte, e tanta umanità, allora è arrivato il momento di fissare nella memoria il più difficile, bizzarro e straordinario di tutti i clienti che hanno popolato Nordovest.

Ho un ricordo di quando ero piccolo che riguarda il modo di parlare di mio zio: quando voleva dare peso a ciò che diceva rallentava la parlata cadenzando bene le parole con tono vezzeggiativo, come se stesse raccontando una favola. Guardava fisso per terra, come se stesse parlando a se stesso, come se fosse insieme il narratore e l’ascoltatore della storia e nel suo tono coglievo un velo di commozione e di stupore. Pur conoscendo la storia, visto che era lui a narrarla, ne sembrava colpito. Angelo, un mio compagno di classe, andava ogni giorno a trovarlo nel suo negozio per ascoltare quelle storie. “Tuo zio è un mito, è troppo simpatico”.

Il mio cliente, ogni tanto, faceva la stessa cosa, con la differenza che mio zio parlava solo di calcio. In quei momenti, quando non era distratto dagli altri avventori, si immergeva nei suoi percorsi e io non dovevo fare altro che ascoltare vicende lontane da me e dal mio tempo. Parlava di fantapolitica, di letteratura sovversiva, ovviamente di musica, e faceva il tifo per i perdenti e per chiunque fosse in qualche modo un ribelle. Una volta si fissò per un produttore radiofonico insignificante che ha fatto un solo disco, perché aveva sentito da qualche parte che costui è un ribelle che fa battaglie contro il diritto d’autore. Glielo trovai, quell’unico album, e lui ne fu commosso. Quel disco di cui nessuno ha mai sentito parlare gli diede la certezza di essere anche lui un ribelle. Pensò di avere sposato una causa giusta. Mi ringraziò per mesi ma io avevo solo eseguito un ordine.

Pensava che la tecnologia nascondesse i demoni peggiori ed era un complottista convinto. Per lui, tutto ciò che c’era da sapere partiva da Orwell, per poi dipanarsi in anni di letteratura e di politica nei quali la realtà e la fantasia si sono tragicamente mescolate. Vedeva una speranza in ognuno che fosse originale e fuori dal coro. Era un fanatico del rock’n’roll anni cinquanta. Ha regalato a tre mie amiche CD preparati da lui con tutti i grandi singoli di quel genere musicale che sconvolse l’America e che fece ballare le ragazze di tutto l’Occidente. Adorava le mie amiche e mi chiedeva sempre di loro. Mi chiedeva anche di un mio cliente che fa il professore, forse perché il suo sogno segreto era proprio quello di insegnare ai giovani come si cambia il mondo. Poi però sbroccava, specialmente se veniva stuzzicato sulla politica, allora alzava la voce e copriva le parole altrui fino a estraniarsi, quindi usciva e si fumava una sigaretta per rimettere a posto le idee. Qualche volta se ne andava a spasso e mi lasciava i suoi “bagagli” anche per ore. Girava senza macchina quindi, per lui, prendere l’autobus per venire a comprare dischi era un piccolo ma autentico viaggio. Un ragazzo che passava ogni tanto qui in negozio diceva che fosse un barbone. Non era vero, aveva casa e sapeva cavarsela benissimo da solo. Quel ragazzo, tra l’altro, un giorno non volle sedersi sullo sgabello da dove era appena andato via: credo sia stato il gesto più fastidioso che qualcuno abbia commesso qui dentro in undici anni.

Il mio cliente bizzarro mi ha fatto penare, intendiamoci. Spesso, quando eravamo da soli, mi parlava senza sosta e in modo confuso anche per due ore di fila facendomi spegnere la musica perché lo distoglieva dal discorso (contorto) che stava facendo. Se si perdeva era la fine, perché ricominciava tutto da capo ripetendo sempre le stesse cose. Un altro ragazzo aveva paura di lui, altri clienti lo evitavano. La follia fa paura, lo capisco. Io gli dicevo di non sbroccare con gli sconosciuti. Non sempre capiva, non era tenuto a farlo. In fin dei conti, nel mio negozio può capitare tranquillamente di trovare il proprietario che beve come fosse l’ultimo giorno dell’umanità, figuriamoci se non si può condividere questo spazio con un visionario che ogni tanto sbrocca e straparla! Mi lasciava dei regali, ogni tanto. Quadri fatti da lui, soprattutto. Mi lasciò anche un DVD da far vedere al professore, contenente un mediometraggio, con lui in qualità di sorprendente protagonista.

Il suo pezzo forte però era la musica. La sua curiosità era travolgente, non era uno di quei nostalgici che rifiutano le novità. Ricordo che gli piacque molto Bill Callahan, che gli avevo consigliato con entusiasmo. Non si curava dei pregiudizi della critica e considerava indispensabili alcuni album di Branduardi, di Baglioni e di Mina. Quando parlava di musica si rilassava, si disimpegnava dal complottismo e dalla fantapolitica. Sorrideva e comprava dischi senza ritegno. Una volta pagato il conto, mi guardava e diceva: “E adesso quale sento per primo? Mamma mia che bei dischi, sono tutti bellissimi!”. Ne scartava uno e lo metteva nel lettore CD portatile per ascoltarlo con le cuffie, prima nel tratto che da Nordovest porta alla fermata dell’autobus, poi durante il piccolo viaggio che lo avrebbe riportato a casa. Spesso si fermava a mangiare il pollo arrosto nella rosticceria vicino casa. In realtà è una pizzeria ma lui la chiamava rosticceria perché lì prendeva sempre e solo il pollo. Risparmiava sul mangiare ma non sui dischi. Da Nordovest non ha mai badato a spese.

Diceva che il mio negozio è l’unico posto dove la gente gli dava retta però è anche vero che a volte andava domato. L’ho anche visto urlare alla gente in mezzo alla strada, senza motivo, in preda a chissà quale demone. Una volta arrivò alle 8 di mattina e aspettò fino all’apertura, cioè fino alle 9:45 circa. Le bestemmie che mi buttò appresso! Era convinto che lo avessi fatto aspettare quasi due ore. Nella sua testa, quel giorno, c’era scritto che Nordovest avrebbe aperto alle 8! Dopo un minuto di bestemmie si calmò e tornò a raccontare le sue storie, come quella della radio libera dove lui aveva un programma negli anni settanta. Era molto affezionato alla radio e posso capirlo: quando metto le cuffie e inizio a parlare a gente che mi ascolta ma che io non vedo, entro in un mondo parallelo e mi sento così forte e libero! Era un po’ meno affezionato agli altri media, che ha sempre visto corrotti e falsi. Si era avvicinato al Movimento 5 Stelle e cercava di indottrinare i miei clienti, specialmente i più giovani, anche se non so se andava a votare. Ogni tanto mi portava ritagli di giornale nei quali si parlava delle denunce da lui ricevute perché aveva scritto cose blasfeme o sovversive sui muri. Ne parlava con amarezza, e la cosa mi ha sempre colpito molto. Chi abitualmente lancia proclami scrivendo sui muri lo fa con soddisfazione e orgoglio ma senza lamentarsi nel caso vengano poi cancellati. Lui invece sembrava deluso dal fatto che una cosa per lui assolutamente innocente e naturale lo avesse portato a ricevere una denuncia. Per lui era un’ingiustizia essere punito per avere espresso un pensiero. Se la follia è pericolosa, non credo fosse il suo caso. Non ho mai avuto la sensazione, neanche per un attimo, che avrebbe potuto fare qualcosa di pericoloso o di inqualificabile. Neanche una volta. Poi, un giorno, ha imitato Monicelli.

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