CRASH

foto Notarangelo

Il nuovo album di Teho Teardo Blixa Bargeld si chiama Nerissimo. Nel testo della title track, il cantante tedesco gioca con i colori e con le parole. Nanni Moretti diceva in un suo famoso film che le parole sono importanti ma proprio quel film ha un colore nel titolo. I colori sono importanti, almeno quanto le parole. Il rosso, per esempio. Se la maglietta che era in vendita al banchetto di Giorgio Canali fosse stata rossa con la scritta bianca l’avrei comprata ma cosa me ne faccio di una maglietta bianca con la scritta rossa? La portavo una sera, in agosto, una maglietta rossa con la scritta bianca. Era tanto tempo fa. Me l’avevano regalata i Blonde Redhead.

Nel negozio di dischi che frequentavo c’era qualcuno a cui piaceva questa band rumorosa, proveniente da New York, con una particolare ossessione per Pasolini. Solo che, nelle chiacchiere da bar che si fanno nei negozi di dischi, si finisce sempre per semplificare: quindi, per tutti, i Blonde Redhead erano quelli che vorrebbero essere i Sonic Youth. Era abbastanza per prendere un treno apposta per vederli dal vivo. Incontrai Gianni che tornava dal lavoro. Fa ancora il pendolare, diciotto anni dopo. Passa sempre davanti al mio negozio quando va a prendere il treno. Saluta e basta. E’ sempre stato un uomo di poche parole. Poche ma risolute. Una sera andammo a bere una birra al mare ma lui prese la cosa davvero alla lettera. Quando il mio bicchiere era ancora mezzo pieno, ci fulminò: “Tracannate che ce ne andiamo”. Io, invece, non avevo ancora aperto Nordovest. Anzi, neppure abitavo nel quartiere. Il treno lo prendevo spesso, a causa degli studi universitari. I corsi non richiedevano regolarità, diciamo che potevo andare più o meno quando mi pareva. Non ero un pendolare ma avevo una certa confidenza con quel mezzo di trasporto, con la fuliggine che produce, con quell’odore unico di quella che è, a tutti gli effetti, una città invisibile. Gianni era curioso di sapere dove andassi a quell’ora, in treno. No, non avevo un’amante a Roma. Sarebbe stato bello essere un ragazzo sveglio, di quelli che all’università imparano presto il dialetto calabrese perché hanno conosciuto una studentessa di lettere di Rossano Calabro e ci sono andati a letto alla Casa dello Studente. Io stavo andando, molto più prosaicamente, a vedere i Blonde Redhead in un centro sociale.

Era uscito da poco In an expression of the inexpressible, un album che mi aveva entusiasmato da subito. Non c’era niente di scontato in quel disco. C’era invece qualcosa di misterioso e colto, e c’era Pasolini. Evocato, certo, e con rara finezza. Non urlato, non sbandierato. Sarebbero piaciuti a Pasolini quegli omaggi discreti ma decisi, mai ambigui. Gli sarebbero piaciuti, anche se odio chi dice “gli sarebbero piaciuti”. Arrivai a Roma. Arrivai senza biglietto. Non credo neanche si potesse prendere prima, il biglietto. La sala era piena e non mi fecero entrare. Dire che ci rimasi male è un eufemismo ma non me ne andai: a ventuno anni, tutti abbiamo tanta pazienza. Soprattutto, abbiamo tanto tempo libero. Quindi restai nel corridoio, a due metri dalla porta (aperta), ad ascoltare ciò che vagamente mi sembrò un concerto. Per anni ho pensato alla questione filosofica: sono mai stato a un concerto dei Blonde Redhead? Tecnicamente sì ma la tecnica non è il mio forte. E’ vero che ho una tendenza autistica a fissarmi per numeri e forme geometriche ma se dovessi definire me stesso con un aggettivo, mai sarebbe razionale. Che ci crediate o no, sono un romantico. Anche se nessuno lo sa, anche se non mi piacciono gli eroi, più o meno epici. Il cuore mi dice che no, io i Blonde Redhead non li ho mai visti e probabilmente non li vedrò mai. Perché era quella la serata in cui volevo essere sotto il palco, era quello il tour che volevo fissare nella mia memoria. Perché un disco come quello non lo faranno mai più.

Quando inaugurai Nordovest, erano diventati un gruppo molto amato in città. Un amico li vide dal vivo, all’aperto, non so se a Roma o a Napoli. Mi regalò una foto che aveva scattato di persona. Sta in bacheca, dietro al bancone del negozio. In quella foto c’è tutta la loro eleganza ma qualcosa della loro arte si era già perso. Neanche posso usare la metafora del treno che passa: io, il treno, l’avevo preso in tempo. Non pensavo che quel centro sociale avesse una sala troppo piccola per ospitare il pubblico di una band che credevo fosse poco conosciuta. Altri amici avrebbero visto, negli anni, i concerti dei tour successivi, in posti più eleganti o, come minimo, più grandi. Io non c’ero. Io non ci sono. Leggo sempre le interviste che i Blonde Redhead rilasciano ai media italiani. Sono belle persone, berrei volentieri un bicchiere di vino con loro. Mi piace l’onestà con la quale parlano dei loro album ammettendo che i dischi più belli sono quelli della prima parte della carriera; li adoro quando dicono che un artista può creare soltanto quando prova dolore e quando ha paura di perdere qualcosa. Fosse per me, scriverei soltanto delle mie paure e forse verrebbe fuori qualcosa di davvero emozionante per voi che leggete ma io non sono un artista. Io ho questo blog che racconta la storia del mio negozio e devo scrivere di musica, magari mettendoci dentro parole che facciano venire voglia di ascoltare certi dischi.

Quella sera rimasi nel corridoio, ad aspettare. Alla fine di tutto, andai da loro, mi feci autografare due CD che avevo con me, e raccontai cosa mi era successo. Mi regalarono una maglietta originale, rossa, a maniche corte, con un bel disegno fumettoso, sexy e di sinistra. Fu davvero un regalo maestoso e indimenticabile, che addolcì non poco il mio umore. Non credo di aver messo un’altra maglietta più volte di quella. Direi che l’ho ostentata ovunque. Ai concerti, alle feste, in negozio, e nelle serate normali. In quella maglietta e in quell’album c’era tutto ciò che volevo si pensasse di me. Ero orgoglioso di portare in giro un’icona solo mia, non sputtanata come quelle che si portano alle manifestazioni di piazza o alle feste della birra. Non ho mai sentito il bisogno di cantare a squarciagola Bella ciao né di iscrivermi a un partito, e non ho mai amato le icone classiche del rock. Mai avuto una maglietta dei Rolling Stones o dei Metallica. Una dei Clash sì ma, perdonatemi, la copertina di London Calling è di una bellezza che non fa prigionieri. La mia sinistra era tutta nella musica e nella maglietta rossa di una band proveniente da New York, composta da due gemelli italiani e da una ragazza giapponese. La mia sinistra era fiera, non ruffiana, non televisiva. Cominciai a leggere Pasolini, a studiarlo, a capirlo. Passai i restanti cinque anni di università per conto mio, senza curarmi dei pur frizzanti fermenti che circondano la facoltà di Lettere. La mia unica concessione all’ostentazione politica rimase quella maglietta. Nient’altro che quella maglietta.

Una sera, in agosto, qualche anno dopo quel concerto, chiamai Daniele. Dovevamo vederci al Muretto. Lo chiamai da casa perché non avevo ancora il cellulare. Quando arrivai non c’era nessuno. Erano andati tutti al mare, pure Daniele. In agosto può capitare, erano tempi spensierati. Avevamo tanto di quel tempo libero, figuratevi in agosto! Non c’era veramente un cane con il quale condividere la serata in città. Tornai mestamente verso casa. Era il 2001: me lo ricordo perché in macchina avevo un regalo che avevo preso in Irlanda per un’amica. Fu la prima cosa che chiesi di recuperare dalla macchina. Già, perché quella fu l’ultima volta in cui guidai la mia Suzuki Alto bianca. Dell’incidente ricordo solo il momento, non ciò che accadde dopo. L’unica testimone disse di avermi visto uscire, da solo, dal rottame e di avermi visto barcollare come uno zombie, grondando sangue dalla testa e dal braccio. Ero incosciente ma salvo. Una mia amica dice che sono patologicamente fortunato. Ha ragione: quella è stata una delle cinque o sei volte in cui poteva accadermi qualcosa di terribile. Come quella volta in cui si sganciò la ruota della mia bicicletta nell’attimo in cui tornai sotto casa. Fosse accaduto in discesa, non sarei qui davanti al computer. Come quella volta in cui un colpo di sonno mi fece sbattere contro un palo vicino casa di Loris. Se avessi incrociato un’altra macchina, ora sarei dietro le sbarre o ai domiciliari. Come quella volta in cui, per raccogliere una pallina da tennis in una fratta, mi bucai un centimetro sopra l’occhio destro perché non avevo visto una pianta grassa con le foglie spinate. Un misero centimetro più in basso e sarei diventato il protagonista di un film horror in un anonimo circolo di tennis. Quella sera, in agosto, indossavo la maglietta rossa dei Blonde Redhead. Fu bucata da una ferraglia, a pochi centimetri dalla spalla destra. Ho continuato a indossarla per anni, mostrando attraverso la stoffa squarciata la cicatrice che non si rimarginerà mai. Non sono superstizioso ma, pensando a certi eventi con la giusta dose di ironia e di distacco, mi piace affermare che il comunismo indie dei Blonde Redhead mi abbia salvato la vita. Altro che santi, cristi e madonne!

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