IL GIORNO DEL GIUDIZIO

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Stamattina ho venduto un solo disco. Era un regalo. Il ragazzo che l’ha acquistato si è scusato, con una frase non nuova in questi casi: “E’ per la mia ragazza, io non ascolto roba del genere”. E’ la parte più sociologica del mio lavoro: assistere al gesto altruista per antonomasia. Regalare musica non è semplicemente assecondare un desiderio altrui, è anche soddisfare una propria esigenza. Soprattutto, regalare musica può avere una funzione rivelatrice. E’ un dilemma che si pone ogni volta che devo fare quel tipo di scelta: è meglio qualcosa che piace a me o qualcosa che piace a lei? L’appassionato di musica resiste difficilmente alla tentazione di metterci del suo, in parte per darsi un tono. E’ anche vero che ci sono persone che vogliono proprio essere “educate” a nuovi ascolti ma non sarebbe più giusto affidarsi a un’aderenza totale nei confronti dei gusti della persona interessata?

A dicembre ho ascoltato a ripetizione l’eccellente secondo album dei Protomartyr perché mi ero fissato con l’idea di regalarlo a qualcuno. I candidati erano due, entrambi molto vicini a certe sonorità. Un mio amico dice però che ai compleanni e a Natale si regalano i classici e le raccolte. Come avrei potuto giustificare la scelta di un album nuovo, il secondo, di una band indipendente che potrebbe essere dimenticata da tutti nel giro di pochi anni? Soprattutto, come avrei reagito se il regalo non fosse piaciuto? Mia sorella, per esempio, i regali che vuole ricevere li comunica in (largo) anticipo. E’ una cosa che non capisco. Toglie il gusto della sorpresa a se stessa, e toglie al prossimo la soddisfazione del pensiero e pure del gesto. D’altra parte, quel disco dei Protomartyr poteva essere un buco nell’acqua. Questo dubbio amletico mi ha obbligato ad ascoltarlo più del previsto, tanto che alla fine l’ho pure messo al sesto posto nella mia classifica di fine anno. Poi è uscito un album che andava bene per una delle due persone, nel senso che le sarebbe piaciuto per forza, così al mio amico Silvan è rimasto l’effetto sorpresa dei Protomartyr. Pare sia andata bene ma è quasi impossibile sapere veramente cosa pensa il destinatario di un regalo. In ogni caso, non è cosa saggia chiedere com’è andata, né a breve né a lungo termine. Il successo del nostro gesto ci verrà comunicato spontaneamente, magari dopo mesi.

In negozio, ogni volta che preparo un pacchetto, cerco di immaginare la faccia di chi lo aprirà. Una volta un ragazzo pagò un CD ma lo lasciò qua dicendomi a quale ragazza avrei dovuto consegnarlo. L’album aveva un titolo allusivo ma non ho mai capito se il titolo fosse davvero una dedica (poco) implicita. Non ebbe neanche il coraggio di guardarla in faccia. Mi fece tenerezza, ma provai anche imbarazzo per lei, che magari non voleva ricevere niente da lui. Infatti ora è sposata. Con un altro. Un’altra volta fu invece una ragazza a farsi notare. Le ragazze sanno essere molto generose, almeno quando regalano dischi. Gli uomini magari fanno i fenomeni al ristorante ma se devono regalare musica hanno spesso il braccino. Soprattutto, gli uomini sono generosi con la propria ragazza mentre le donne esagerano in doni anche per il primo che capita. La tipa in questione, mai vista prima, era davvero elettrica: “Perdonami ma dovresti proprio aiutarmi. Dovrei regalare un disco a una persona, il problema è che non conosco i suoi gusti musicali”. Vostro onore, obiezione! Perché mai dovresti regalargli un disco se non conosci i suoi gusti musicali? Me la cavai in un altro modo: “Questa persona ha un account su Facebook? Possiamo vedere le canzoni che pubblica. Che ne pensi?”. Con entusiasmo pari alla sua smania di ottenere l’obiettivo per la quale era entrata in negozio, mi rese partecipe della sua nuova storia sentimentale. Così ogni parvenza di discrezione se ne andò a quel paese. La persona in questione poteva essere tranquillamente un mio amico o mio cognato o il fidanzato di una mia amica. Poteva nascere un casino di proporzioni bibliche, considerata la piccolezza (in tutti i sensi) di questa città, ma cosa importava? Il fine giustifica i mezzi, quindi privacy divenne una parola senza significato. Lo trovammo, il disco. L’avrei trovato comunque, a quel punto. Non so come sia andata a finire. La ragazza non si è più fatta viva, lui non era un mio conoscente. Non è neanche detto che quel CD sia stato effettivamente regalato, non è detto niente. La mia idea è che non ci fosse proprio bisogno di quell’acquisto. La mia idea è che guadagnai due soldi grazie al momento di squilibrio di una donna. A un’altra ragazza glielo dissi, pur non avendo confidenza con lei: “Voi donne siete troppo generose quando vi fissate”. Anche in questo caso, la ragazza davanti a me non aveva le idee chiare. Si era semplicemente convinta di dover regalare un supporto musicale al suo nuovo amore ma un semplice CD non poteva bastare. Allora si fece convincere a spendere quasi cento euro per un cofanetto degli U2 perché “So che gli piacciono”. Anche lei, mai più vista in negozio. Purtroppo, aggiungerei, visto che spese cento euro in una volta sola e visto che era di una bellezza disarmante.

Non è sempre possibile sapere come vanno a finire certe cose. Un ragazzo, prima di Natale, mi ordinò un album da regalare allo zio. Piccolo ma risolvibile problema: lo zio mi aveva già ordinato quel CD. Per tre settimane ho dovuto fingere che il CD non fosse arrivato, lo zio mi chiamava ogni due giorni e ogni tanto passava di persona. Chissà quante madonne mi avrà mandato ogni volta che passava o chiamava a vuoto! Il 25 dicembre, tra i tanti messaggi più o meno banali di auguri, trovai sul telefono una foto che lo ritraeva sorridente dopo che aveva aperto il pacchetto. Quell’immagine era un’altra mia intrusione involontaria nella privacy altrui, un altro episodio durante il quale mi toccava il ruolo di testimone obbligato. Attorno alla sagoma austera e dietro il sorriso compiaciuto di un impiegato di banca c’era la sua casa alla vigilia di Natale. Io, spettatore non pagante, anzi spettatore pagato, ero lì senza esserci: la stessa notte di ogni anno, tanti altri regali comprati qui dentro vengono aperti e le persone che li scartano collegano anche solo per un attimo il loro Natale al mio negozio, cosa gratificante e allo stesso tempo straniante.

Poi c’è la questione del disco gratis: ogni venti acquisti ogni cliente ha la possibilità di scegliere un vinile o un CD in omaggio. Il comportamento umano in questo caso è sfuggente. C’è chi aspetta anche mesi prima di passare alla cassa, per noia o per sbadataggine. Alcuni, tipo l’audiofilo Stefano, vogliono che sia io a scegliere l’album; se dopo undici anni continua a darmi questo compito, e a venti acquisti lui ci arriva spesso, vuol dire che non l’ho deluso. Altri usano il regalo per fare un regalo. Molti ordinano un disco costoso quando sanno di essere a pochi punti dal bonus. Altri fanno il contrario: per timidezza, vorrebbero farsi regalare un disco in offerta, allora tocca a me incoraggiarli ad approfittare del bonus in modo più sfacciato.

Poi ci sono quelli che scaricano musica per loro stessi ma la regalano originale agli altri; il loro è un modo buffo ma accettabile di promuovere la musica di qualità. Nel cuore di questa storia ci sono io, e a poca gente viene in mente che anche a me, che vendo musica, ogni tanto piacerebbe riceverla in regalo. I miei amici mi hanno regalato un paio di volte un buono da spendere nel mio negozio, e ne ho approfittato con sommo godimento. Un cliente, una volta riuscì a fregarmi. Gli vendetti In Rainbows dei Radiohead. Gli piacque tantissimo e non si capacitava del fatto che io lo considerassi un album minore e che fosse l’unico che non avessi tra quelli realizzati dalla band di Oxford. Dopo qualche settimana lo comprò di nuovo. “Incartalo, è un regalo”. Pagò. “Scartalo”. Un bel gesto, soprattutto perché non avevo capito minimamente le sue intenzioni. Devo però dire che continuo a ritenere In Rainbows un abbaglio collettivo. Quanti lo ritennero un album fondamentale della prima decade di questo secolo dovranno ricredersi presto, se non lo hanno già fatto. Non è coraggioso come Kid A e non ha il vellutato linguaggio tecnologico del sottovalutato The King of Limbs ma è stato bello riceverlo, così come fu bello ricevere un CD di Conor Oberst dal mio amico Ettore, che mi chiese se c’era in negozio un disco che mi sarebbe piaciuto comprare in quel momento e, all’istante, me lo regalò.

Dopo undici anni di Nordovest non ho ancora una risposta attendibile alla questione: meglio andare sul sicuro oppure sorprendere? Meglio piegarsi alla volontà altrui oppure metterci del proprio? Probabilmente vanno bene entrambe le soluzioni ma ci sono due approcci che detesto e che mi fanno venire i crampi alle budella quando si palesano nel cervello dei miei clienti. Per prima cosa, detesto chi non si sforza minimamente, chi non dà peso a un regalo e lo fa giusto per non fare brutta figura. A quel punto non farlo! Chi però mi manda proprio al manicomio è il tirchio, colui che entra da Nordovest con un budget prestabilito e se ne va soddisfatto dopo aver comprato un regalo insulso (ebbene sì, anche nel mio negozio ci sono in vendita oggetti insulsi) solo perché costava poco, avendo ignorato più o meno volontariamente la possibilità di sorprendere una persona spendendo appena un euro in più. Se c’è una divinità da qualche parte, mi piace immaginare che, nel giorno del giudizio, punirà i tirchi. Sono loro gli unici veri peccatori in circolazione.

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