BLUE MOON

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E’ l’ultimo tramonto a quest’ora, prima del cambio dell’ora. Margo Timmins canta Blue Moon Revisited, tratta da quel miracolo di album che i suoi Cowboy Junkies hanno pubblicato (quasi) all’inizio di una discografia dignitosa ma prescindibile. E’ un tramonto di quelli che ognuno di noi potrebbe fotografare e poi mettere su Instagram per far vedere a tutti gli amici che sì, c’è della poesia nella nostra vita! Un mio cliente, uomo senza troppe pretese che vive di lavori saltuari, mi ha appena fatto gli auguri di Buona Pasqua“A te e famiglia. A te e famiglia”. Mi ha stretto la mano e ha ripetuto la frase. E’ buono, lo so, e ha pochi argomenti. I buoni hanno spesso pochi argomenti. E’ una cosa che mi terrorizza. Un altro buono è un mio amico che lavora ubriaco, nel senso che scrive cose per lavoro sotto effetto di tanto Jack Daniel’s. Dice che così trova la forza di scrivere e di pensare solo a quello. Lui però di argomenti ne ha di più ma odia la musica. Come si fa a non amare la musica?

L’altra sera sono rimasto impalato come uno spaventapasseri davanti al bancone di un bar, mentre il titolare mi diceva con assoluta certezza cosa devo comprare (io, non lui) quando vado a fare la spesa, e mi sono chiesto se anche io qualche volta trasmetto tanta spocchia quando consiglio di comprare o di non comprare un disco. Ho molto rispetto per il ruolo educativo che abbiamo noi che stiamo dietro il bancone. Non è vero che vogliamo solo fare soldi. Io credo veramente di avere qualcosa da imparare da chi fa la spesa seguendo le regole di Slow Food. Posso dire di provare soggezione per i santoni del gusto, e per chi ha una patente in generale. Io non ho una patente. Avevo i soldi per aprire Nordovest, e da quel momento ho cominciato a imparare. Questo Amarcord è dedicato ai miei clienti, perché il loro ruolo nella crescita della mia credibilità come negoziante di dischi è molto più importante di quanto si possa credere. Mia sorella è diplomata al conservatorio, quindi ha una patente. La ha il mio miglior cliente, che insegna chitarra classica. La ha Gianluca, che ha scritto di musica per oltre quindici anni e ora lavora nell’editoria. Proprio lui, che non è più mio cliente perché ha deciso di non comprare più musica originale, limitandosi a divorarla su Spotify, mi ha trasmesso negli anni la maestosa curiosità che mi porta a volerne sapere sempre di più, a voler conoscere le storie, i nomi e i luoghi che si nascondono dietro al suono nudo e puro di una canzone ma non è questo il punto.

E’ dei clienti non patentati che voglio parlare. Di quelli che hanno solo la passione come credenziale ma che hanno contribuito a formare il folle puzzle chiamato Nordovest. Mia cugina, per esempio, crede di vivere in California. Deve avere da qualche parte in casa un passaggio segreto tipo teletrasporto che la porta a Los Angeles. Da quelle parti, pochi anni fa, proprio dentro un negozio di dischi, si formò una sinuosa band di nuova psichedelia. “Marco, li conosci gli Allah Las? No, non può essere, devi sentirli, sono una figata!”. La cosa che adoro di mia cugina, insospettabile professoressa ad alto tasso di bizzarria, è la sua totale assenza di spocchia. Sarebbe una cosa normale, in un mondo normale, eppure l’assenza di spocchia è una rarità. Lei butta giù i nomi di sgangherate band chitarristiche rigorosamente indipendenti e quasi sempre sconosciute, senza preoccuparsi delle tendenze, delle recensioni e dell’hype, e spesso centra il bersaglio ma non pretende che l’interlocutore le dia retta. Paola parla una volta. Se le dai retta, bene, sennò arrivederci alla prossima imbeccata. Quella volta mi fidai, e devo dire che gli Allah Las sono davvero una figata: autentici, fieramente indie, ovviamente sottovalutati dalle webzine e, soprattutto, da chi compra dischi. La mia cocciutaggine fu vinta, almeno quella volta.

Spesso devo ricordarmi che il mio è un lavoro, devo riflettere sulla separazione tra musica importante e musica prescindibile che esiste nella mia testa, e pensare a cosa può essere venduto più facilmente. Se l’intuizione di un cliente riesce ad accontentare me sia come ascoltatore che come venditore, allora faccio bingo! Leonard Cohen, per esempio. L’ho snobbato fino a pochi anni fa. Eppure De André lo copiava, come potevo non essere curioso di sapere cosa ci fosse dietro a tale sudditanza? Alcuni tra i clienti di cui mi fido hanno cercato per anni di convincermi. Niente da fare. Non volevo sbloccarmi. Poi non fu De André ma addirittura una cover della cover, fatta dai Gang, a dare l’inizio alla mia amicizia con il cantautore canadese. Passi per De André che è grande di suo ma non potevo fingermi fan dei Gang per colpa di una cover della cover! I miei clienti avevano ragione: Leonard Cohen mi piace, è un vero fuoriclasse. Soprattutto, dal momento in cui ho messo per la prima volta nel lettore Songs of Love and Hate, ho cominciato a vendere tanti suoi dischi. Ho così unito l’utile al dilettevole, perché non c’è dubbio sul fatto che se conosco un album riesco a capire meglio a quale cliente può piacere. Altrimenti devo affidarmi all’esperienza e all’intuito ma, in tal caso, non è detto che riesca a essere convinto e, soprattutto, convincente.

Qualche mese fa, a casa di un’amica, c’era un disco on air. Mi alzai dalla sedia per vedere il CD. Era The Slider, un album dei T. Rex che avevo venduto un paio di volte nei primi dieci anni di Nordovest. Anche in questo caso, si tratta di una band che ho snobbato per tutta la vita, condizionato dai luoghi comuni sul glam rock e sul rock degli anni settanta in generale. In realtà si tratta di una serie praticamente perfetta di canzoni di folk blues vizioso, in anticipo di qualche mese sul capolavoro del glam rock, quel Transformer di Lou Reed che invece conosco a memoria da decenni. Altro che patente! La vergogna provata rendendomi conto di avere una simile lacuna fu pari alla goduria della nuova scoperta, che in musica può e deve sempre capitare. Comprai quell’album e anche Electric Warrior, e ne ho poi vendute più copie in poche settimane (di entrambi i titoli) che nei dieci anni precedenti.

Una cosa che farò sempre sarà seguire sia le novità che la musica vecchia, per sapere da dove tutto nasce e per sapere in che direzione va l’arte che ho deciso di vendere. Il mio ruolo non è quello di un prete, che racconta cose da un pulpito in modo prestabilito e unidirezionale. La cosa più importante, nel mio lavoro, è lo scambio di idee, funzionale alla soddisfazione mia e di chi sta dall’altra parte del bancone. Ci sono persone che si sono arrese: grandi collezionisti di LP che non pensano ci sia niente di sorprendente nella musica di oggi. Quante volte ho sentito la stessa frase: “Non c’è più la musica di una volta!”. Quante volte ancora la sentirò pronunciare come una sorta di versione contemporanea della favola de La volpe e l’uva, laddove la volpe potrebbe tranquillamente spendere qualche soldo e un po’ del proprio tempo per riaccendere il fuoco della passione per la musica ma preferisce autoconvincersi che non esiste più niente degno di essere conosciuto e, di conseguenza, aggiunto alla propria collezione. Vendo dischi per comprare dischi, compro dischi per vendere dischi: economicamente parlando, il mio lavoro è questo ma è anche molto di più. E’ un continuo rincorrere il tempo e la musica che lo occupa. Rincorro il passato per non essere impreparato su ciò che arriverà e per sognare di essere stato qualcuno in un momento diverso da questo, rincorro il presente per essere sempre giovane, per appartenere ogni giorno al mio tempo e non essere uno di quelli che parlano a cose fatte di qualcosa che è già passato.

Con un cliente in particolare parlo spesso di queste cose. Facciamo lunghe chiacchierate dove lui interpreta il ruolo di paladino del buon vecchio rock e io quello di avanguardista. E’ un gioco delle parti che lui gradisce e del quale, alla fine, approfitta. Si fida di me e, ogni tanto, mi fa scegliere direttamente cosa deve comprare, se si tratta di album usciti negli ultimi dieci anni. Mi sento un po’ cattivo nei suoi confronti: mentre lui mi tempesta di domande sui gruppi nuovi da seguire e si aggiorna di conseguenza, io non cedo ai suoi disperati tentativi di trascinarmi in un mondo che ho sempre ripudiato, ovvero quello che rappresenta il cuore della musica europea degli anni settanta, riconducibile a una parola composta che odio quanto la morte. “Marco, non capisco come un appassionato di musica come te sia così prevenuto nei confronti del rock progressivo. Ci prova da undici anni, senza nessun risultato. E’ troppo tardi per l’ingresso del prog nella mia vita. Ho ascoltato il metal e sono felice di averlo abbandonato, quindi non voglio cascarci per un quarto d’ora anche con il prog. Non mi sembra il caso di dedicare il mio tempo a un genere musicale invecchiato così male da essere praticamente estinto. Gli stessi appassionati del genere riconoscono che i soli gruppi validi risalgono agli anni settanta. Non voglio neanche scrivere un trattato contro il prog; non ne avrei il diritto. “Chi non ha mai ascoltato i Van Der Graaf Generator non è degno di parlare di musica”. Questo è l’ultimo, disperato tentativo di mettermi con le spalle al muro. Siamo passati al ricatto intellettuale. Anche le riviste specializzate sembrano dargli corda, visto che ultimamente mi capita di leggere retrospettive dai toni trionfali sull’argomento. Per carità, a casa mia ho sicuramente dischi più inutili di quelli dei vari King Crimson, Genesis e Yes ma fanno parte di un percorso coerente che non ha mai contemplato la presenza del genere per antonomasia dello sbrodolamento strumentale, degli interminabili solo di batteria e della ridondanza fine a se stessa. Il mio cliente dice che il prog è la musica della mente e quando lo dice so che non vuole offendere nessuno ma che in realtà l’ha solo letto da qualche parte. Il dubbio mi sfiora appena: dunque chi è intelligente ascolta il rock progressivo? Allora voglio essere stupido, soprattutto voglio vivere oggi, non nel 1973. Non gli dirò mai, però, di non comprare certa musica. I santoni e i dogmi li lascio a Slow Food.

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