EFFE

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F come Frosinone e come follia collettiva, quella che periodicamente si impossessa della sensibilità musicale del pubblico borghese della mia città. Tutto iniziò con Dave Matthews. Io credo ci siano pochi gruppi musicali più insignificanti della Dave Matthews Band. Sia chiaro, capisco che possano piacere (come tutto può piacere) ma quando frequentavo Musicheria non capivo come i CD di questa mediocre formazione americana potessero essere tra i più venduti. C’era stato un passaparola che aveva coinvolto molti ragazzi che uscivano nella parte alta della città il sabato sera, e si era creata una vera e propria fazione. La Dave Matthews Band divenne il gruppo più importante del mondo ma lo divenne solo a Frosinone: un’autentica follia collettiva. Per dire, già a Ceccano nessuno li ha mai sentiti nominare, come mi ha confermato un mio cliente quando gli ho detto che volevo scrivere un pezzo su Dave Matthews. Con assoluto candore mi ha detto: “Chi cazzo è Dave Matthews?”. Eppure si era arrivati a un punto di non ritorno in quella seconda metà degli anni novanta: il pubblico giovane e borghese di Frosinone, meglio se di sinistra e dedito a suonare musica dal vivo per darsi un tono, si era costruito un proprio mito da sbandierare senza alcun rispetto verso l’universalità dell’arte.

Nel mio universo parallelo, ascoltavo i Pavement e venivo folgorato dalle declamazioni evocative di Mimì Clementi ai tempi di Lungo i bordi. Fu quello il periodo in cui iniziai davvero ad avere coscienza di me stesso. Prima non facevo niente da solo, a parte il sesso. Allo stadio cantavo insieme a tutta la curva per sentirmi parte di qualcosa. Nella vita sociale l’approccio era praticamente lo stesso. La sera, senza metterci d’accordo, io e tante altre persone ci vedevamo al Muretto, un luogo di ritrovo che non esiste più, nel senso che non c’è più quel piccolo rudere e non c’è più il gruppo (fin troppo ampio) di persone che ogni sera partiva da lì per raggiungere i locali di tutta la provincia. E’ vero, non guidavo, ma non sarei uscito da solo comunque. Anche quando mia sorella mi regalò il suo motorino per comprarsene uno nuovo (avrebbe fatto lo stesso con la macchina qualche anno dopo: grazie Silvia!), il Muretto sarebbe stato il luogo dove parcheggiarlo per poi uscire con gli amici.

La mia paura inconscia di restare da solo mi rese abitudinario fino allo sfinimento. Prima di cominciare una giornata sapevo già tutto quello che sarebbe accaduto, sapevo esattamente chi avrei visto e dove. Era strano anche uscire da solo con uno di quegli amici, tanto era codificato il fatto che ci dovessimo vedere in massa. Con tanti di loro ho condiviso centinaia di serate senza sapere davvero chi fossero. Di alcuni ricordo solo la faccia, e non so come si chiamano o che voce abbiano. Era tutto così superficiale ma mi confortava il fatto che fosse così per tutti. C’era anche questa cosa che bisognava andare per forza dove c’è gente, come se non bastasse il fatto che già noi avremmo di certo occupato mezzo locale. Mancava l’effetto sorpresa.

Cominciai a uscire da solo, confortato anche dal fatto di non avere il cellulare (assente nella mia vita fino al 2003). La nuova abitudine mi piacque subito. Ricordo una sera, in Cantina, quando la Cantina era il locale di riferimento per mezza città. Ero da solo al bancone con una birra grande. Un ragazzo che giocava spesso a pallone con me mi salutò. Qualche giorno dopo, incontrandomi di nuovo, si preoccupò per me: “Tutto bene? Perché eri solo l’altra sera? Non si esce da soli, è una cosa triste. Le serate senza arte né parte come quella sarebbero state bilanciate da una serie di conoscenze sorprendenti se non inquietanti ma finalmente nella mia vita c’era l’effetto sorpresa che era sempre mancato. Anche nel mio approccio alla musica cambiarono tante cose. Cominciai a essere geloso delle mie canzoni preferite: non mi piaceva condividerle. Fosse per me, andrei a tutti i concerti da solo. Come ho detto tante volte, per me è più facile vendere musica brutta che quella che mi piace veramente, perché intimamente ho paura di deludere l’acquirente consigliandogli qualcosa che appartiene alla mia sensibilità. Il mio improvviso individualismo mi faceva guardare con spocchia la fazione inneggiante a Dave Matthews. Pensavo che quei ragazzi respirassero per la necessità di stare insieme e di condividere una religione.

Con il passare del tempo ho avuto un’illuminazione. Quella fazione era l’unica tra tutte quelle presenti in città a non possedere una connotazione estetica: i metallari ce l’avranno sempre, i dark (che guardavo da lontano con timore misto ad ammirazione) erano un magnifico pugno nell’occhio, poi c’erano quelli che credevano di vivere in Giamaica e perfino qualche sporadico punk. I fan di Dave Matthews non potevi riconoscerli a vista, dovevi parlarci, dovevi conoscerli. Il minimo comune denominatore tra loro era l’appartenenza alla borghesia, senza che qualcuno di loro abbia deciso questa cosa a tavolino però è successo e qualcosa vorrà pur significare. Nessun vestito, nessuna maschera: la Dave Matthews Band era il ritratto di una classe sociale. Lo è stata fino a poco prima che aprissi Nordovest. Da allora questo gruppo non è stato mai più rilevante nell’immaginario collettivo della mia città. Andava in qualche modo sostituito.

Proprio nell’anno di apertura di Nordovest uscì un album che ci aiuterà a continuare questa storiella. Si chiama Alligator. Quando ne parlai al mio amico Mimmo, collaboratore di Musicletter, mi liquidò così: “I National piacciono solo a te”. Le cose avrebbero preso tutta un’altra piega. I primi due album della band di Matt Berninger, vero esempio di musica in giacca e cravatta, non saranno mai rivalutati abbastanza da oscurare ciò che i ragazzi hanno pubblicato da Alligator in poi. Frosinone non aspettava altro. Si narra di un concerto a Roma datato proprio 2005 al quale assistettero venti persone. Un mio cliente c’era, e scommise immediatamente sul fatto di avere visto the next big thing. Ho letto una recensione di quella serata, ed è tutto vero. Erano davvero i National, e c’era davvero pochissima gente.

Con Boxer, nel 2007, mi presi la soddisfazione di dimostrare a Mimmo che non avevo preso un abbaglio. Consigliai il disco a tantissima gente e ne vendetti più di quaranta copie: un vero trionfo. Grandi e piccini avevano trovato il gruppo indie per il quale fare il tifo, certi che non sarebbero stati traditi. Avevamo i nuovi Pavement, non mi sembrava vero! Invece no. Con mia somma insofferenza l’ondata non si placò, e con il successivo High Violet arrivammo a un livello di conformismo sconfortante. Non da parte dei National, per carità. Anzi, il loro quinto album è anche il loro capolavoro. Nel microcosmo frusinate accadde però ciò che va contro la mia idea di musica. I National diventarono il gruppo da vedere assolutamente dal vivo. Tutti insieme appassionatamente. Di High Violet paradossalmente vendetti poche copie in rapporto alla qualità del disco: una quindicina in totale. Eppure i miei concittadini iniziarono ad affollare i concerti dei National, anche lontano da Roma. Un paio di miei amici, appassionati di musica new wave, li conobbero in quel momento, si innamorarono dell’album e andarono a vederli a Roma. Uno di loro mi disse: “Marco, ma c’era tutta Frosinone al concerto!”. Lo disse con stupore, non aspettandosi che gli avessi consigliato un disco che piacesse a cani e porci.

Anche in questo caso, non fu possibile dare un vestito a questi fan. La borghesia frusinate aveva trovato la nuova Dave Matthews Band. Tra l’altro, l’argomento comune nelle discussioni sui concerti dei National era sempre e solo uno: la follia di Matt Berninger. Non c’era altro da sapere e forse era giusto così: se avessi voluto sapere, avrei dovuto esserci pure io. In verità una di quelle volte avevo il biglietto. Ci rinunciai per fare contento un cliente. Chissà, se fossi andato non avrei mai cominciato a scrivere questo pezzo. Tutta questa storia mi fa orrore. Dovrei essere contento, visto che la band eletta a nuova religione settaria è infinitamente più creativa e stimolante di quella che l’aveva preceduta. Dovrei andare da Mimmo e pretendere che mi paghi una cena. Dovrei semplicemente dire che Nordovest ha fatto da apripista a una tendenza. Poi vengo a sapere che il pubblico indie è impazzito per Calcutta e mi chiedo se non sia il segno di qualcosa di profondamente psicologico: questo pubblico, del quale faccio parte da sempre, prova forse invidia per il pubblico di Vasco Rossi o di Jovanotti? Ammettiamolo: a nessuno piace stare da soli, perchè non si esce da soli, è una cosa triste. Oppure, per dirla con quel ragazzino viziato di Christopher McCandless, quando in punto di morte ebbe l’idea di citare Thoreau: “La felicità è tale solo se condivisa”. Dove sono finiti gli indie snob di era meglio il demo? Dov’è finito il fiero individualismo intellettuale di chi vuole tenere le cose più belle per sé, perché tutti gli altri non sono degni di apprezzarle? Qualche mese fa ho pensato a quale fosse stata la migliore bottiglia di vino che ho bevuto nella mia vita. Non pensavo alla qualità del vino in sé ma proprio alla situazione e alla piacevolezza evocata dal ricordo di quel momento. Ero ad Assisi, in un’enoteca, da solo. Era troppo presto per la cena ed ero il primo cliente dell’aperitivo. Presi una bottiglia intera di Rosso di Montefalco e mi servirono dei meravigliosi crostini con il lardo. Avevo con me un libro che raccontava la storia di Tina Modotti. Non dico che non avrei gradito la compagnia di una ragazza, sarei un ipocrita se lo dicessi. Niente però mi fa minimamente pensare che avrei gradito la compagnia di un autobus pieno di concittadini in preda all’ultima follia collettiva.

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