AMERICAN INDIE

albi1

“Gli Shellac sono il gruppo meno sexy del pianeta”. Parole e musica di una mia amica. Li avevo visti da poco, a Roma. Fu un concerto strano: li costrinsero a chiudere presto lo show perché subito dopo c’era qualcos’altro, e mi ricordo che Steve Albini guardava spesso alla sua destra, in teoria per parlare col fonico ma io avevo l’impressione che qualcuno gli stesse comunicando quanto tempo avesse ancora a disposizione per suonare. Chiusero con la scenetta ormai classica della batteria smontata durante l’ultima canzone, pezzo per pezzo, senza interrompere l’esecuzione. E’ vero che i tre non danno l’idea di essere interessati all’aspetto glamour del suonare in una rock band. Una recente, preziosa intervista letta sul Mucchio ha rivelato ai miei occhi ciò che già pensavo dell’occhialuto fonico/chitarrista/agitatore culturale di Chicago. Albini ha un’idea della musica integralista, pura, senza compromessi. Non nasconde il suo disprezzo per la svolta pop avuta dai Sonic Youth a un certo punto della loro carriera.

Proprio nel momento in cui l’american indie fu saccheggiato dalle major, la band di Thurston Moore rimase a metà del guado. Eppure la bellezza dei Sonic Youth sta proprio in questo: nati come gruppo rumoroso, politicamente impegnato e oserei dire colto, ebbero la bravura di porsi come interpreti rock’n’roll in senso realistico e credibile. I Sonic Youth hanno saputo essere sexy. Del resto la musica rock non nasce come allusione sessuale? Ricordo una vecchia intervista a Ivan Graziani nella quale diceva proprio questo, facendo notare la posizione della chitarra, usata nel rock come prolungamento fallico. Elvis, con le sue movenze, fece impazzire l’America, anche se lui e Johnny Cash suonavano la chitarra imbracciandola più in alto possibile, proprio come forma di autocensura. Ecco dunque i Sonic Youth arrivare con Goo al pubblico di Elvis e del grande rock. Ecco Kim Gordon diventare una donna influente anche nell’abbigliamento, non solo per il suono ossessivo e spettrale del suo basso. Già in Daydream Nation giocava con ambiguità in un pezzo che si chiama Kissability, che sembra un inno femminista, e probabilmente lo è, ma è allo stesso tempo femminile fino a diventare paradossale e antitetico al femminismo in questione. In un album ancora più vecchio, la band di New York osava cantare il demonio che aveva ucciso, insieme a Sharon Tate (incinta), tutti i lustrini di Hollywood, e lo faceva attraverso i gemiti di terrore di un’invasata Lydia Lunch, ospite per amicizia e per indubbia affinità filosofica.

La violenza diventa sexy: qui sta la differenza tra i Sonic Youth e la maggior parte dei gruppi di una scena musicale raccontata da Michael Azerrad in un libro che magari avrà pure un titolo originale più romantico (Our Band Could Be Your Life) ma che, nella traduzione italiana, assume i connotati di perfetta definizione di un genere musicale chiamato american indie. Se quindi gli Shellac, come gli Slint, non faranno mai ballare la ragazza dei vostri sogni, l’immaginario raccontato dai Sonic Youth per un’intera carriera esce invece fuori dal canone del DIY per abbracciare in modo più ampio il concetto di rock’n’roll. Le band della scena indie americana sono in genere colte; nelle canzoni dei Jesus Lizard o dei Fugazi ci sono riferimenti sfiziosi a letteratura e arte in genere, oltre che alla politica. I Big Black erano molto politici nel senso più nobile che possiate immaginare, così i Bad Religion e i Minutemen. Il rischio di certa musica è quello di passare per musica snob e irrimediabilmente (mi si passi il termine non adatto ai salotti buoni) scacciafiga, soprattutto per quanto riguarda chi la ascolta. Probabilmente tutte le ragazze che hanno iniziato a leggere questo pezzo sono scappate via la seconda volta che hanno letto la parola Shellac.

Ammettiamolo: l’american indie è una musica per maschi bianchi laureati che non hanno la minima idea di come si balla un pezzo twist o rockabilly e che, se interpellati sulla loro mancanza di coordinazione, se la cavano dicendo che i duri non ballano mai. L’american indie è anche un vestito. Se mi piacciono i Fugazi e conosco tutte le etichette “dure e pure” mi sento in diritto di vestirmi male, tanto è una scelta di vita. Allora vai con tuta, improbabili coppole e giubbotti che io non uso neanche per riscaldarmi prima delle partite di tennis! Un cliente l’anno scorso mi punzecchiò: Che strano vedere un negoziante di dischi in giacca!”. Eppure tutto si può dire tranne che io sia uno alla moda. Altro, presunto, motivo di vanto per gli adepti di certa musica (tra i quali ci sono anch’io, sia ben chiaro) è il ruolo educativo. Frase tipica di un mio cliente nonché amico: “Grazie a me, tante ragazze hanno smesso di ascoltare Tiziano Ferro”. Detto con lo stesso tono con il quale un cafone qualsiasi al Billionaire (o nell’equivalente provinciale) direbbe: “Ho sverginato decine di femmine. Lo so, qui si entra in un campo minato. Quante volte abbiamo odiato la nostra compagna quando ci ha proposto di andare a vedere un film che non rientrava per niente nei nostri piani? Quante volte abbiamo abbozzato un vago interesse ascoltando frasi tipo: “Andiamo al concerto di Elisa?”.

Orrore, ecco ciò che intimamente si prova in certi momenti. Credo non ci sia nessuna categoria così razzista, se si parla di affinità musicali, come quella composta da noi appassionati di musica indie. Poi succede che un cliente fissato con la classica contemporanea entri in negozio e, senza battere ciglio, liquidi la questione in modo lapidario: “L’indie è volgarità”. Allora tutto quel tempo passato a credere di essere nel giusto? La cultura non può essere volgare. Forse dovrei andare a teatro più spesso, forse dovrei appassionarmi all’opera, ai balletti russi, alla musica sinfonica. Me lo dice pure Giovanni, un cliente che ha sempre giudicato cacofonica ogni musica ascoltata nel mio negozio che non fosse quella proposta da lui. Forse diventerei anche uno sciupafemmine, se abbandonassi le tristezze assortite dei vari Mark Kozelek, Mimì Clementi e compagnia! Giovanni ha un’ossessione: la Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz. Me ne parla da undici anni con preoccupante regolarità. Potrebbe essere un segno del destino, magari lui è il depositario della cultura e io sto perdendo l’occasione di dargli retta: perché in tutti questi anni non mi è mai venuto in mente di ascoltarla, quella sinfonia? Perché sono volgare. Perché voglio esserlo. Perché ho tante debolezze, e una è l’american indie.

Non posso farci niente, posso fare tutte le riflessioni critiche del mondo ma la verità è che la pornografia dei Big Black mi affascina più di qualsiasi sinfonia, la mestizia degli Slint mi acceca più di un bel valzer, la sporcizia sguaiata dei Gun Club mi ricorda che la musica è una cosa per tutti, non solo per chi ha studiato. D’altra parte bisogna dire che, se da un lato l’indie rock è visto con giustificato disprezzo dagli accademici, dall’altro subisce l’attacco della musica elettronica e del rap, ormai sdoganate come verità assolute dal pubblico alternativo. Leggevo un’intervista recentissima a Zachary Cole Smith, uno dei nomi più credibili della scena americana, nella quale difendeva il diritto della chitarra a essere considerata ancora centrale nella proposta musicale contemporanea. Eppure, se si dà un’occhiata alle classifiche di fine anno dei siti più influenti, tipo Pitchfork o, restando in Italia, Onda Rock, ci si accorge di come la critica stia tentando di avvicinare gli appassionati alle musicalità artificiose di certa musica di consumo: dubstep (certo), rap (sicuro) ma non solo. Adesso anche il pop esuberante e plastificato, quello di Rihanna, di Carly Rae Jepsen o della più ambigua Lana Del Rey, viene considerato degno di grandi elogi da quello stesso mondo che una volta si divertiva a considerare spazzatura le varie Madonna e Kylie Minogue. In un altro pezzo letto di recente, un critico italiano derideva i Flaming Lips per il loro flirt artistico con Miley Cyrus, pietra di uno scandalo che scandalo non è. Ormai non c’è più confine tra gli stili. Qualche cliente prova ancora a stupirsi se in negozio c’è in bella evidenza il CD di Alessandra Amoroso, catechizzandomi a dovere: “Non dovresti vendere queste cose!”. Un’amica ha paragonato alla prostituzione il fatto che vendo musica che non mi piace. Il discorso è solo apparentemente facile da risolvere. Non è solo una questione di gusti personali: certa musica è importante. Lo dice la critica, lo dicono i musicisti stessi con le loro collaborazioni inattese. Starne fuori è da ottusi e da integralisti. Qualche settimana fa ho incontrato un amico che mi ha chiesto quali fossero stati i dischi dell’anno secondo i clienti di Nordovest. Quando gli ho detto che l’album più votato è stato quello di Kendrick Lamar è caduto dalle nuvole: “Che c’entra Kendrick Lamar con Nordovest?”. E’ un problema di apertura mentale. L’album de DIIV del prima citato Zachary Cole Smith è stupendo, emozionante ed è un motivo di speranza per il futuro dell’american indie, che sarà sempre il mio genere musicale preferito ma il mondo, purtroppo, va avanti. Con o senza chitarre.

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s