L’inverno è jazz

miles & trane 03

“Ho sempre pensato che il jazz faccia divertire soltanto chi lo suona”. Lo disse un mio amico, una sera di qualche anno fa davanti a un’enoteca, lontano (ma non troppo) da Frosinone. Nella piazza dove c’è l’enoteca avevano organizzato una serata jazz. Noi eravamo lì perché in quel periodo ci piaceva frequentare anche luoghi alternativi al nostro solito giro, specialmente se c’era musica. Uscivamo dalla nostra città, più sereni di oggi per quanto riguarda la voce alcol test. Anch’io pensavo quelle cose, e qualche volta le penso ancora, se parliamo di jazz attuale. Tutta la musica che fu suonata davanti a noi quella sera sapeva di già sentito, mancava di coraggio e di innovazione, era quel jazz che tipacci poco raccomandabili che si chiamavano Ornette Coleman o Anthony Braxton (ancora lui!) avevano seppellito quando i miei genitori neanche si conoscevano. Era come ascoltare le cover band dei Beatles o dei Doors nei locali di Frosinone, né più né meno. Il mio problema era fondamentalmente uno: partendo dai dischi dei Doors e dei Beatles ho sempre saputo riconoscere l’inutilità di qualsiasi cover band ma, al contrario, non avendo le basi per quanto riguarda il jazz, mi trovavo spaesato davanti a quelle esecuzioni così fuori tempo massimo. Mi piacevano o no? Cosa c’era dietro quella musica? Era gradevole, certo, per accompagnare i calici di vino rosso in quella bella serata estiva a venticinque chilometri da casa, ma la trovai da subito inadeguata a quel momento storico. Mio e di tutto il mondo circostante.

Pensai al mio lavoro. Dovevo capire se il jazz e Nordovest sarebbero mai andati d’accordo. Mi venne in mente Franco, grande compagno di serate musicali scomparso pochi mesi fa. Era un fan di Nordovest ma i primi anni non sopportava l’assenza di album jazz dagli scaffali, dovuta alla mia dichiarata ignoranza in materia. “Fra’ mi dispiace! Non saprei da dove cominciare. Devo studiare un po’. Per ora lasciami vendere le cose che conosco, quindi niente jazz. Per ora. Un altro cliente, un vero appassionato, si offrì di aiutarmi a selezionare i titoli più rappresentativi. In tutti questi anni ha osservato con perplessità i miei tentativi di capirci qualcosa. Tre anni fa tenevo il banchetto dei dischi alle serate jazz in un bel locale del Corso. Una volta, sorpreso dalla mia presenza all’ingresso del locale, spizzò con interesse le due scatole contenenti i CD che avevo portato per l’occasione. Con un po’ di superiorità sentenziò: “Chi ha scelto questi dischi? Ti aiuta qualcuno? Peccato che io li ho già tutti, e comunque questa roba va comprata solo in vinile”. L’anno scorso, finalmente, accettò per la prima volta (dopo dieci anni) di parlare con me di un album jazz. Fu un grande momento: non ero più indegno di far parte di questo mondo, anche se mi resta sempre (ma in questo caso il jazz non c’entra) la lacuna dei Pretty Things, che secondo Carlo Bordone non devono mancare in nessuna collezione di dischi degna di essere presa in considerazione.

Finalmente potevo parlare di jazz, quella cosa sempre tenuta a margine. Quando si fanno le classifiche dei migliori dischi, il jazz (così dice il galateo della critica musicale) va tenuto fuori, perché è un’altra cosa. Il jazz, che non sappiamo se si pronuncia gietz oppure giaz. Il jazz: quella meraviglia totale che profuma di New York, di locali notturni, di cultura nera, di pubblico elegante e raffinato. Quella musica così legata al cinema*. Quella musica così legata alla notte: l’immaginario di un secolo di jazz è tutto racchiuso nel blu che dà il nome alla più famosa etichetta del settore, quella Blue Note che non pubblica altro che jazz. Altrettanto straordinarie sono la Impulse! con la sua inconfondibile grafica, la Prestige (che mise insieme la migliore band di tutti i tempi, quella dei dischi di Miles con i titoli che finiscono con l’apostrofo) e la Columbia, legata ai due miti assoluti della musica d’intrattenimento del ventesimo secolo: Bob Dylan e Miles Davis, quest’ultimo un autentico gigante del nostro tempo.

Miles: forse l’unico musicista che viene chiamato abitualmente con il nome di battesimo, senza aggiungere il cognome. Così come nel cinema tale privilegio è destinato alla diva delle dive: Marilyn. Miles, il più grande di tutti. L’unico ad avere interpretato (quando non inventato) ogni genere di jazz possibile e immaginabile, sempre in modo formidabile, sempre circondato dai migliori soci possibili. Con Thelonious Monk andò male, lo sappiamo, perché in fondo tra esseri umani, anche tra i migliori, le cose non vanno sempre bene ma con Miles hanno suonato tutti, e tutti lo hanno riverito e scortato verso l’immortalità. Miles è universale, come Marilyn, come Dylan, come Picasso, come Hemingway, come Che Guevara. La sua musica appartiene ai professori e ai fricchettoni, ai giovani e ai matusa, alla destra e alla sinistra. Miles è stato un imperatore, un uomo onnipotente; si è guadagnato negli anni il diritto di fare quello che voleva e di conquistare tutto e tutti. Più di Dylan per il folk e di Robert Johnson per il blues, Miles è il faro per chiunque voglia avvicinarsi al jazz. Attorno a lui, a Charlie Parker, a John Coltrane e a Monk, si è formata negli anni una mentalità legata alla musica che ha inciso profondamente sulla società occidentale.

Tanto per cominciare, il jazz ha difeso la propria natura afroamericana più di quanto siano riusciti a fare il blues e il rock, troppo presto fagocitati dalla cultura bianca, ladra indecente di germi neri. Per informazioni, citofonare: Cream, Led Zeppelin, Beatles, Them, Red Hot Chili Peppers, tanto per farsi un’idea. Il jazz si è fatto rispettare, si è protetto meglio, fino a implodere. Diciamo pure che è un po’ rimasto dov’era quarant’anni fa, e ciò non fa che renderlo più mitico, proprio come la grande Hollywood. Eppure, nessuna musica è così evocativa e caratterizzata come il jazz della East Coast.

Qualche giorno fa ho visto il filmato di una partita di pallacanestro giocata al Madison Square Garden. Stavo dando un’occhiata a Kristaps Porzingis, un lettone che è stato scelto dai New York Knicks tra lo scetticismo di chiunque abbia la residenza nella Grande Mela. Dovete sapere che i Knicks sono la società sportiva con il più alto valore economico al mondo. Il proprietario potrebbe venderla a qualsiasi cifra; sono un po’ il Facebook  della pallacanestro. Bella forza, direte voi, giocano a New York! Vero, proprio per questo motivo valgono così tanto ma nello sport conta il risultato, giusto? Ecco, vi invito a cercare su Google l’ultima volta che hanno vinto il titolo. Io, per esempio, non ero ancora nato. Allora perché costano così tanto? Per l’immaginario, per la città, per la storia. Quel filmato, visto su Youtube, è accompagnato da un pezzo jazz sinuoso ed evocativo. Non l’ho riconosciuto, anche perché penso fosse roba nuova, ma il bello è che i commenti erano quasi tutti incentrati sulla musica, così straordinaria da aver fatto passare in secondo piano la partita. Più che altro, quella musica faceva pensare a un’altra New York, quella del secolo scorso, così peculiare e poco globale. Il jazz accompagna da sempre la New York capitale mondiale delle novità mediatiche. Ogni campo della società contemporanea ha visto nascere nella Grande Mela novità straordinarie, in un periodo storico, dagli anni quaranta fino alla fine dei sessanta, durante il quale nessun genere musicale è stato così tipicamente americano e metropolitano.

Certamente il jazz si appropria di un ruolo così nettamente immaginifico proprio per la sua complessità. E’ una musica che non può essere cantata sotto la doccia e non può essere imparata a memoria: in questo senso, ogni ascolto è imprevedibile e nuovo. Per questo si differenzia completamente da tutto ciò che esiste in musica. Inoltre, la straordinarietà del jazz è data dal fatto di essere (in questo caso cito ancora il mio cliente di cui sopra) una musica profondamente afroamericana. Un album come We Insist! di Max Roach ne è un esempio indiscutibile. In quel disco c’è la dignità di tutto il mondo afroamericano espressa attraverso un mezzo consapevole e simbolico. Se allora, stiamo parliamo del 1960, il razzismo negli Stati Uniti era il primo problema sociale, oggi la comunità nera non ha smesso di esprimere un linguaggio altrettanto originale. Lo fa, lo sappiamo tutti, con la musica rap, che ha modi ben più spicci rispetto al jazz ma che ha il medesimo ruolo.

Proprio quest’anno, un giovane rapper di Compton (Los Angeles) che si chiama Kendrick Lamar ha realizzato un album sorprendente nel quale ha mitigato la rudezza dei suoi colleghi più in vista, arruolando personale dal jazz più ortodosso. Dai solchi del suo disco viene fuori un’idea brillante di nuova fusion, un po’ come ai tempi in cui Miles inorridì i benpensanti, prima con l’estasi elettrica di Bitches Brew e poi con le chitarre hendrixiane e i synth orgiastici di On The Corner. Lamar è diventato una star globale facendo una seria ricerca musicale. Poi, qualche bonazza nei suoi video c’è pure, intendiamoci, ma il suo è un rap politico, sperimentale e perfino commovente. To Pimp A Butterfly è un album importante come We Insist! perché ha un’identità precisa pur essendo un miscuglio di idee. In questo senso è un disco jazz, per filosofia e intenzioni. Così come erano ben definite le intenzioni del maestoso Ornette Coleman di Free Jazz, inaudito capolavoro nel quale le emozioni del momento trascinano gli strumenti verso un caos apparente che fissa insieme la nascita e il vertice di un genere musicale rimasto insuperato da allora per purezza e integrità. La grandezza del free jazz è anche il suo limite, certo. Quando si raggiunge una poetica così estrema è quasi impossibile andare oltre ma resta l’identità culturale di un linguaggio politico nel senso più bello del termine: il jazz inteso come musica di autodeterminazione, come gesto sociale, come espressione della verità. Adesso, dopo averlo studiato un po’, fa divertire anche me, non solo chi lo suona.

*[In Collateral di Michael Mann c’è un eccezionale momento di tensione e di morte legato al jazz. Clint Eastwood, invece, è egli stesso musicista e cultore del genere. A lui è dovuta la magnifica biografia in pellicola del mitico Charlie Parker, sassofonista tanto grande dal vivo quanto imperfetto in studio, dove si presentava spesso in condizioni precarie e dove non riusciva a sintetizzare tutto il suo enorme talento]

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