UN FILM DI EJZENSTEJN SULLA RIVOLUZIONE

145212038-dc3d6c63-012b-4832-a928-c4c6b3b1622d

Da Nordovest non mancano i clienti snob. Quelli che era meglio il demo. Quelli che, nelle classifiche di fine anno, mettono dieci dischi che non ha sentito nessuno. Alcuni di loro potrebbero scrivere per Blow Up, per quanto mi riguarda. Ovviamente nella sezione altrisuoni, quella che mi provoca ogni mese un tremendo senso di smarrimento perché i dischi sono tutti sperimentali, tutti belli (secondo loro) e tutti rigorosamente impossibili da vendere, per la loro eccessiva ricercatezza stilistica oppure perché escono in copie autoprodotte e limitatissime in cassetta o in vinile. Io devo studiarle tutte, quelle pagine, ogni mese: mi servono per selezionare le novità da consigliare ai clienti più esigenti senza fare brutta figura. Le persone che entrano in negozio interessate all’avanguardia, all’impro radicale o al jazz nuovo si contano sulle dita di una mano ma si fidano di me e sono davvero curiose di ascoltare qualcosa di insolito e di colto.

Il problema di Blow Up è molto semplice: la prestigiosa rivista (ex fanzine) vuole farci credere che certa musica è tutta da ascoltare a prescindere, quindi i voti non scendono quasi mai sotto il 7. Una volta ho contato, non scherzo, undici recensioni di seguito con lo stesso voto (7, of course). Io ci provo, mi applico, voglio con tutto me stesso capire qual è la musica d’avanguardia che può soddisfare il palato dei miei clienti più raffinati ma spesso il risultato è un salto nel vuoto. Intendiamoci, ci sono cose straordinarie nel cassetto di ogni cliente snob e nel cassetto del direttore di Blow Up, e perfino nel cassetto degli astrusi collaboratori di Blow Up. Nurse With Wound, per esempio, è un progetto che mi ha colpito subito. Direi che mi ha folgorato. Lo chiamano minimalismo, è musica veramente alternativa ma non è così ostica come potrebbe sembrare. E’ musica di ricerca che non conosce mezze misure, tiene in serbo sorprese che possono far scappare la maggior parte del pubblico ma ha qualcosa di raro e di puro che riconcilia con l’arte con la A maiuscola. Peraltro è prodotta da gente che fa musica da quando io andavo alle elementari, più o meno, ma quando pronuncio certi nomi sembra sempre che stia parlando una lingua incomprensibile.

I miei amici che sono andati al festival di Pitchfork a Parigi mi hanno raccontato, con somma soddisfazione (loro, non mia) di essere scappati a gambe levate dopo qualche minuto del concerto dei Godspeed You! Black Emperor, una di quelle band che dovrebbero sopravvivere in caso di catastrofe nucleare, giusto per dare fiducia al genere umano nei confronti del futuro. “A un certo punto tenevano un accordo per svariati minuti a volume esagerato”. Dicono che erano “fuori contesto” ma, per fortuna, esiste pure gente da queste parti disposta a sopportare quell’accordo ripetuto all’infinito, che poi magari fosse un accordo, in realtà è una specie di elettroencefalogramma musicale piatto e però anche maestoso e molesto. Per i clienti più snob invece rischiano di essere ormai troppo famosi, quindi compromessi. Vuoi mettere quanto erano fighi ai tempi della prima cassetta? Eh, certo, volete che un gruppo che si rispetti non esca in cassetta come formato d’esordio?

Questa del formato è un’altra cosa che mi manda ai pazzi. L’ultimo numero di Blow Up contiene la recensione di una band inglese, tali Skeleton Wrecks. Bene, ogni volta che studio Blow Up per il mio lavoro cerco di tralasciare (almeno inizialmente) le cose che escono in cassetta o in edizioni esageratamente limitate. Se certi artisti hanno deciso scientemente di non volere che la loro musica possa interessare a più di cento persone, che si tengano il loro pubblico di cento persone! Voglio dire, gli Wolf Eyes, che sono molto estremi, tra le cose più estreme accadute alla musica da vent’anni a oggi, escono per etichette internazionali. Hanno fatto dischi per la Sub Pop. Gli Wolf Eyes danno la possibilità al postino che stacca dall’ufficio qui davanti di poter comprare i loro album da Nordovest! Perché mai artisti appartenenti alla stessa scena dovrebbero uscire in cento copie autoprodotte? Perché non hanno soldi per stamparne di più? Ok, in quel caso posso accettarlo ma spesso, ripeto, si tratta di una scelta calcolatissima in chiave snob. Leggo però che gli Skeleton Wrecks escono regolarmente in CD. Vengono paragonati agli Helmet e ai Savage Republic. Sto per fiondarmi sulla tastiera del computer per ordinarne una copia. Arrivo in fondo ed ecco la sorpresa: il disco è uscito in cinquanta copie. Il direttore di Blow Up dice che dobbiamo assolutamente procurarcene una. Certo! Quanti lettori ha Blow Up? Meno di cinquanta? Non credo, quindi dimmi, caro Stefano Isidoro Bianchi, a chi stai rivolgendo questo consiglio/ordine? Io sono tra i cinquanta eletti, secondo te? Soprattutto, non ci sarà altra gente nel mondo degna di avere questo CD oltre ai migliori cinquanta lettori di Blow Up? Una delle cinquanta copie è in tuo possesso: come hai fatto ad averla? Giuro che se qualcuno mette il disco degli Skeleton Wrecks nella sua classifica di fine anno prendo a capocciate la vetrina di Nordovest fino a svenire!

Dicevo prima che non è la qualità della musica il problema nelle scelte dei miei clienti snob. E’ l’ostracismo verso il successo che mi inquieta: appena un artista diventa un po’ più conosciuto non merita più alcuna considerazione. Certo, capisco che la deriva puttanesca di gente come U2 o Black Keys (tanto per fare due nomi appartenenti a due generazioni consecutive) possa far pensare che anche le cose belle o bellissime prodotte in passato siano da squalificare retroattivamente ma il vero appassionato di musica dovrebbe, proprio per questo, evitare ogni forma di idolatria per concentrarsi esclusivamente sulla musica come forma d’arte, indipendentemente da chi la scrive e la pubblica. Bella forza, direte voi! Se mi affeziono a una band perché dovrei abbandonarla al primo disco sbagliato o disonesto? D’altro canto, se un artista pubblica un album in cento copie numerate e autografate col sangue come potrà mai essere accusato di puntare al successo? Se il mio disco esce in cinquanta copie sarà onesto e puro per forza, no? Leggevo da qualche parte, credo proprio su Blow Up, di un musicista che ha pubblicato il suo nuovo album in copia unica, come fosse un quadro o una scultura, quindi l’ha venduto all’asta, ma mi sembra lecito chiedere una serie di cose: chi è degno di ascoltare quella musica? Esporranno il disco al Louvre e tutti potremo stare in ascolto con le cuffie per un’ora senza la possibilità di ripetere l’ascolto se non tornando al Louvre? Oppure solo il proprietario dell’unica copia potrà imparare il disco a memoria per quella che sarebbe un’esperienza davvero unica e non condivisibile? Dunque la musica dovrebbe dividere gli esseri umani anziché unirli?

Alcuni artisti hanno cominciato da anni a fare i concerti a invito, in luoghi privati. E’ un modo per avere la massima attenzione da parte di un pubblico scelto, eletto, fidato. In un luogo pubblico c’è sempre il rischio che a qualcuno il concerto possa annoiare; in tal caso potrebbe generarsi il chiacchiericcio che tanto fa arrabbiare Keith Jarrett ma anche il più proletario Moltheni (ora Umberto Maria Giardini) o il tanto discusso Mark Kozelek*. Non è forse vero che l’arte dovrebbe sapersi guadagnare il diritto di ammutolire il fruitore di tanta, spesso presunta, bellezza? Perché, dopo due canzoni di Mark Kozelek nelle quali racconta i fatti suoi, io inizio a pensare ai fatti miei? Alla fine di tutto, l’importante è non sentirsi soli. La differenza è che c’è chi vuole tantissima gente al proprio tavolo, e allora non si può fare a meno di andare al concerto di Vasco, sopportando tutte le scomodità possibili pur di sentirsi parte della maggioranza che, si sa, garantisce da sempre sicurezza e protezione. Chi invece vuole avere pochi amici, ovviamente fidati, si fa piacere il Kozelek di turno, perché: vuoi mettere? Quanto è intelligente, quanto è radicale, quanto è tutto d’un pezzo! Ogni suo disco è il disco dell’anno, ogni suo concerto è un’esperienza imperdibile da vivere nell’attesa che lui possa sbroccare da un momento all’altro, durante una delle sue struggenti canzoni che parlano dei fatti suoi.

Farsi piacere qualcosa di estremo e radicale è un modo per stare con la minoranza virtuosa, per essere parte integrante di un’aristocrazia culturale. A tutto però c’è un limite. For Alto di Anthony Braxton è il mio limite. Il leggendario e osannato album di impro radicale di solo sassofono, uscito nel 1970, è una pietra miliare intoccabile per ogni critico musicale che si rispetti, è considerato una rivoluzione, una cosa inaudita, un fulmine a ciel sereno. L’ho ascoltato decine di volte e continuo a trovarlo niente di più che un esperimento sociologico. E’ tutto tranne che musica, è la paranoia geometrica di un uomo che vuole stupire ad ogni costo, è l’assenza di groove e di cuore, è la freddezza dei numeri che brutalizza i solchi di un doppio vinile. Per dirla con Fantozzi, è una cagata pazzesca. Come ogni cosa fatta quando nessuno l’aveva fatta prima, For Alto è certamente un’opera rilevante che va ascoltata almeno una volta nella vita. Come la famosa Merda d’artista, è qualcosa di cui bisogna conoscere l’esistenza, ma sempre merda rimane.

*(i Red House Painters erano favolosi)

 

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s