Io, Courtney e Carlo

sometimes-i-sit-FRONT (1)

La musica non è sempre la protagonista indiscutibile qui dentro. Un mio amico, che passa ogni fine settimana per parlare di calcio, pretende che io spenga la musica. Gli dà fastidio. Dice che può sopportare solo Nirvana, Smashing Pumpkins o un po’ di rap, e per rap lui intende soltanto Eminem. Praticamente i suoi neuroni dedicati all’ascolto della musica sono in letargo da oltre quindici anni. L’altro giorno, per punizione, gli ho fatto ascoltare tutto l’album nuovo dei Low“Io non ci capisco niente di musica ma questo disco è inquietante”. Lo è davvero inquietante, Ones and Sixes, oltre che ispirato, quindi il mio amico ha colto l’essenza dell’album ma ciò non mi conforta: la prossima volta spegnerò il lettore CD in sua presenza, a prescindere.

Piuttosto mi ha sorpreso il parere positivo di mamma sul medesimo disco. Anni fa, mentre ascoltavo Trust in negozio, mi chiese di toglierlo. Mamma è molto curiosa e tollerante, se si parla di musica. Nel 1995 ascoltavo abitualmente i Kyuss in cucina dopo avere fatto solo una parte dei compiti per casa: non solo non si incazzava perché preferivo i Kyuss ai capitoli di storia che avrei rimandato alla mattina dopo, ma diceva addirittura che le piaceva quella musica. I Kyuss, eh, mica Lucio Battisti! Trust però le fu indigesto ma, evidentemente, dopo dieci anni di negozio durante i quali mamma ha dovuto ascoltare di tutto, anche i Low sono diventati gradevoli per il suo udito.

L’ascolto dei dischi da Nordovest comporta variabili più o meno impazzite. All’inizio c’era uno stereo comprato apposta per l’ascolto in cuffia ma nessuno voleva usarlo, forse per non risultare estraneo a ciò che accadeva nell’ambiente. Ogni volta che chiedevo quale ascolto preferissero, i clienti, tranne rare eccezioni, sceglievano di condividere la musica con me e con chi stava qui dentro, mescolando quindi la musica con le nostre parole e con i rumori provenienti dal traffico di Via Don Minzoni. Un giorno una ragazza mai vista prima, molto carina, decise di ascoltare un disco in cuffia. Apriti cielo! Un cliente, dal salottino in fondo, quindi a una certa distanza ma a voce alta, passò due minuti a dire “Soreca!” con lei ignara (?) che teneva il ritmo di una musica che noi non potevamo sentire.

Da parte mia, devo dire che quando ascolto Tugboat dei Galaxie 500 oppure Stagioni dei Massimo Volume non voglio che entri nessuno. Alzo il volume e mi immergo in quelle canzoni fregandomene di tutto e di tutti. Chiunque dovesse entrare in quel momento rischierebbe un’occhiataccia anche fosse un cliente importante. Proprio un minuto fa un noto freak del quartiere è entrato mentre ascoltavo quello che, probabilmente, sarà il mio disco dell’anno. Courtney Barnett è una rivelazione di quelle che capitano una volta l’anno, non di più. Il suo album, di fatto il primo dopo due EP riuniti in un solo CD, non fa prigionieri. Carlo Bordone (che per hobby scrive di musica come nessuno in Italia, cosa che mi fa morire d’invidia perché lui fa altro nella vita ma capisce di musica più di tutti noi che di musica viviamo) le ha dedicato un pezzo lunghissimo, che non sto qui a linkare perché sono invidioso quindi ve lo cercate da soli, nel quale sviscera per filo e per segno l’incredibile pienezza, o pregnanza che dir si voglia, di tale album, paragonando lo stile della ragazza a certe cose di Bob Dylan e di Jonathan Richman, e potrei fermarmi qui. Lele, che è il mio amico delle vacanze a sud, e che ha una sensibilità musicale non comune, dice che gli ricorda Lou Reed e tutto torna. Courtney è verbosa come solo gli australiani sanno essere, è visionaria ma non triste. E’ ricercata nei contenuti ma frizzante nel suono. E’ palesemente indie rock pur avendo le velleità di una cantastorie.

Dicevo del freak. Voleva solo salutarmi e augurarmi una buona giornata. E’ un freak quindi non può capire che, per me, una giornata è buona se ascolto Courtney Barnett, non se bevo una birra con lui. Che poi, in tutta onestà, ero indeciso su come continuare questo racconto, poi ho messo su Sometimes i sit and think, and sometimes i just sit. (col punto finale) e ho deciso che la ragazza merita un pezzo tutto o quasi per lei. Tutto no, perché Carlo Bordone è arrivato prima, ma ci tengo a dire che è arrivato prima solo perché sono maledettamente pigro e mi sono fatto precedere nello scrivere, non nel pensare certe cose. Tutto no, perché prima o poi potrebbe fare come Liz Phair e deluderci tutti. Racconta cose, la giovane australiana, ed è tremendamente evocativa.

Leggevo in questi giorni un’intervista al cantante dei Protomartyr nella quale dichiara la sua diffidenza verso le immagini superficiali cantate in genere dai gruppi punk e rock’n’roll che si accontentano di raccontare in metrica le loro serate al bar. Per quanto sia difficile essere verbosi e allo stesso tempo eleganti rispettando la metrica, Courtney ci riesce in un modo così ammaliante da costringermi a smettere di lavorare mentre ascolto il suo disco. Attenzione, ciò non vuol dire che sia, la sua, una poetica impegnata. Non vuole insegnarci a vivere, del resto come potrebbe permettersi dal basso dei suoi 28 anni appena compiuti? Il suo album è un ritratto o una serie di ritratti, è qualcosa che riguarda l’estetica. In rete ho letto che la musica di Courtney è come acqua fresca d’estate, cioè qualcosa a cui nessuno pensa ma di cui tutti hanno bisogno, ma chi l’ha scritto intendeva criticarla, come a voler dire che in giro c’è roba più raffinata, più stimolante e unica. Eppure le sue parole, incastrate con deliberato disincanto tra punti di partenza e di arrivo di una musica che non stanca (e che, anzi, mira al cuore di chi ha sete di verità), sono quanto di meglio ci sia adesso alla voce “cantautorato indie”.

Spazzate via le ovvietà della retorica e del qualunquismo, resta un immaginario ricco di sorprese che vorrei raccontare nel dettaglio ma che invece devo tenere per me, visto che l’ineffabile Bordone ha già detto tutto mesi fa. Non è la prima volta che mi capita di provare un senso di umiliazione per colpa sua. Una volta, sul Mucchio, scrisse che una collezione di dischi nella quale non ci siano almeno tre album dei Pretty Things non è degna di essere considerata. Non mi sono ancora ripreso da quella sentenza, e non ho ancora rimediato a tale lacuna, io che i Pretty Things non li ho mai ascoltati in vita mia, ma proprio mai! Senza scomodare il mitologico Alta Fedeltà di Nick Hornby, che è l’apoteosi della musica usata come discriminante per valutare le persone, non posso negare di avere sempre desiderato intimamente di possedere la migliore collezione di dischi possibile. Non quella con le stampe più rare e preziose, non quella più vasta, niente di tutto ciò. La mia dovrebbe essere la migliore in senso estetico, quella con le canzoni più esaltanti e con le opere più importanti di ogni scena musicale. Ciò non sarà mai possibile perché non riesco a comprare qualcosa solo perché è ritenuto universalmente importante. Non ce la faccio, quindi il desiderio (in verità più inconscio che intimo) resterà sempre inespresso. Per me, un dischetto minore di american indie, magari degli Helium o dei Come piuttosto che dei Bedhead, sarà sempre più prezioso di un cofanetto di Bach o di Beethoven ma anche, per restare in ambito rock, di Animals dei Pink Floyd o del primo dei King Crimson, pietre miliari per tutti ma assenti (e lo saranno fino alla mia morte) nella mia collezione.

Il fatto di non avere mai suonato niente, a parte qualche velleitario tentativo da ragazzino, è probabilmente la mia dolce condanna. Non conoscendo le regole della musica, mi faccio convincere da cose minori che mi sembrano favolose, lasciando da parte l’oggettività che si presume insita tra le righe e tra le pieghe degli spartiti. Una volta un mio cliente, tra l’altro molto più giovane di me, notando che avevo messo on air il più famoso album di Miles Davis, mi bacchettò: “Lo sai che questo disco può essere capito solo da chi conosce le regole della musica?”. Mi spiegò per filo e per segno tutta la manfrina riguardante le scale nel jazz modale neanche fossimo a scuola davanti alla lavagna riempita di formule chimiche scritte col gesso. In effetti saperne di più su come nasce una determinata musica è un arricchimento ma l’amore è un’altra cosa. Courtney Barnett va semplicemente ascoltata. Certo, serve almeno una tiepida conoscenza dell’inglese, ma il colpo di fulmine arriva senza bisogno di leggere l’enciclopedia degli accordi di chitarra perché Courtney e la sua musica sono emotive, divertenti, empatiche.

Sarà, il suo, il mio disco del cuore di quest’anno. Mi piacerebbe fosse solo il mio, come fosse una fidanzata; purtroppo so già che le cose non andranno così. Quando vedo Sometimes i sit and think, and sometimes i just sit. (col punto finale) in negozio, vorrei che rimanesse lì, che non lo comprasse nessuno. Un po’ perché mi piace che ci siano dischi belli in negozio ma soprattutto perché dentro di me non penso che in molti siano degni di amare quelle canzoni. Oppure ho semplicemente paura che chi dovesse comprarlo lo possa trovare brutto, cosa che mi farebbe stare male. Nei giorni scorsi alcuni miei clienti (nonché amici) sono andati a Parigi al festival organizzato da Pitchfork; prima di partire, uno di loro mi ha fatto vedere il programma. Quando ho letto il nome di Courtney Barnett ho rosicato senza ritegno. Loro andavano lì per i Beach House, per Thom Yorke, per altre cose. Non era giusto che dovessero vedere prima di me la mia pupilla! Come osavano ferirmi in questo modo, indegni! Dopo un minuto ci siamo accorti di avere letto il programma della versione americana del festival, con mio sommo godimento. Per il momento, posso smettere di rosicare, per quanto c’è sempre quell’articolo di Bordone (che non linkerò neanche sotto tortura) a farmi schiumare di rabbia. Questa storia potrebbe avere un finale altamente simbolico. Qualche anno fa fui ospite a Grosseto di un concerto privato dei Radio Birdman (australiani, guarda un po’!), pagati da un loro fan per suonare al suo compleanno in una stalla di sua proprietà. Bene, quando avrò qualche soldo da buttare, e sempre se non sarà diventata una star di livello mondiale, chiederò a Courtney Barnett di suonare da Nordovest. Promesso.

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