PENSAVO FOSSE AMORE

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Una sera di tantissimi anni fa, mentre tornavo a casa, incontrai Paolo, un ragazzo che abitava non lontano da casa mia. Eravamo davanti al supermercato, avevo con me la cassetta originale di Terremoto. Era pure uscito uno speciale di quattro pagine su TV Sorrisi e Canzoni (a proposito: esiste ancora!) con i testi di alcune canzoni. Sicuramente c’era il testo di Prima guardia, probabilmente quello di Firenze sogna. Paolo era ed è ancora un fan di Piero Pelù ma di quelli all’ultimo stadio. Si fa vivo in negozio esclusivamente per le uscite di Piero e dei Litfiba, non concepisce altra musica. “Ti piacciono i Litfiba? E perché ti piacciono?”. Era come se volesse farmi una specie di battesimo. Non si fidava di me. Questo è un processo psicologico abbastanza comune quando si ama un artista alla follia: si tende a volerlo tutto per sé, a diffidare del prossimo. Paolo voleva sapere se ero degno di quel disco. Io, intimorito: “Mi piace Prima guardia, ha un bel testo, è contro le armi”. Mi diede una pacca sulla spalla. Me l’ero cavata, anche se mi pareva di avergli fatto tenerezza più che altro. Lo imparai a memoria, quel disco. Mi piacevano le moine di Pelù, quella teatralità che si avvertiva anche solo ascoltandolo. Poi mi sembrava un disco intelligente, se lo paragonavo alla musica italiana che avevo ascoltato fino ai sedici anni.

Dovete sapere che non sono stato un appassionato precoce di musica, almeno non di quella alternativa. Fin da bambino sono stato circondato da dischi e cassette ma era tutta roba comprata dai miei; io mi adattavo con grande dedizione. Avevo un mangiadischi giallo dove potevo ascoltare i 45 giri dei successi commerciali che, così a memoria, mi pare comprassimo alla Standa vicino casa. Dentro quell’oggetto un po’ naif finiva di tutto: Duran Duran, Europe, Zucchero, Ricchi e Poveri, Heather Parisi. Di tutto. Due miei amici (entrambi hanno un’etichetta discografica) mi raccontano con orgoglio dei loro ascolti punk e metal risalenti all’età di otto anni ma credo sia un curriculum che non ha alcun valore. Sono sicuro che quegli ascolti, se ripetuti adesso, farebbero loro lo stesso effetto che farebbe a me ascoltare un 45 giri degli Europe: pura nostalgia per un tempo che non tornerà più. La musica che uno ascolta a otto anni non può restare la sua preferita per tutta la vita. Non voglio credere sia una cosa possibile in un individuo sano di mente. Prima o poi, però, arrivano quelle canzoni e quei dischi che fermano il tempo. In questo caso la faccenda si fa più complicata.

Diciamo che, una volta iniziato il liceo, ogni volta che mi innamoravo di un disco o di un gruppo o di un artista, ero convinto che sarebbe stato per sempre. Dopo la fase infantile del mangiadischi, ero passato al mio attuale giradischi, che mi permetteva di apprezzare un album intero, cosa che fino ai dodici anni non concepivo poiché per me la musica significava singole canzoni quindi solamente 45 giri. Ci sono miei clienti che comprano dischi importanti ai figli di cinque anni, senza restare per forza ai miei amici che ascoltavano i Black Flag a otto anni. Insomma, musicalmente parlando, sono un ritardatario, si può dire che la mia ricerca è così lenta e capillare che durerà tutta la vita. A quattordici anni volevo capire i testi, quindi preferivo la musica italiana. Li ho ascoltati tutti, anche a causa dei regali di mio zio che faceva il discografico: Ramazzotti, Vasco, Venditti, De André (che ovviamente non mi piaceva, il discorso si sarebbe rovesciato completamente, e c’è giustizia in tutto ciò), 883, Baccini, e altri più beceri. Quelli che mi piacciono adesso, tipo Piero Ciampi o Rino Gaetano, neanche li conoscevo.

Al liceo, credetti davvero di aver trovato qualcosa di nuovo, di diverso. Prima i Litfiba di Terremoto, poi i Nirvana di Nevermind. In entrambi i casi, credetti nell’amore eterno. Fu Lithium la canzone della svolta. Ero steso sul divano davanti al televisore, d’estate, a Patrica. Tra una puttanata dance e l’altra, che allora non disprezzavo affatto, mi imbattei nel video di questa canzone. Li avevo sentiti nominare per la prima volta in gita scolastica, in autobus, ma non avevo voluto ascoltarli, forse perché mi stava sul cazzo chi me li aveva proposti. Fu l’apparizione di una madonna mai vista né sentita prima. Era quello che avevo sempre cercato nella musica e non avevo mai trovato. Oppure no? Imparai Nevermind a memoria, come Terremoto, e quei due album rappresentarono uno step decisivo per quello che sarebbe arrivato dopo, seguendo la mia vorticosa voglia di musica nuova. Nel frattempo, dal giradischi dei miei, che ho colpevolmente abbandonato per anni prima del recente ritorno di fiamma, ero passato al mangianastri. Tutti avevano i lettori CD, invece io fino al 1997 comprai tantissime cassette originali. Quindi ho tutta la discografia dei Nirvana in cassetta, e quella dei Litfiba fino a Mondi Sommersi. I più attenti di voi avranno già notato un’incongruenza temporale. E’ vero, Nevermind era uscito due anni prima di Terremoto, quindi perché ho scritto che i Nirvana erano arrivati dopo? Semplice, sono uno di quei poveracci che conobbero i Nirvana quando morì Cobain. Ve l’ho detto che arrivo sempre dopo!

Qualche volta, però, arrivare dopo comporta qualche piccolo privilegio. Per esempio, quello di non dover per forza andare dietro all’hype, la quale cosa riduce il rischio di incappare in cantonate che talvolta si prendono per andare appresso agli artisti del momento. Anche se, e questa cosa può confermarla qualsiasi vero appassionato, la vera esaltazione si ha quando si arriva per primi sulla preda, ovvero quando si anticipa la moda. Per questo tipo di intuizione però c’è bisogno di tempo, è qualcosa che va delegato a chi ha esperienza tale da poter capire al volo cosa diventerà importante da lì a qualche mese (o anno). Diciamo che comincio ad avere l’età per non delegare e, soprattutto, ho un lavoro che mi impone certe doti divinatorie. A diciassette anni, invece, non si inventa nulla. Si segue. Anzi, si rincorre. Quindi Nevermind, esaurito in un anno il ruolo di amore eterno, fu semplicemente lo sbocco verso tutto ciò che ascolto adesso. Quell’album fu il vero inizio della mia passione per la musica ma, preso per quello che è, vale pochissimo. Avevo comprato la cassetta originale da Supersonic. Di moltissimi album dei quali ho la cassetta originale ho anche il CD, comprato in seguito, non di Nevermind. Di altri due album dei Nirvana, il primo e l’ultimo, sì, ma non di quello che mi ha cambiato la vita. Il vero amore si misura con il tempo.

Ho scritto un racconto sui R.E.M. definendoli “qualcosa di molto vicino all’amore” proprio per lasciarmi un dubbio fino alla fine della mia esistenza, memore di tante esperienze mie e altrui che hanno sconfessato l’eternità di un sentimento così forte. Posso essere ottimista pensando che ci sono dischi che hanno superato le nozze d’argento con il mio cuore ma che delusione fu Nevermind! Un anno, non di più, neanche fosse una compilation dance di quelle stagionali, delle quali esce ogni quattro mesi un’edizione con canzoni tutte nuove perché gli stessi produttori sanno che dopo un po’ di ascolti quella musica invecchia irrimediabilmente. Che disco banale, prevedibile e subito rivelatore di tutto ciò che contiene! Nella semplicità di Nevermind c’è l’anello di congiunzione tra la musica mainstream e quella underground. Nevermind è la sintesi del perché nel mio negozio, negli stessi scaffali, convivono Antonello Venditti e i Massimo Volume. I Nirvana piacciono a tutti, sono il Partito Democratico dell’american indie, sono rassicuranti pur avendo alle spalle una storia tragica, la più tragica di tutte. I Nirvana li passa la radio quando sto dal barbiere, che un giorno esclamò, quasi scusandosi con un cliente: “Non capisco perché alla radio passano le canzoni di ‘sto drogato di merda, meno male che s’è accis’ ca’ n’ha fatto una lira di danno!”. Eppure il drogato di merda fece la cosa giusta nel momento giusto, riportando il rock indietro di vent’anni, ai tempi in cui era la musica dominante, grazie a un mix di rumore e melodia ruffiano il giusto ma con una dose di spontaneità maledetta che conquistò giovani (che volevano avere anche loro gli idoli che erano spettati ai genitori) e meno giovani, nostalgici di un suono che Madonna e Michael Jackson avevano seppellito, almeno a livello di vendite.

Perché in realtà l’american indie aveva tenuto in vita il rock ma solo per la gioia di pochi eletti, troppo poco furbi per tirarlo a lucido e farlo emergere. Mi si dirà che l’eccessivo successo di Nevermind me lo fa snobbare ma non è così. Credo semplicemente che quel disco, come un po’ tutta la scena grunge, sia invecchiato male, al contrario di album pubblicati in quel periodo storico che hanno mantenuto ancora tutta la loro freschezza. Penso ai primi due dei Pixies, ad Automatic For The People dei R.E.M., a Loveless dei My Bloody Valentine e a tantissimi altri capolavori che, ne ho quasi la certezza, non mi tradiranno mai e nei quali trovo ogni volta le canzoni che mi fanno pensare all’eternità del sentimento più forte che c’è. Quanto a Prima Guardia, l’ultima volta che l’ho ascoltata ero ancora minorenne.

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