UN HOBBY VINTAGE

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Non ho un ricordo preciso di come nacque la cosa, fatto sta che mi ritrovai a fare la radio. Non ho mai neanche capito veramente quanta gente ci ascoltasse ma ero sicuro che, anche ci fosse stata una sola persona dall’altra parte, non avevo nessuna intenzione di fare brutta figura. La formula mi sembrava fantastica: raccontare attraverso le canzoni cinquant’anni di musica pop e rock. I primi dieci anni erano compresi in cinque puntate, poi saremmo andati avanti un anno alla volta. Purtroppo non avremmo mai portato a termine l’opera per problemi legati al passaggio di proprietà della radio ma quel programma era davvero esplosivo. Christian conduceva, io gli facevo da spalla e un ospite sempre diverso interveniva per dire la sua. In The Ghetto durava due ore, tutti i martedì dalle 22 a mezzanotte. Alla fine andavamo da Walter che cucinava apposta per noi e per l’ospite.

Senza nulla togliere agli altri ospiti, gli interventi più gustosi furono quelli di Maurizio Barnaba, giornalista musicale frusinate che la radio tra l’altro l’ha sempre fatta per conto suo e che era quindi abituato ai tempi e ai modi radiofonici. In un mondo perfetto mi piacerebbe avere un programma tutto mio del quale vivere, con un sacco di sponsor e con Maurizio ospite fisso. Mettemmo A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan. Lo avevo invitato apposta. Non volevo fare la figura di quello che vuole avere per forza ragione, quindi sapevo che, nel preciso istante in cui avrei cominciato a idolatrare Dylan in diretta, Maurizio mi avrebbe dileggiato. Così fece: “Ancora con Bob Dylan? Ricordatevi che stiamo sempre parlando di un ladro conclamato che andò a trovare Woody Guthrie in punto di morte e gli fregò tutte le canzoni inedite”. La cosa più bella dei racconti di Maurizio non è la loro veridicità ma il modo in cui li declama. A cena se la prese con Lou Reed, del quale in diretta non parlammo perché la puntata non era riferita a un anno che lo potesse riguardare: “Sì vabbè! Voi ancora credete alla storiella che Lou Reed si drogasse! Quello non si è mai drogato, è come Kerouac che ha scritto On The Road senza mai uscire di casa. Il rock è mitologia, è tutta finzione”. Vi assicuro che, avesse ragione o no, era impossibile dargli torto, per quanto sembrava convinto ed eloquente.

Io e Christian ci dividevamo le canzoni della scaletta. A distanza di anni devo dargli un merito: ogni tanto sceglieva delle canzoni molto sputtanate, per quanto rappresentative dell’anno in questione. Lo faceva perché sapeva che io avrei fatto scelte più azzardate e devo dire che faceva bene. E’ giusto riconoscere alla musica da classifica, soprattutto quella degli anni cinquanta e sessanta, un ruolo fondamentale per la definizione della società occidentale contemporanea. Le due ore volavano, letteralmente. In quel periodo ricordo che c’erano delle giornate particolarmente difficili per me, non ero proprio entusiasta di come stesse filando la mia vita, e aspettavo il martedì sera con grande trepidazione perché sapevo che in quelle due ore non potevo pensare a nient’altro che a quelle canzoni e a ciò che avremmo detto in diretta. Quando la radio passò di proprietà, non pensavo che ci sarebbe stato un seguito. In effetti quel programma sarebbe caduto nel dimenticatoio ma Christian, che nel frattempo era diventato il capo della nuova radio, passando così dall’altra parte dello studio, mi propose un’alternativa.

Questa volta esagerai e, ripensandoci oggi, feci davvero qualcosa di folle. Praticamente mi chiusi in quello studio tutte le domeniche per quattro mesi. La domenica è l’unico giorno in cui non lavoro ed è il giorno in cui prendo la macchina e vado a vedere cosa c’è in giro o vado a pranzo fuori, oppure mi rilasso al bar per vedere le partite, anche se il mio bar preferito adesso non ha più Fox Sports quindi non posso più provare quella bella sensazione di non trovarmi a Frosinone nel momento in cui, alle 17 di ogni domenica, c’è la diretta del campionato inglese, cosa che per anni mi ha fatto sentire in contatto con tutti quelli che, a un’ora di fuso orario da qui, affollano i pub di un’intera nazione per vedere quella stessa partita e per parlare di quegli stessi giocatori e per ascoltare quegli stessi cori, pur filtrati dal mezzo televisivo. Per quattro mesi non vidi mai il sole di domenica. Mi alzavo tardissimo, non mangiavo perché in radio è meglio parlare a stomaco vuoto, preparavo la puntata, arrivavo alle 14 in radio e poi, dalle 15 alle 19, mi sparavo quattro ore di diretta. Le prime due ore ero la spalla di Francesco, un mio amico che la radio l’avrebbe poi continuata a fare, più seriamente, a Roma.

Il format di Volunteers consisteva in due parti distinte. Quella condotta da Francesco era una classica trasmissione musicale. Ospitavamo ogni volta un artista, locale o non, che poteva suonare dal vivo e scegliere la scaletta delle canzoni da trasmettere. Ci vennero a trovare anche Giorgio Canali, Rigo Righetti, Robby Pellati e Jono Manson. Canali fu, come sempre, straordinario per disponibilità a parlare anche di cose scomode con brillantezza e sincerità. Ci raccontò, non ricordo se fuori onda o in diretta, di come lo avesse fatto soffrire vedere, nello splendido live dei C.S.I. La Terra, la guerra, una questione privata, molta gente rimasta fuori dalla chiesa mentre in prima fila era tutto uno sfilare di politici e amici di politici. Parlò anche della tragedia capitata al suo amico Bertrand Cantat, musicista francese che durante una notte terribile in Lituania causò la morte della compagna, la nota attrice Marie Trintignant. Ci parlò di Giovanni Lindo Ferretti. A Giorgio piace sempre parlare bene del loro progetto più bistrattato, quei P.G.R. che, da me per primo, vengono considerati come un passo falso nella straordinaria storia musicale di Ferretti e dei suoi amici. Ammise che però la perfezione di una cosa come In Quiete non sono mai riusciti a replicarla.

Righetti e Pellati sono invece la sezione ritmica dei Rocking Chairs, band emiliana di roots rock che fu al centro di un caso negli anni novanta, quando Luciano Ligabue decise di cambiare il proprio supporting cast. Accadde che il mitico Liga non fosse più soddisfatto del suono troppo quadrato dei Clan Destino, o forse era semplicemente deluso dal fatto che Sopravvissuti e Sopravviventi avesse venduto molto meno del previsto, quindi portò con sé chitarrista, bassista e batterista dei Rocking Chairs, band abituata a un pubblico di nicchia, e li scaraventò sui palchi di tutta Italia dopo avere registrato con loro Buon Compleanno Elvis che, effettivamente, ha un suono molto più caldo ed entusiasmante rispetto ai suoi primi tre album. Se la cavarono alla grande ma, quando bassista e batterista vennero a trovarci in radio, nessuno di loro tre suonava più con Ligabue. Righetti e Pellati avrebbero suonato la domenica sera alla Cantina Mediterraneo davanti a dieci persone. In radio Pellati suonò una cassa di cartone dell’acqua Filette, durante un’imprevista jam con Jono Manson, che invece quella sera avrebbe suonato in un locale, che ora non esiste più, che si chiamava Glie Cannarile. Jono Manson è un musicista e produttore americano di terza fascia tra quelli di area springsteeniana, o buscaderiana che dir si voglia. E’ talmente di nicchia che qualcuno, in quei giorni, mise in giro per la città la voce che fosse un ciociaro che faceva finta di essere americano. Tra l’altro, e questa cosa pare sia vera, è cugino dei fratelli Coen, e pure in radio gli chiedemmo qualcosa riguardo ai suoi più famosi parenti.

La seconda parte di Volunteers la conducevo da solo, tranne qualche duetto con il mio amico Antonio per alcune puntate speciali. Si trattava di due ore monografiche nelle quali eravamo praticamente da soli, io e la musica, la quale cosa rappresenta, per me, un modo meravigliosamente appagante di fare la radio. Praticamente parlavo per due ore da solo, alternandomi a musica scelta da me che “parlava” al posto mio. Virtualmente poteva non esserci nessuno in ascolto. Solo il fonico era obbligato a starmi a sentire. In realtà almeno una persona c’era ad ascoltarmi, in streaming: dopo un anno sarebbe diventata la mia ragazza. L’ultima puntata di Volunteers fu proprio estrema. Sapevo che era l’ultima, quindi non mi regolai. Ospitai i Compoundead, permisi loro di scegliere una scaletta assurda con cose underground per niente radiofoniche, li feci suonare un pezzo dal vivo: venti minuti di rumore indefinito. Recitai pure il padre nostro per dileggiare il clero. Christian, che stava al mare, si incazzò di brutto ma gli passò presto perché sapeva benissimo che del mio programma in fin dei conti non importava a nessuno. Tra l’altro era l’ultima puntata quindi non è che ci fosse ormai molto da fare.

Sono passati sette anni. Tanti, tantissimi. E’ cambiato tutto nella mia vita e in quella di tutte le persone che frequento. Solo Nordovest è rimasto simile a prima, anzi, ora è perfino più vintage con l’aumento dei vinili. Non avrei mai pensato di poter tornare a fare la radio, soprattutto una radio vecchia maniera, non una fai da te come le miriadi che esistono in giro per la rete. Eppure, dopo due anni durante i quali io e un mio amico abbiamo raccontato a tutta Frosinone di avere un programma già pronto, senza peraltro ottenere un’attenzione che andasse al di là di qualche pacca sulla spalla, dal nulla si è materializzato in negozio un musicista/organizzatore di eventi che mi ha chiesto di fare praticamente quello che già facevo nella prima parte di Volunteers, quella insieme a Francesco. Gli ho detto che gli darò una mano a trovare ospiti e argomenti ma solo se mi farà fare il nuovo programma. Con mio sommo sbigottimento si è detto entusiasta della cosa. Ora ci tocca farlo davvero il programma, e c’è pure il rischio che ad ascoltarci ci sia più di una persona. La domenica però, voglio vedere il sole. Ho chiesto lo stesso orario di In The Ghetto, magari evitando l’amatriciana a mezzanotte.

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