A SUD*

2015-08-14 14.42.41

Tra Potenza e Matera, a un certo punto, c’è una stazione di servizio in mezzo al nulla. Lì la statale, che si chiama Basentana, attraversa una parte quasi desertica. Non ci sono le montagne né i boschi ma solo terra ed erbacce. Si sa che la Basilicata cambia continuamente colore ma fu in quel punto preciso che capimmo l’essenza del viaggio. La desolazione trasmessa da quell’immagine era così lontana da ciò che si vede nelle cartoline e nei reportage televisivi, i quali sono sempre più spesso dedicati a questa regione, dopo anni di monopolio salentino. Accostammo la macchina per fare benzina. Dall’altro lato del distributore c’era una macchina. Visto che dietro di noi non c’era nessuno, Lele fece una cosa strana: fatta benzina, piantò lì la macchina e se ne andò. Scesi dalla macchina. Lele era sparito. Lo stereo restò acceso su K-album dei 24 Grana. Lo stavamo suonando da ore. Spalancai lo sportello e alzai il volume per fare in modo che quel disco risuonasse in quel luogo desertico e, lo confesso, per attirare l’attenzione delle persone nell’altra macchina.

“Porta qualche CD visto che i miei li so a memoria”, mi aveva detto il giorno prima, per poi ridermi in faccia una volta visto ciò che avevo portato: New York di Lou ReedAmnesiac dei Radiohead e The Scream di Siouxsie gli fanno schifo. I 24 Grana, invece, ci avevano messo d’accordo per inerzia, dopo la pausa pranzo in autogrill: quella sorta di strana psichedelia neomelodica infettata di dub sembrava fatta apposta per attraversare tutta la Campania in autostrada, e per accompagnare lo scorrere di quei nomi che fanno venire in mente agguerrite squadre di calcio delle serie minori, quelle che venivano a giocare a Frosinone quando la serie A era una chimera neanche lontanamente nominabile: Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera Inferiore. Fino all’autogrill una bella ragazza ci aveva fatto compagnia superandoci e facendosi superare svariate volte con la macchina fino alla naturale separazione dovuta alla nostra fame di mozzarella di bufala. Ogni volta che avveniva il reciproco sorpasso ci guardavamo, e lei sembrava divertita dalla cosa, tanto da meritarsi un elegante lasciapassare a mo’ di inchino. Ovviamente non sapremo mai chi sia e dove sia quella ragazza, anche in tempi come questi dove è impossibile tenere segreto qualcosa. Certo, potrebbe imbattersi in questo mio racconto e riconoscersi, potrebbe contattarmi immediatamente ma le possibilità sono davvero scarse.

Mi è sempre piaciuto guardare che faccia hanno le persone dentro le altre macchine, quelle facce che so già che non rivedrò mai più e che popoleranno i miei sogni per tutta la vita. Questo mi dissero una volta, quando ero giovane: “Il cervello umano non sa inventare un volto dal nulla, quindi gli estranei che incontri in sogno sono persone che hai visto anche solo per un attimo e che il tuo inconscio ha memorizzato”. Quando andavo all’università, a Roma, guardavo le ragazze più belle che incontravo per strada pensando che purtroppo non le avrei più viste. One shot. Fissavo queste creature, incantato, con la consapevolezza che c’è così tanta gente in giro che non conoscerò mai.

Una volta persa la compagnia della misteriosa ragazza, Lele aveva permesso a K-album di monopolizzare lo stereo. Credo che ogni volta che guarderò il Vesuvio canterò a mente ‘E Kose Ka Spakkano, e penserò che Napoli è così vicina e non so perché l’ho sempre snobbata. Più andavamo a sud, più quella musica era perfetta, né troppo allegra né troppo cupa. Semplicemente, scivolava come una birra fresca d’estate. Lele si era fissato con la storia (che gli avevo raccontato) della recensione di un noto critico musicale che, all’uscita dell’album, aveva scritto di “R.E.M. in napoletano” riferendosi alla canzone che ho nominato poco fa. Questa cosa lo esaltava, e la ripeteva anche quando la canzone non era quella giusta. A volte faceva una cosa buffa: metteva in loop anche cinque volte di fila la stessa canzone ma, attenzione, non è questa la particolarità di quello che faceva, quanto il fatto che non la faceva mai finire, quindi il finale della canzone in realtà lo ascoltavamo solo una volta. Arrivava a un punto e decideva di farla ricominciare, come quando a casa noi bambini di una volta recitavamo una poesia a memoria in vista dell’interrogazione del giorno dopo e, ogni volta che sbagliavamo, ricominciavamo da capo. Il risultato di tutto ciò è che quel disco, che peraltro sapevo già a memoria, mi è entrato in testa in modo violento, e lo canticchio tutti i giorni! A forza di sfinirci con le sue note e con le sue parole, K-album aveva conquistato definitivamente il posto dentro l’autoradio, e sarebbe stato la colonna sonora di tutta la vacanza e anche di successive scorribande al sud. I dischi portati da me avrebbero fatto tappezzeria.

Lasciai la macchina aperta per la durata di un’intera canzone. Pensai che le persone nell’altra macchina avrebbero potuto odiarmi, non tanto perché avevo alzato il volume ma, più semplicemente, perché non avrebbero gradito il cantato in napoletano. Diedi un’occhiata al punto ristoro per comprare una birra e per vedere se ci fosse Lele. Niente birra, e niente Lele. Il distributore automatico di bibite non contemplava alcolici. Due persone appartenenti all’altra macchina in sosta stavano facendo la fila per il bagno, dal quale un minuto dopo sarebbe uscito un loro amico, non Lele. Ascoltai la canzone guardando il paesaggio desertico. L’altra macchina ripartì, dopo che uno di loro mi aveva chiesto cosa stavamo ascoltando. I 24 Grana gli erano piaciuti, e quel ragazzo non è di Napoli, non può esserlo per come parla. Lele tornò. “Che ti ha chiesto quello?”. Gli dissi che mi aveva chiesto della canzone. “Piuttosto, ma tu dove cazzo eri finito?”. Era andato a cercare dei fazzoletti nei dintorni dell’area di servizio, peraltro senza trovarli. “Non voglio che le mie mani puzzino di benzina. Ripartimmo in direzione Matera, senza cambiare CD.

Qualche notte fa ho fatto un bel sogno. Guidavo la macchina lungo una strada circondata dagli alberi, in autunno. Ero con una ragazza. Mora, non molto alta ma carina. Mi sbaciucchiava disturbando la mia guida. C’erano tantissime foglie lungo l’asfalto. Era evidentemente un posto lontano da Frosinone, sconosciuto ma non troppo diverso da certe strade di bassa montagna o di collina che normalmente percorro in macchina o in bicicletta. Poteva essere un posto simile a Patrica o a Collepardo. Tra una molestia e l’altra da parte della mia amichetta, ci trovammo davanti un trattore, cosa che mi parve strana perché di solito i trattori si incontrano in zone pianeggianti e palesemente agricole, non in mezzo a un bosco di bassa montagna. All’improvviso la strada mi sembrò terribilmente stretta, e non sapevo se fermarmi o se provare a passare lo stesso schivando il frontale. Ero come paralizzato da quel pericolo ma, proprio mentre stava per succedere qualcosa di brutto, la ragazza al mio fianco toccò il volante e sterzò verso il lato destro della strada. In un attimo ripresi coscienza di ciò che dovevo fare e superai il pericolo, un po’ come accade al personaggio di un racconto di Emidio Clementi che resta fermo con la macchina in mezzo alla strada e riesce a riprendere la guida soltanto dopo aver effettuato una telefonata a una persona che ha il potere di fargli fare qualsiasi cosa. Dopo aver schivato il trattore girammo a destra a un bivio, quindi ci trovammo in un lungo rettilineo il cui lato sinistro non era protetto dagli alberi. Con mio grande stupore, la vallata sottostante comprendeva un magnifico paese con case basse e bellissime, e con tanti vicoli stretti e poco moderni. Non credo di aver mai visto niente di simile. Non a Matera, dove i Sassi rappresentano un paesaggio ancora meno moderno nel quale, tra l’altro, le case sono piuttosto alte. Non in Norvegia o in Olanda, dove non sono mai stato ma dove so che ci sono piccoli paesi con case basse e bellissime ma forse più moderne, queste sì, rispetto a quelle del sogno. A stupirmi era anche il fatto che questo paese dall’aspetto vagamente natalizio fosse situato sotto il livello della strada, e in questo (ma solo in questo) ricordava i Sassi di Matera. Il sogno finiva così.

Una mia amica mi ha detto che il suo professore di latino e greco suggeriva agli studenti di scriversi i sogni subito dopo il risveglio. A me questa cosa non l’ha mai suggerita nessuno, altrimenti potrei raccontare un’affascinante (e talvolta spaventosa) vita parallela alla mia. Al risveglio dal sogno che ho appena raccontato, mi venne in mente subito una cosa: se è vero quello che mi raccontarono quella volta, cioè che il cervello umano non può inventare un volto dal nulla, vale la stessa cosa per i paesaggi? Se è così, in quel paese dall’aspetto vagamente natalizio che sta sotto il livello di una strada rettilinea dove gli alberi stanno solo sul lato destro, io ci vorrei tornare. Insieme a una ragazza carina, non importa se mora o bionda.

*racconto autoreferenziale che vale come ringraziamento a un amico per avermi convinto ad andare a sud tre volte in tre settimane

 

 

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