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Di quel giorno non ricordo molto. Del 14 settembre 2005, intendo. La mattina mi svegliai presto, ero emozionato come poche volte mi è capitato di essere nella mia vita. Da potenziale (e qualche volta reale) autistico quale sono, decisi di avere un approccio alla giornata inaugurale completamente professionale. Il rinfresco si tenne nel locale accanto, dove nel tempo si sarebbero avvicendate tre diverse attività, ma io non misi piede da quella parte per tutta la giornata. Pensai solo a vendere (tanti) dischi in negozio, dove le pareti erano ancora bianche, prive di tutti i quadri, i poster, le foto e i gingilli vari che si sarebbero palesati nel tempo. Franco, venditore di vinili autoproclamatosi Il Duca Bianco, disse subito che le pareti dovevano essere riempite. “Ti porto un po’ di copertine di dischi da appendere”. No grazie. L’ambiente si sarebbe formato nel tempo, sommando esperienze mie e dei clienti, e raccogliendole in immagini e oggetti. L’anno scorso, quando ripulimmo il locale da cima a fondo, togliemmo anche un po’ di locandine e di manifesti, facendo una selezione dei ricordi che meritavano di restare e aprendo nuovi spazi per esperienze future.

Il poster di Elvis sta lì dall’inizio, è un simbolo oltre che un bel poster. Incute rispetto e soggezione. Elvis è l’inizio di tutto. Se non fosse esistito ne avrebbero inventato un altro per permettere a noi occidentali di ballare, di vestirci in un certo modo, di sognare ad occhi aperti, e di innamorarci delle ragazze che ballano, che si vestono in un certo modo (diverso dal nostro, ovviamente) e che sognano ad occhi aperti. C’è una foto incorniciata, alla sinistra del bancone, che ho scattato agli amici che partivano una sera per un concerto. L’ho scattata io, quindi è da escludere che ci sia una qualsiasi intenzione artistica da parte dell’autore, eppure l’immagine del Re dietro i miei amici è straordinaria, emana una luce bianca potentissima che rende tutto il resto minore, grigio, servile. I contorni del poster non si vedono, si fondono con la parete che però è così bianca solo da quella parte. Infatti, attorno agli altri poster (Led Zeppelin, Mudhoney, Smog) la parete appare molto più scura. Se quel poster sta lì dall’inizio, quindi non è legato al passare del tempo, ci sono tante altre cose dentro Nordovest che sono perfettamente utilizzabili per ricordare quello che è successo nella mia vita dal 2005 a oggi. In particolare, la bacheca dietro di me è piena di biglietti, adesivi ed etichette più o meno importanti.

Se è vero che i colori principali di Nordovest sono quelli delle copertine dei dischi e e dei libri, oltre al rosso, al grigio e al nero dell’arredamento, ogni altro oggetto appartiene a un’esperienza legata a me e a questo posto. C’è tanta Cantina Mediterraneo, per esempio. Abbiamo tolto molte locandine l’anno scorso, quelle minori, ma come potevamo rimuovere quelle di Giorgio Canali, o dei Franklin Delano o degli Offlaga? Serate memorabili in anni (diciamo i primi cinque-sei di Nordovest) in cui la musica a Frosinone era una ragione di vita, e non un fastidio, per tanta gente. Poi c’è l’angolo dedicato ai Flor, con una splendida locandina originale e con articoli d’epoca e, soprattutto, con una lettera scritta a penna proveniente da Catania, tutte cose che stanno lì grazie all’aiuto di amici, in questo caso Simone, Fabiano e Corrado. Fabiano può vantare la sua presenza sui muri di Nordovest anche grazie all’esperienza con la sua vecchia band (Chants of Maldoror) con tanto di articolo d’epoca (di Rumore) nel quale erano la band emergente del mese insieme ai Coldplay!

I musicisti di Frosinone e dintorni hanno sempre visto con simpatia questo negozio. Molti di loro non comprano dischi, perché magari spendono tanti soldi per finanziare i propri dischi o per comprare strumenti ed effetti nuovi, il che è del tutto comprensibile. Tra l’altro non è detto che un buon musicista sia anche un esperto di musica altrui. Leggevo una volta un pezzo nel quale si parlava di Peter Buck come di un autentico maniaco del collezionismo discografico. Buck conosce tutti i dischi rock (e non solo) possibili e immaginabili: il suo è quindi un approccio enciclopedico all’arte. In questo modo, la sua musica contiene le citazioni giuste ma non solo: così facendo, è assai difficile che Buck possa sbagliare il suono di un disco, perché sa chi sono i fonici migliori, sa dove sono stati registrati determinati album, sa tutto quello che gli serve. Anche Miles Davis aveva fama di grande conoscitore, in particolare conosceva tutti i musicisti jazz vivi e (più o meno) vegeti, perché gli servivano per interpretare al meglio le sue idee, spesso innovative e radicali. Poi di persona, come accadde con Thelonious Monk, qualche volta capiva di non poter andare d’accordo con un altro genio e l’esperimento falliva. Poi ci sono quelli che non sanno niente o quasi della musica che c’è in giro, e spesso sono artisti sorprendenti. Il loro approccio non è meno serio di quello di chi sa tutto, ma ha dalla propria parte il vantaggio dell’inconsapevolezza, quindi della purezza. Penso a uno come Bombino, uscito fuori dalla povertà del Niger con una musica di rara espressività e, purtroppo, normalizzato dal trattamento americano ricevuto in occasione dell’ultimo album. Per sua fortuna, almeno ha fatto un po’ di soldi, e se li merita tutti.

Per quanto riguarda i musicisti di Frosinone, devo dire che nessuno vive in una catacomba, quindi la tendenza diffusa è quella di ascoltare più musica possibile e, magari, farla propria con gusto, cosa che non sempre riesce. Eppure in questi anni ci siamo divertiti con la musica da Nordovest! Quando accanto c’era il negozio di telefonia, la proprietaria restava un po’ perplessa per il volume troppo alto ma, trattandosi di live pomeridiani, nessuno ha mai potuto dirci niente. Il terrorismo sonoro più potente di tutta questa storia spetta di diritto ai Compoundead che, con la loro musica sperimentale e rumorosa, fecero tremare le pareti anche del locale accanto, causando le proteste della suddetta venditrice di telefoni. Qualche mese fa, invece, mentre suonavano i Flying Vaginas, un oscuro personaggio abbandonò la sua postazione da nullafacente al bar con l’intenzione di chiedere ai ragazzi di suonare un pezzo di Celentano o di Rino Gaetano ma l’intenzione rimase tale. Appena entrato, si girò verso di me per chiedere spiegazioni; così facendo mi permise di prendere tempo e di evitare una scena grottesca. Compresi subito che avrei dovuto sacrificarmi, così iniziò un dialogo di almeno un quarto d’ora all’esterno del negozio che mi fece perdere quattro canzoni. Il tizio mi chiese come mai a noi giovani piacesse una musica così rumorosa e incomprensibile. Dalla polemica musicale passò presto a un atteggiamento più teatrale, iniziando a raccontarmi la sua vita, ed enfatizzando in particolare le sue conoscenze criminali. Insomma, è uno che se la comanda, a quanto pare, e dovrei ringraziarlo se nessuno mi ha mai fatto del male nel mio quartiere. In quei minuti, i Flying Vaginas furono gli inconsapevoli autori della colonna sonora di un gangster movie. Nessuno aveva affrontato con me, direttamente, l’argomento della protezione del locale. Sorridendo gli dissi che io non c’entravo niente con certi discorsi, lui mi fece capire che tanto guadagno così poco da non interessare a nessuno, quindi mi offrì da bere un prosecco. Una bottiglia, non un bicchiere! “Dividilo con tutti i tuoi amici”. Da quel momento non l’ho più visto.

Far suonare i gruppi in negozio significa mettere in conto qualche imprevisto poiché l’evento stravolge la quotidianità di un’attività come la mia. Una volta, al compleanno del negozio, ci saranno state cento persone, organizzai un aperitivo che aveva come pezzo forte due vassoi di deliziosa torta rustica da regalare ai clienti più affezionati che erano venuti a festeggiare in negozio. Un personaggio tipico della città, molto conosciuto ma non un habitué del quartiere, passò qui davanti proprio nel momento della torta rustica. Sarebbe potuto passare in qualsiasi momento, la festa era iniziata ore prima. Avrebbe potuto scroccare una birra, i salatini, qualsiasi cosa. Neanche un cane da tartufo avrebbe fatto di meglio: si presentò, mi diede la mano e mi chiese da quanto tempo avevo aperto. “Nove anni”. Non guardò neanche se vendevo dischi o elettrodomestici. Puntò la torta rustica e, in dieci minuti, ne mangiò una quantità spropositata in faccia a tutti. Senza colpo ferire, se ne andò salutandomi, dopo aver finito di banchettare: “Bravo Marco, bel negozio, continua così!”.

Non so quali imprevisti regalerà la festa per il decennale ma so che non assomiglierà all’inaugurazione. Io, quel giorno, ero solo il padrone di casa di un luogo nuovo per tutti. Dopo dieci anni, Nordovest è la casa di chi ha deciso di passarci una parte di questi anni anche solo per respirare un’aria meno provinciale, per avvicinarsi a mondi lontani da questa strada che però certi dischi rendono magicamente più vicini. La nostra America sarà sempre un’illusione perché non sarà mai un poster di Elvis né un disco di Bill Callahan (che nel 2005 ancora si faceva chiamare Smog) a cambiare concretamente le nostre abitudini ma io voglio sperare che nel mio negozio certe atmosfere vengano perlomeno evocate. Per quanto mi riguarda, Nordovest è il negozio di dischi che avrei sempre voluto frequentare, e detta così è una frase che si accartoccia su se stessa. E’ ovvio, visto che sono io a gestirlo, che l’approccio alla musica e alla socialità che c’è qui dentro mi piace ma il discorso non è così banale come sembra. Non ho deciso io a tavolino chi avrebbe frequentato questo posto, non potevo sapere chi sarebbero stati i migliori clienti. Dopo poche settimane di attività feci stampare i bigliettini personalizzati di Nordovest per duecento persone. Alla fine tante di loro, che mi aspettavo di vedere spesso qui dentro, non hanno neanche ricevuto quel bigliettino mentre gente che non conoscevo si è rivelata straordinariamente in sintonia con la mia mentalità e con il percorso che questo negozio ha intrapreso dal 2005 a oggi. Sabato sarà una giornata dedicata a tutti quelli che qui dentro si sono emozionati almeno una volta, a quelli che hanno conosciuto canzoni che accompagneranno per sempre le proprie giornate, a quelli che (perché no?) hanno conosciuto nuovi amici o che, molto semplicemente, hanno scelto questo posto per stare meglio di come si sta a casa o in giro per la città. Più di qualcuno, anche gente di cui mi fido ciecamente, sostiene che non si può fare lo stesso lavoro per più di dieci anni perché c’è il rischio di chiudersi in se stessi e di non imparare niente di nuovo. Nessuno di loro mi ha ancora convinto, perché le cose nuove le imparo anche da quelli che fanno altro nella vita, quando vengono a raccontarle da Nordovest, con i dischi più belli del mondo in sottofondo.

 

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