VIA DON MINZONI 25

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Una sera di qualche anno fa ero a tavola con alcuni giornalisti musicali, ospiti in città di un amico che faceva lo stesso lavoro nella stessa rivista. Uno di loro, un vero protagonista della critica musicale italiana che, per intenderci, scriveva dei Sonic Youth quando in Italia erano sconosciuti, mi disse che era molto curioso di passare da Nordovest. Da parte mia, ero invece interessato a capire quanti dischi interessanti un collezionista accanito come lui avrebbe trovato nel momento in cui si fosse presentato da queste parti. Il tizio, che è indubbiamente autorevole nel suo campo ma del quale credo pochi conoscano il volto, a parte amici, parenti e colleghi di lavoro, mi ammonì con una frase sorprendente: “Marco, però mi raccomando, niente foto”. Certo, avevo proprio pensato di fare un poster gigante con me e lui insieme e di appenderlo dietro al bancone!

Questo incipit si è materializzato nella mia mente nel momento in cui mi sono accorto di non avere foto con nessun ospite illustre che sia passato in negozio. Perlomeno, nessuna foto scattata qui dentro. Non ho mai sentito questa necessità di conservare il momento, cercando piuttosto di godermelo per poi averne un ricordo sfumato. Eppure devo ammettere di essere molto dubbioso su quale sia l’approccio più corretto ai ricordi. Ricordo vagamente un film, visto tanti anni fa, nel quale un tizio fotografa lo stesso angolo di strada, ogni giorno alla stessa ora. Avrei potuto farlo anche qui davanti, sarebbe stato fantastico tenere in archivio dieci anni fissati da un punto di vista privilegiato, il mio: dal mio posto di lavoro, sedentario e per di più sotto casa mia, osservo un microcosmo dinamico e sfuggente che, se fotografato regolarmente, risulterebbe più leggibile. E’ capitato che accadessero rapine all’ufficio postale senza che me ne accorgessi, ma non è tanto l’evento straordinario a caratterizzare questo posto quanto il ripetersi dei gesti quotidiani.

Dopo anni magari sparisce dal panorama una macchina che sarebbe entrata in ogni fotografia, per esempio quella blu del proprietario del bar che c’era prima qui accanto. Le attività commerciali accendono e spengono la strada. Prima qui davanti c’era un negozio cinese di abbigliamento e capitava di vedere tante ragazze che entravano lì dentro. Ora c’è il magazzino della ferramenta, quindi nelle fotografie entrerebbero meno ragazze. Poi ci sono i miei clienti, ovviamente. Quelli che fumano, e che quindi passano più tempo qui davanti, entrerebbero più spesso nelle foto. Dieci anni si tradurrebbero in quasi quattromila foto, ed è quello l’album fotografico che rimpiango di non avere mai cominciato. Di fotografare gli ospiti in posa, come nelle foto appese sulle pareti delle trattorie di tutta Italia, non mi frega nulla. E’ il cambiamento logorante della quotidianità ad affascinarmi.

Il vero dubbio sta nell’orario delle foto. Avrei dovuto sceglierlo con cura. Nel primo pomeriggio spesso ci sono solo macchine che passano, oltre a un paio di soggetti che non fanno altro che passeggiare lungo questa strada tutto il giorno. La mattina ci sono i ragazzi che vanno a studiare in biblioteca, e quelli che ci vanno adesso dieci anni fa erano più o meno bambini. Eugenio, per esempio, ai miei occhi ha sempre la stessa faccia ma la verità è che, quando ho aperto Nordovest, aveva tredici anni. Se confrontassi una sua foto del 2005 con una di oggi la prospettiva cambierebbe del tutto. I pendolari invece li vedo passare al ritorno perché, quando apro, loro sono già a Roma. Alcuni parcheggiano la macchina qui vicino, altri tornano a casa a piedi. Molti sono miei clienti. Ricordo che, quando andavo all’università, mi fermavo spesso nei negozi di dischi vicino a Termini. Nordovest non è un’eccezione: le stazioni sono luoghi di passaggio per definizione, e sono anche luoghi di attesa. A Roma c’era un negozio di dischi proprio sotto la stazione, e ce n’erano nei dintorni: Discoteca Laziale, per esempio, esiste ancora, anzi è pure migliorato rispetto agli anni novanta. Oggi ha tanti vinili, cosa che all’epoca non faceva parte del loro business plan.

Millerecords invece stava in una stradina, sempre da quelle parti, ed era un posto molto vintage, pure troppo. Dava l’idea di avere perso un po’ il passo, anche se in realtà negli anni settanta e ottanta era stato un negozio di culto per gli amanti del rock internazionale. Infatti aveva molte rimanenze, soprattutto in vinile ma io, che all’epoca compravo solo CD, approfittavo della presenza di tanti titoli indie degli anni ottanta in CD. Roba tipo Thin White Rope, Wall of Voodoo, X, Dream Syndicate. Una volta comprai da loro Epica Etica Etnica Pathos dei CCCP e, tornato a casa, rimasi sconvolto: la confezione era sigillata ma il CD che c’era dentro era un album reggae di non ricordo quale artista giamaicano. Me lo avrebbero rimborsato in seguito ma mi è sempre rimasto il punto di domanda sul perché ci fosse quel CD in quella confezione. Da negoziante, peraltro, mi è accaduto di peggio: in un CD di Lisa Germano, con tanto di serigrafia esatta, c’era un altro album di Lisa Germano!

Qualche volta, sempre in quegli anni, accompagnavo un amico a Cassino, dove lui studiava, e anche lì c’era da comprare a volontà. Il negozio, anche in quel caso, era vicino alla stazione. La cosa più attraente di quel posto era la possibilità di ascoltare i CD perché di ogni titolo avevano una copia aperta. Una mattina bocciai i Motorpsycho al primo ascolto di Lobotomizer e ripiegai sull’edizione limitata di Washing Machine dei Sonic Youth, quella con un CD in più. C’era una canzone che ascoltavo tutti i giorni e che mettevo in ogni cassettina per la macchina che preparavo, sia per me che per gli amici, nonché per le ragazze che mi piacevano: The Diamond Sea, insieme a Kotton Krown l’unica vera ballad dei Sonic Youth, ovviamente rispettosa in pieno del loro stile, quindi piena di pathos ma perfettamente in linea con la loro idea radicalmente alternativa di musica rock. Mi sono accorto qualche mese fa di quanto avessi stressato gli amici con quella canzone. Da anni per me è solo una bella canzone, niente di più, quindi sono rimasto un po’ così quando il proprietario di un locale di Frosinone l’ha messa in loop convinto di farmi chissà quale regalo. Gesto gradito, ci mancherebbe, ma così anacronistico! Quel negozio a Cassino non esiste più. Se fossi uno studente di Cassino ogni tanto prenderei il treno per fare un giro da Nordovest, sperando di trovare nei solchi di un vinile una canzone per stressare tutti gli amici o una da dedicare alla persona amata.

Certo non passerei da Nordovest con l’idea di incontrare un critico musicale per farmi una foto con lui. Di qualche ospite importante però ho un bel ricordo. Max Collini, per esempio, si impossessò del mio computer per rispondere a una settimana di mail arretrate, visto che gli Offlaga erano in tour. Fece anche un giro per il quartiere, tra edicola e bar, dove si imbattè anche in qualche personaggio tipico del luogo. Anche con i suoi “soci”, Daniele e il povero Enrico, mi trovai benissimo. Giorgio Canali invece irruppe alla vigilia di Natale, che è il giorno di lavoro più intenso dell’anno. Arrivò in ritardo rispetto all’orario previsto, ma in tempo per un ricco brindisi. Una forza della natura, il chitarrista dei C.S.I., ormai consolidato leader di una formazione tutta sua. Sempre con la battuta in canna, si vede subito che gli piace andare in giro a suonare per conoscere le persone; raro caso di artista che sembra più a suo agio sotto il palco piuttosto che sopra. Una sera lo portammo da Walter, che è una persona ma che per tutti è anche il nome del locale di questa persona, visto che il vero nome del locale non lo sa nessuno: dopo cinque minuti Giorgino (come lo chiama Ferretti) stava già giocando con gli accaniti habitué del tavolo in fondo, quello appunto dedicato alle carte. Beatrice Antolini la portammo a pranzo a Ceccano il giorno dopo un suo concerto in Cantina, e si dimostrò persona gentile e per nulla montata. Cesare Basile è un vero signore e ha sempre qualcosa di intelligente da dire. The Niro si fece notare per l’acquisto del vinile del primo album dei Velvet Underground.

Io ho un archivio dei clienti dovuto al fatto che ogni venti acquisti devo regalare un disco a scelta ed è bello leggere certi nomi, sapendo peraltro che nessuno di loro può passare spesso a Frosinone e quindi è praticamente impossibile che possano arrivare a venti acquisti. Unica eccezione: Cisco. Entrò la prima volta in negozio mentre c’era un po’ di confusione. Lo riconobbi subito ma, ovviamente, non credevo possibile che fosse lui. Cosa ci faceva a Frosinone? Lo trattai come se fosse un cliente normale, e forse avrò pure fatto una figuraccia ma la sera stessa dissi a mia sorella che era passato Cisco in negozio. Lei è una fan. Io no. Sarebbe tornato molte volte per motivi personali e il mio archivio dice 33 (dischi comprati). Persona superiore alla sua musica, Stefano Bellotti in arte Cisco. Davvero un privilegio aver chiacchierato tante volte con lui. Mi ha sempre fatto sorridere la sua tipica frase “mi manca la nebbia” perché si capisce che parla seriamente.

Tutto sommato sarebbe stato anche carino fotografare Cisco con il vinile degli Wilco o The Niro con quello dei Velvet Underground ma è davvero da questi particolari che si giudica l’autorevolezza di un negozio di dischi? Se quel vinile, con la banana di Andy Warhol in copertina, lo avesse comprato un impiegato delle poste non staremmo parlando ugualmente del più affascinante capolavoro della storia del rock? Chi fa musica non è detto che sia anche un ascoltatore autorevole. Probabilmente il critico musicale descritto nell’incipit potrebbe certificare che questo è un negozio dove si trovano dischi di grande qualità, come potrebbe uscire schifato dopo un minuto perché vendo anche i vinili di Mario Biondi. In ogni caso, dovrei tenere il cellulare nel cassetto. Davvero non sapevate che è vietato fotografare l’autorevolezza?

 

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