EFFETTI COLLATERALI

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In questi dieci anni sono accadute spesso cose che c’entravano poco o niente con la vendita dei dischi. Se però festeggiare il compleanno di un’amica aprendo il negozio all’una di notte, perché ci avevano cacciato dal locale dove la festa era stata acchittata, deve obbligatoriamente essere catalogata come cosa senza nessun legame con il mio lavoro, ci sono state anche delle esperienze che con la musica c’entravano e che in qualche modo hanno attirato l’attenzione di qualcuno verso questo negozio. Musicletter, per esempio. La webzine di Luca D’Ambrosio è coetanea di Nordovest.

Ci presentò Franco Bianchi, leggendario gestore della Cantina Mediterraneo che portò a Frosinone (gratis) artisti che adesso il popolo indie ciociaro va a vedere a Roma pagando fior di biglietto. Senza fare liste noiose e stucchevoli, mi limito a ricordare un concerto de Le luci della centrale elettrica al quale assistemmo in dieci, un altro di Paolo Benvegnù al quale molti amici indie preferirono la serata al Crazy Bull dove c’era il gioco di cultura generale al termine del quale vincevi una bandana o un portachiavi dopo aver bevuto quattro o cinque birre a cinque euro l’una, e uno degli Zen Circus dove non ricordo neanche se c’ero, e se c’ero stavo pensando a una ragazza a caso, seduto sul trespolo con in mano una birra di dubbia qualità.

Io e Luca andammo subito d’accordo. Il direttore è una persona spigolosa, ama la discussione, è proprio un cultore della dialettica. Miracolosamente, in dieci anni abbiamo litigato una sola volta perché io gli dissi che era stata una caduta di stile mettere il banner di Amazon sul sito quando io, che di Amazon sono una vittima quotidiana, ero stato per anni una colonna di Musicletter, facendo il correttore di bozze, scrivendo recensioni, e curando una rubrica che mescolava l’amore per il rock con quello ancora più terrestre per il vino rosso. Dopo un violentissimo scambio di messaggi ci stufammo di litigare. Musicletter è ancora in gran forma, anche se il mio apporto è scemato fino ad essere praticamente nullo. I primi anni dedicai molto tempo al progetto, andai anche a Faenza al Meeting delle Etichette Indipendenti insieme a Luca e ad altri redattori. Ero accreditato: una cosa seria!

Sono contento che Nordovest e Musicletter siano ancora in vita. Fin dall’inizio dissi a Luca che la qualità della scrittura e l’attendibilità delle informazioni che davamo a chi ci leggeva (ed era già all’inizio tanta gente perché il capo si fa da sempre il culo per pubblicizzare la webzine) dovevano essere di alto livello perché, anche se una webzine è gratis, alle persone non puoi rubare il tempo che è una cosa di inestimabile valore. Devo dire che, pur avendo perso il fascino naif dei primi anni, adesso è un sito che sta sempre sul pezzo e che accontenta le esigenze di tutto il pubblico indie. Però quante emozioni in quei primi anni! Potevamo scrivere senza vincoli di amicizia o pressioni di alcun tipo. I dischi brutti non ce li filavamo per niente! Quello a cui tenevamo veramente era che le recensioni e le interviste fossero scritte bene. Sembra una sciocchezza, ma l’italiano non è così rispettato nella comunicazione online. Ormai scrivono tutti, e da una parte è un bene. C’è la possibilità di avere tante informazioni sulle uscite discografiche e sui concerti. Però scrivere con le virgole messe bene e tutto il resto, cosa che dovrebbe essere normale, è diventato un segno distintivo.

Allora mi scatenavo in mail velenose ogni volta che trovavo nei pezzi i soliti errori commessi dai collaboratori, alcuni dei quali adesso scrivono su riviste che costano 6 euro a numero. Tutte quelle mail doveva sopportarle il capo, che prontamente correggeva tutto senza riferire agli altri le madonne che tiravo loro appresso. Il risultato finale però era apprezzabile, ed era fantastico vedere quanta gente (anche importante) della scena musicale ci seguisse, e quante firme autorevoli partecipavano al referendum di fine anno sui dischi migliori. Dopo anni nei quali avevo sempre e soltanto scritto, o corretto pezzi altrui, decisi di rovesciare del tutto il mio approccio alla comunicazione, aprendo un blog sul nuovo Musicletter nel quale non scrivevo praticamente più nulla, limitandomi a mettere filmati di canzoni che rappresentassero il mio modo di intendere la musica. Quindi le canzoni cominciarono a parlare al posto mio, e non ero più io a parlare di loro.

Nordovest Amarcord è invece la sintesi delle due cose, è un ritorno alla scrittura senza perdere il riferimento musicale diretto. Più o meno, leggere questi pezzi e ascoltare la canzone che li accompagna sono due esperienze che richiedono lo stesso tempo. Non sono due esperienze perfettamente sovrapponibili, anche perché non sono ancora arrivato a certi livelli di pazzia, però l’idea di fondo è quella di incitare chi sta davanti al computer a perdere un po’ di tempo in più rispetto a quello richiesto solitamente da Facebook o da internet in generale.

Detto che di Musicletter giravano all’inizio anche copie cartacee, ma troppo poche per considerarla più di una webzine, fu invece più aggressivo il progetto che con amici di Frosinone organizzammo nel 2006 con pochissimi mezzi ma, anche in questo caso, con risultati sorprendenti. Il Cartaceo usciva in cento copie, ed era una fanzine di sedici pagine, con la copertina a colori e contentuti dissacranti e urticanti. In sette mesi pubblicammo quattro numeri, distribuendoli dove capitava, a caso, cercando di farlo leggere a persone sconosciute, tanto per noi amici c’era la copia da leggere da Nordovest, che era anche il punto di raccolta dei fondi che ci servivano per la stampa. A rileggerlo adesso, si nota soprattutto un fervore politico che adesso non sento più.

Parlo per me, certo, ma in generale non credo che adesso le stesse persone rifarebbero una fanzine così schierata e, soprattutto, così attenta a cose di interesse comune. Mi sembra che adesso, sia in questo negozio che nei locali che frequento, non parliamo più di Vaticano, di politica, di scioperi e di realtà sociali locali e non. Sul Cartaceo c’erano anche racconti “neutrali”, c’era chi scriveva di musica o di cinema, e c’era pure una rubrica sui ristoranti, quindi la lettura non era mai monolitica, però di fondo c’era sempre uno spirito antagonista purtroppo irripetibile in questo momento storico in cui andiamo avanti a colpi di selfie. Ricordo quando portai alcune copie all’esterno del palazzetto dello sport, al Casaleno, e una finì in mano a un imprenditore di destra che a quel tempo si occupava di comunicazione. Dopo un’occhiata istantanea, mi guardò subito male: “Siete un po’ troppo schierati”. La cosa più importante era proprio quella: anche chi scriveva cose neutrali, diciamo apolitiche, accettava di far parte di un progetto che cercava di fare a pezzi i luoghi comuni e i finti miti frusinati ma anche di raccontare esperienze vissute fuori dal nostro orticello. Era scritto bene il Cartaceo, e aveva tanta personalità. Si faceva rispettare, incuteva perfino un po’ di timore. Peccato sia finito ma fu una delle cose più stimolanti accadute da Nordovest parallelamente al mio lavoro vero e proprio.

Poi ci sarebbero le feste, i dischi presentati con dei concerti veri e propri tra queste quattro mura, le nuove amicizie, perfino qualche flirt con le clienti. Insomma, in dieci anni certamente non mi sono annoiato, ho sempre avuto qualcosa da fare. Non so neanche se sia stato giusto approcciare in un certo modo, fin dall’inizio, quello che dovrebbe essere semplicemente un mezzo per guadagnarmi da vivere. Il tempo trascorso qui dentro dovrebbe essere dedicato interamente allo studio della musica che vendo o è giusto dare confidenza ai miei clienti e cazzeggiare di conseguenza, con il rischio di non poter rispondere alla domanda “Com’è questo disco?”. Meglio la gentilezza e i buoni rapporti o la competenza rigorosa di chi conosce tutta la musica che vende? Il rischio che ho corso, fin dal primo anno, è quello di far somigliare Nordovest a una bettola, e non ho ancora capito se il cliente preferisce che gli offra un bicchiere di prosecco oppure una consulenza impeccabile e un po’ nerd su tutte le nuove uscite discografiche. Come in ogni cosa della vita, probabilmente la risposta giusta sta in un compromesso che forse sono riuscito a trovare.

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