OUR BAND COULD BE YOUR LIFE

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Da qualche giorno in negozio c’è un poster dei R.E.M. attaccato a una parete. E’ dei tempi di Monster, ritrae i quattro di Athens mentre ritirano un premio di MTV vinto grazie al folgorante video di What’s The Frequency, Kenneth?, prima traccia di un album sottovalutato e che invece io ho sempre amato molto per la sua urgenza, e per il suo essere così diverso da tutti gli altri pubblicati dalla mia band del cuore. Un mostro, appunto, con tutte quelle chitarre distorte e con quel pessimismo ancora più marcato rispetto al già cupissimo Automatic for the People.

Come tanti in Italia, avevo scoperto i R.E.M. ai tempi di Out of Time; in particolare, adoravo la hit Losing My Religion, che ascoltata adesso non mi fa nessun effetto ma che all’epoca imparai subito a memoria. Dissi a me stesso che si trattava di un gruppo one shot, il cui successo era legato a quella canzone. Ignoravo, ma ero solo uno stupido ragazzino che non guardava oltre il proprio naso, che i R.E.M. fossero già una band di culto in America da quasi dieci anni (!) e che ci fosse almeno una città in Italia dove erano davvero famosi. Leggenda vuole che a Catania Green, l’album precedente, avesse venduto quanto in tutta l’Europa messa insieme, per uno di quei misteriosi passaparola che talvolta accadono, un po’ come quello che rese Sixto Rodriguez una star in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, a sua totale insaputa. A Catania c’era Francesco Virlinzi, e non si sa se fosse partito da lui quel passaparola ma immagino di sì. Virlinzi era un discografico; la sua etichetta si chiamava Cyclope ed ebbe il merito di pubblicare alcuni dei più bei dischi italiani degli anni novanta. Una menzione la meritano Da Dentro dei brindisini Lula, i primi tre album dei clamorosi Flor di Marcello Cunsolo, il primo disco di una giovanissima e ruspante Carmen Consoli e un bellissimo tributo a Franco Battiato nel quale gente come C.S.I., La Crus, Disciplinatha e Yo Yo Mundi si superò con una cover più riuscita dell’altra. Virlinzi diventò amico dei R.E.M. e Peter Buck suonò anche con i Flor, che allora si chiamavano Flor de Mal. La storia del nome è per me fonte di riciclato dolore. Ogni volta che qualcuno guarda la parete di Nordovest dedicata a loro, inevitabilmente nomina i Fleurs du Mal, mediocre band romana che fece cambiare nome ai catanesi a causa di un’evidente quanto ininfluente affinità. Poco male, in definitiva. Flor de Mal o Flor, sempre musica di altissimo livello è!

Quindi a Catania i R.E.M. erano famosi quando io non li avevo mai sentiti nominare. Per fortuna non mi accontentai di quell’ormai insignificante singolo, e comprai Murmur alla Standa, a due passi da casa. Ci sono tornato di recente, in quell’edificio, a fare shopping. Mi guardavo intorno e pensavo che non c’era più la scala mobile e che non c’erano più i dischi. Ora è un negozio di abbigliamento senza arte né parte. Lì comprai il primo album dei R.E.M. e mi accorsi dell’errore. Non erano una one shot band, anzi. Quanta meraviglia c’è in Murmur! Mi rimaneva il dubbio che Losing My Religion fosse l’approdo commerciale quindi la fine artistica di un progetto. Possibile che avessi scoperto una bellezza agonizzante? Niente di più sbagliato. Automatic for the People, pure questo comprato alla Standa, avrebbe cambiato per sempre il mio approccio alle lacrime. Da bambino piangi per qualsiasi cosa, per una sconfitta della Juve, per un regalo negato, per un brutto voto a scuola. Da grande piangi per amore, e per la morte di chi ami. Credo che i R.E.M. pensassero a questo, quando decisero di mettere in sequenza, alla fine dell’album, le due canzoni più struggenti della loro intera esperienza artistica: Nightswimming Find The River non fanno prigionieri, una dietro l’altra spezzano il mio cuore senza soluzione di continuità dalla prima volta in cui misi la cassetta originale nel mangianastri. Insieme a Wowee Zowee dei PavementAutomatic for the People è l’unico album che possiedo in tutti e tre i formati originali: cassetta, CD e vinile.

Quando uscì Monster, il primo della mia classe a comprarlo fu Marco, un amico che aveva cominciato da Out of Time, come tutti noi, ma che si sarebbe fermato al “Mostro”, irritato dalle chitarre troppo rumorose. Per me invece fu una manna dal cielo. I R.E.M. ebbero una svolta underground nel momento in cui ne avevo bisogno. Avevo diciassette anni e mi ero già stufato delle moscerie tipo Losing My Religion. A quell’età volevo ascoltare cose rumorose e Monster era musica per le mie orecchie. In televisione, anche in programmi generalisti, passava quel video accecante, asimmetrico, con protagonista un Michael Stipe inquieto e scattante. Imparai col tempo che quell’album era dedicato a River Phoenix e che una delle canzoni, Let Me In, omaggiava Kurt Cobain. In quegli anni i R.E.M. erano ossessionati dalla morte: un tabù esorcizzato nelle canzoni, mai prive del guizzo melodico ma, allo stesso tempo, pervase da un pessimismo del tutto adatto ai tempi. In particolare, Cobain conteneva nella sua persona gli ultimi fuochi sacri del rock and roll; aveva la dannazione delle rockstar di un tempo e questa cosa, per i R.E.M., di certo più sobri in quanto a stile di vita, era qualcosa da cantare e da imprimere nella loro storia artistica.

Imparare a memoria i loro dischi del periodo indie fu per me una conseguenza inevitabile. Mi ha sempre colpito la normalità di Stipe, il suo essere provinciale in senso buono, il suo tenersi lontano dalle ridondanze tipiche delle rockstar. In questi dieci anni di Nordovest ho imparato che le nuovissime generazioni hanno assorbito, dai media e dai racconti dei genitori, una mitologia del rock che non comprende i R.E.M., nonostante i loro pezzi passino in radio regolarmente. Non ho mai visto nessuno entrare in negozio con addosso una loro maglietta e credo di sapere il perché: l’immaginario della band è troppo complesso, troppo misterioso. Non hanno un logo aggressivo come gli AC/DC, non sono morti come Jim Morrison o Hendrix, non sono palesemente ribelli come i Clash, e non sono radical chic come i Pink Floyd. Un giorno un mio cliente cinquantenne chiese lumi su Out of Time e un altro cliente gli disse che quell’album dovrebbe stare in ogni casa, come ci sta la lavatrice. Eppure non è il loro disco più bello, e neanche uno dei migliori cinque. Dei R.E.M. potremmo stilare una top 50 delle migliori canzoni lasciando fuori Lotus Losing My Religion, che sono due singoli importantissimi ma, nonostante la loro fama, resteranno per sempre nella memoria collettiva come un gruppo di culto, difficilmente leggibile.

Sempre in negozio, qualche giorno fa, un cliente mi ha detto: “Non ho mai inquadrato i R.E.M. come un vero gruppo”. Era una critica, anche abbastanza puerile, per dire che sono una band minore, ma era anche un complimento involontario. I R.E.M. sono stati quasi sempre sfuggenti e incomprensibili. Nei dieci anni di vita di questo negozio sono usciti i loro ultimi due album, entrambi prescindibili, ma i loro dischi non hanno mai smesso di suonare dentro queste quattro mura. Il mio immaginario è ormai corrotto dalle loro canzoni. Country Feedback, per esempio, lascia dentro di me tutto il rimpianto per il passato e per tutto ciò che non è andato come speravo. Come altre canzoni dei R.E.M., è un inno alle cose memorabili ma incompiute, alla bellezza conosciuta e lasciata andare via.

Non li ho mai visti dal vivo, e per uno come me è una condanna giusta e coerente con tutto il mio vissuto. Vennero a Roma durante il tour di Monster, che era proprio un grande momento per vederli, ma siccome era il mio diciottesimo compleanno decisi di andare in pizzeria con gli amici, tipico comportamento mediocre e fallimentare che spesso mi caratterizza. Eppure, in quel mancato momento di estasi, c’è proprio il significato di Country Feedback, c’è tutta l’incompiutezza del mio mondo provinciale e autoconclusivo. Un mio amico, che era lì quella sera, mi ripete spesso che la cosa più bella del concerto fu l’apertura dei Grant Lee Buffalo, che a me piacciono pure tanto, ma l’ho sempre trovata una frase crudele. E’ come se uno mi fregasse la fidanzata e mi dicesse che comunque c’è di meglio in giro. Quando sarò abbastanza vecchio da poter fare un bilancio della mia vita, quel concerto sarà una delle pochissime esperienze che rimpiangerò di avere saltato, e non sto esagerando. Per fortuna restano i dischi, e quando ci sono certe canzoni nell’aria il mondo sembra più degno di essere abitato.

 

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