IO STO BENE

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La mia vacanza più lunga da quando ho aperto il negozio? Venticinque giorni. In ospedale. Nordovest fu il teatro della mia crisi: era un periodo particolare per me, il centro-sinistra aveva vinto le politiche nel periodo della mia vita in cui mi sono maggiormente occupato di certe cose. Alle primarie, per sostenere Bertinotti, giravano quei bigliettini gialli e rossi con la scritta Voglio ed ero così ottimista e fomentato che, per l’unica volta in dieci anni, feci dichiarazione esplicita di voto attraverso il negozio, che aveva quei bigliettini in bella mostra. Nei giorni precedenti si era sparsa un’insana convinzione collettiva riguardo alla vittoria del segretario di Rifondazione, che invece avrebbe raccolto un risultato utile soltanto a fargli occupare più avanti una poltronissima in prima fila nel secondo governo Prodi. Ad aprile, sostenendo ovviamente Prodi, avrei vinto per la prima (e per ora ultima) volta nella mia vita le politiche. Mi sentivo un vincente anche nel lavoro, poiché Nordovest andava benissimo: i dischi si vendevano letteralmente da soli, io non avevo neanche la metà della competenza che ho adesso ma c’era davvero fermento attorno alla mia attività, a partire dai musicisti delle band locali che io seguivo in tutti i concerti.

Si parlava apertamente di scena musicale neanche fossimo a Seattle o a Manchester. Furoreggiavano i blog, musicali e non. Le band locali cominciarono a far uscire dischi a ripetizione, si formarono perfino delle piccanti rivalità, tipo quella tra gli Idol Lips e i Betty Ford Center. Forse è stato l’ultimo periodo durante il quale i frusinati hanno riempito i locali esplicitamente per ascoltare la musica. In negozio, il venerdì e il sabato, decine di persone entravano apposta per chiedermi chi avrebbe suonato in giro quella sera. Oggi, onestamente, quel fermento mi sembra si sia trasferito altrove. Magari si fanno più chilometri per vedere i concerti grossi in giro, ma da queste parti la musica indipendente locale pare interessare davvero a poca gente. Quel 2006 aveva tutto per essere frizzante fino alla fine. C’era pure un Frosinone lanciato verso la prima promozione in serie B che, ripensandoci a mente fredda, fu un’impresa entusiasmante almeno quanto quella di quest’anno.

Una sera, però, mi si bloccò la schiena mentre giocavo a calcetto, e nei giorni seguenti mi si bloccò qualcosa anche a livello mentale. Erano gli anni in cui giocavo tantissimo a calcetto, mi serviva per stare in forma ma soprattutto mi piaceva giocare i campionati; mi piaceva proprio la competizione. Stetti un mese fermo a causa del mal di schiena, misi su chili. Ero teso, e cominciai a deprimermi e a vedere fantasmi in giro. Una sera presi la macchina per andare a bere una cosa. Mi piaceva andare a Ceprano, in un pub scozzese, o a Ceccano alla Tana del Clandestino, da solo. Mi portavo un libro, tanto era quasi impossibile incontrare qualcuno che conoscevo, specialmente in mezzo alla settimana. Mi sparavo tre o quattro spine e me ne tornavo a casa in santa pace. Non quella sera. Dopo due chilometri tornai indietro, parcheggiai nel vialetto di casa e rientrai. Dissi a mamma che non avevo più voglia di fare niente. Se non avessi avuto un negozio da aprire ogni mattina, probabilmente la mia vita avrebbe preso una brutta piega. Fare bene questo lavoro e ascoltare la musica mi facevano passare l’angoscia per otto ore al giorno ma ne restavano sempre altre sedici.

Mi iscrissi in palestra. Per recuperare la forma fisica e per accontentare quel desiderio di novità che si ha quando le cose vanno male. Soprattutto, per nascondere con lo sforzo fisico i fantasmi ai quali pensavo nel tempo libero. In tutto il santissimo tempo libero. Ci andai due volte a inizio settimana, poi accadde una cosa strana il venerdì in negozio. Erano appena arrivati i dischi. Era una spedizione importante, c’erano i nuovi album di Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers e Carmen Consoli. Quel mese avrei incassato tanto. Mi ricordo anche le persone che c’erano: Daniele, Tiziano e Gianluca. Aprii il pacco ma non prezzai neanche un disco. “Ragazzi, mi dispiace ma devo chiudere il negozio. Non mi reggo in piedi”. Giusto il tempo di mettermi a letto. Avrei camminato di nuovo venticinque giorni dopo.

La cosa davvero buona di quella situazione fu la scomparsa dei fantasmi. In quei giorni dovetti pensare soltanto a guarire, a ritrovare l’uso delle gambe che si erano addormentate a causa di una febbre reumatica. Mi dissero che ci sarebbero voluti due anni per la guarigione completa ma per fortuna si sbagliavano. La malattia mi rimise al mondo. Costretto a pensare alla cosa più terrena che c’è, la salute, mandai a fare in culo le paranoie esistenziali e la voglia di non fare più niente. Un amico ebbe la bontà di portarmi qualche disco da ascoltare in ospedale. Non mi portò Scraps at midnight di Mark Lanegan, che inizia con un allucinato ricordo di un suo ricovero forzato, quella Hospital Roll Call nella quale ripete semplicemente il numero del letto che gli avevano assegnato. Mi portò invece Real Gone di Tom Waits che forse era un po’ troppo alto in quel momento, ma in seguito l’avrei rivalutato assai. Avevo bisogno di leggerezza e di ottimismo quindi ricordo che, tra quei dischi, quello che ascoltavo più volentieri era Underpop dei 24 Grana, una band che ho sempre trovato molto rassicurante nonostante i toni spesso malinconici. Quei venticinque giorni sono stati anche gli ultimi nei quali ho avuto bisogno di mio padre più di quanto ne avesse lui di me, visto che negli anni seguenti è stato lui ad avere problemi di salute che lo hanno reso psicologicamente debole.

Detto ciò, non avevo pensato a qualcuno che potesse tenere aperto Nordovest quindi, una volta uscito, mi precipitai subito in negozio e prezzai quei dischi che avevo lasciato là. La convalescenza prevedeva la sparizione di caffè e alcolici dalla mia esistenza, fino al momento in cui le analisi non avessero permesso il ripristino di quei vizi. Non potevo neanche correre ma un pomeriggio, per non beccare la pioggia in testa, feci istintivamente venti metri di corsa e la cosa mi suonò strana, tanto avevo perso l’abitudine. A settembre ripresi a giocare a pallone e a fare la vita di prima, alcol compreso. Il caffè non l’avrei più preso, a parte qualche eccezione. Mi accorsi presto che riuscivo lo stesso a stare sveglio la mattina. A dicembre licenziai il commercialista di allora perché nella sua parcella aveva contato pure quei venticinque giorni. Non ho mai più messo piede in una palestra, e quando esco la sera non mi porto mai un libro perché è quasi impossibile che non incontri qualcuno che conosco. Il governo Prodi durò poco, e anche il mio fervore per la politica ebbe vita breve. Quanto ai fantasmi, non mi fanno più paura. Preferisco spaventarmi per cose reali tipo l’aumento dell’IVA o la fine di un amore.

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