LA BALLATA DEL MANOVALE

tarantelliri

“Vieni a vedere De Gregori gratis in piazza?”. Me lo chiese uno che solitamente mi propone di andare a vedere gli Stadio, i Nomadi o altre cariatidi di terza scelta. Come se una ragazza che di solito ti chiede di andare al cinema azzardasse un weekend al mare a casa sua con letto matrimoniale a disposizione. “Ok”.

Questo cliente merita di essere descritto. Si chiama Marco ed è una persona umile, un lavoratore vecchia maniera che sa fare qualsiasi cosa a livello manuale. E’ anche un accanito collezionista di gadget legati alla musica e ai fumetti. Da qualche anno compra i dischi da Nordovest. Prima li comprava al negozio che stava in affitto al centro commerciale Le Sorgenti, e c’è un episodio struggente che riguarda la chiusura di quell’attività. Me lo raccontò un giorno, con toni fanciulleschi. Come premessa, dovete sapere che quello era un negozio dove entrava molta gente ogni giorno e dove la scelta degli album era automaticamente gestita dal franchising. Per questi due motivi, chi ci lavorava non poteva perdere troppo tempo dietro al cliente. Era impossibile quindi che le dipendenti potessero familiarizzare troppo (in senso sia positivo che negativo) con chicchessia. Il nostro, però, è uno che non si perde d’animo. Se entra per ordinare un disco canticchiandomi una canzone in modo incomprensibile, ci sono due possibilità: 1) con la mia proverbiale capacità di accroccare le parole chiave su Google risolvo il problema, come accaduto con un pezzo di Bonnie Tyler qualche tempo fa. 2) mi arrendo e restiamo in silenzio, tristi, entrambi.

Ecco, nel secondo caso, non è detto che vada via sconsolato. Semplicemente, inizia a parlare di cose riguardanti il suo lavoro, o del cinquantesimo concerto dei Nomadi visto alla sagra di turno. In sintesi, è uno che ha bisogno di essere ascoltato. Ci crediate o no, io lo faccio sempre, anche se difficilmente riesco a entrare nel discorso, perciò dopo un po’ le sue visite diventano soporiferi monologhi. Anche le ragazze che lavoravano in quel negozio lo ascoltavano, e questo gli bastò per affezionarsi. Dopo i barbieri e i baristi, credo che a noi che vendiamo musica tocchi il testimone di migliori ascoltatori in circolazione. Per fortuna, visto l’orario di lavoro, non ci toccano mai gli ubriaconi.

Arrivò il giorno del compleanno di Marco. Andò in pasticceria e comprò un vassoio di dolci. Voleva condividere un momento di festa con chi stava lavorando nel suo negozio preferito. Trovò le serrande abbassate, il franchising aveva chiuso i battenti. Mi interessai al destino di quei dolci. Li aveva mangiati tutti. Da solo. Non osai fargli la seconda domanda, quella migliore, sul luogo in cui li mangiò. In macchina o seduto su una panchina? Una beffa neorealista, in ogni caso.

I primi tempi da me era sempre teso, forse perché il suo bisogno di farsi ascoltare si scontrava con la mia immagine, che è meno rassicurante di quella delle tre ragazze che andava a trovare nell’altro negozio. Forse aveva problemi suoi, di fatto non ero entusiasta di vederlo. Una volta mi disse che voleva uccidere un vicino di casa, e si lamentava sempre che al lavoro gli capitavano situazioni disastrose. Era minaccioso pur essendo evidentemente una persona generosa. Si sa che i buoni si arrabbiano male e fanno paura. Claudio, che invece deve tenerci a ostentarla la sua bontà d’animo per quanto è fastidiosamente educato, aveva lo stesso piano: De Gregori, gratis, a Tarantelliri, al festival della pizzica e della taranta. In quel periodo ero fidanzato con una ragazza salentina: per spirito di condivisione e per curiosità culturale mi avvicinai a certa musica, e devo dire che ancora oggi non mi dispiace ascoltarla. La pizzica ha un solo, gravissimo difetto, comune al reggae: i ciociari credono misteriosamente che sia la musica popolare della nostra provincia, e se ne sono appropriati indebitamente da qualche anno, con risultati spesso grotteschi. Anziché osservare da lontano, con dovuto rispetto, una cultura ancestrale e (per alcuni aspetti) impressionante, ogni estate il ciociaro si sente improvvisamente tarantato non si sa bene da quale ragno e trasforma le piazze della nostra provincia in una brutta imitazione della regione non regione che è il Salento. A Claudio di tutto ciò non importava nulla. La musica per lui è una ragione di vita, una cosa serissima, e De Gregori è un pezzo di cuore. Dovevo solo spiegargli con chi stavamo andando. Lui, che dimostra sedici anni pure adesso che ne ha ventisei (tanto che l’altro giorno un mio cliente lo ha definito mascotte) è innocente e tenero quanto Marco è minaccioso e imprevedibile: due facce della stessa bontà. Di cosa avremmo parlato durante la serata? Non era il caso di escludere Marco parlando di cinema ungherese o di indie rock australiano. Nei giorni precedenti al concerto, il mio amico Lorenzo si era fissato con un immaginario alla Twin Peaks o alla Velluto Blu. Andava dicendo che prima di arrivare a Castelliri, l’orco avrebbe fermato la macchina in un bosco, mi avrebbe tramortito con il cric e avrebbe abusato del tenero Claudio. Il tutto con l’autoradio accesa su un disco degli Stadio.

Quella che per me era una normale serata estiva da passare lontano dalla mia ragazza, aveva invece il sapore dell’evento soprattutto per Marco. L’argomento di conversazione mi venne in mente una volta arrivati in piazza: potete immaginare la quantità inusitata di gnocca presente, e i pochi centimetri di stoffa che ogni ragazza portava addosso in quell’agosto, come d’altronde in tutti i mesi d’agosto di ogni tempo. “Guarda quella, guarda quell’altra!”. Il tutto tracannando una birra dietro l’altra, e devo dire che Marco me ne offrì non so quante. Il concerto fu un pretesto tranne che per Claudio, attentissimo e giustamente emozionato. La cosa che invece colpì Marco fu il fatto che la ragazza che suonava la viola è una mia cliente. Andammo nel backstage a salutarla (quando ovviamente De Gregori era già fuggito dalla porta di servizio) e lui era contento come se stesse parlando con una rockstar, laddove credo che fosse proprio Lucia la più emozionata nel ricevere tutti quei complimenti.

Il viaggio di ritorno fu grandioso: sulla superstrada, ubriachi, ascoltammo musica a volume indegno. Marco mi chiese di scegliere tra Nomadi, Stadio e Vasco Rossi. Non ebbi il minimo dubbio. “Ogni uomo ha un segreto inconfessabile”. Diceva qualcosa di simile Toni Servillo ne Le Conseguenze dell’amore. Il mio, finora conosciuto solo dai due compagni di viaggio di quella sera, è presto detto: cantai Vasco Rossi in macchina. Oddio, in verità credo di avere solo urlato qualche “eeeehhhh” e qualche “ooooooohhhhh” ma sono sicuro, a un certo punto, di avere chiesto a un gongolante Marco di alzare a palla il volume. Non c’è stato un seguito a quella serata. Non sono più andato a un concerto con Marco; purtroppo mi propone sempre cose che vanno oltre la mia sopportazione, però ultimamente lo vedo più sereno. Non sbrocca più contro i vicini di casa, non entra in negozio smadonnando contro il datore di lavoro. Si è anche proposto di costruirmi un contenitore in legno per i vinili, e sono certo che lo farà e che gli riuscirà bene. Ogni tanto mi incontra in giro, di notte, ed è sempre più sobrio di me. Poi il giorno dopo passa a trovarmi e mi sfotte: “Stavi cotto ieri, eh?”. Quanto a Claudio, è un fan di questo blog e compra un sacco di dischi da Nordovest. Mi piace pensare che quella notte, di ritorno da Castelliri, abbia tirato fuori le cuffiette per non sentire Vasco Rossi. Più realisticamente, credo si sia fatto grasse risate alle nostre spalle.

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