PERSI PER STRADA

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In questi dieci anni ne ho visti sparire di clienti, più o meno rimpianti. Del sorcino che va a messa già sapete. Un altro tizio, un signore di mezza età, un pomeriggio mi tenne un’ora a cercare un pezzo country che gli piacesse. Così, random, ascoltando da internet i gruppi country di tutto il mondo. Alla fine, il concorso statale più competitivo di sempre premiò le Dixie Chicks. Che poi io lo sapevo che era ciò che cercava, ma prima di convincersi cambiò idea almeno dieci volte. Ogni volta che passava in negozio mi dileggiava, ogni volta avevo voglia di mandarlo a quel paese. Una volta il disco non gli era piaciuto, un’altra costava troppo; la volta dopo ancora c’erano poche canzoni, ed era sempre colpa mia. Mi chiedeva della robaccia indegna, quasi sempre dopo averla ascoltata, e dopo qualche giorno tornava pentito dicendo che lo avevo consigliato male. Un pomeriggio decisi che non valeva più la pena dargli retta. I due dischi che aveva spontaneamente ordinato avevano tutti i difetti elencati prima: brutti, troppo brevi, troppo costosi. Che poi era vero che erano brutti, che erano brevi e che costavano troppo ma li aveva scelti lui. Cominciò a dirmi che lo avevo preso in giro e che, appena uscito dal negozio, avrebbe buttato il CD di Ron nel secchio dell’immondizia. Mi ripresi il CD e gli dissi che i suoi soldi non li volevo; gli chiesi nervosamente di non farsi vedere più. La scena, a dire il vero piuttosto avvilente, terminò con il suo monito, scandito dal sedile della macchina: “Guarda che si’ perso un grande cliente!”.

Più raffinato l’episodio accaduto nell’arco di un paio d’anni con un quarantenne rampante, anche lui col vizietto di ordinare cose a casaccio. Entrò in negozio tutto in tiro, occhiali scuri, con addosso cose sportive ma di marca, e del resto già il macchinone che aveva parcheggiato era un bel biglietto di presentazione. Mi ordinò un disco pop anni ottanta, una cosa proprio da nostalgici. Fu davvero gentile, mancava solo che mi invitasse a bere uno spritz dopo la chiusura. Mi fece un sacco di complimenti per il negozio, e disse che avrebbe comprato tantissimi dischi ora che sapeva dove trovarli. Un idillio. Dopo aver comprato il CD mi raccontò di quanto per lui fosse importante quell’album perché lo ascoltava da ragazzino. Si ripresentò un paio di volte ma solo per salutarmi, e notai che salutava chiunque incontrasse in negozio, come se fossero tutti amici suoi. Che poi amici suoi non erano perché puntualmente mi chiedevano: “Chi è quello?”. La delusione non tardò ad arrivare. Si presentò una mattina con il CD che aveva comprato, quell’unico CD di pop anni ottanta. “Puoi riprenderlo indietro e ridarmi i soldi? Per favore, non mi va più di ascoltarlo, ti prometto che mi comprerò qualcos’altro”. Gli dissi con aria più sconfortata che arrabbiata che mi sarei ripreso indietro il disco ma che era meglio se non si fosse fatto più vivo.

Incredibilmente tornò. Due anni dopo, per l’appunto. “Ti ricordi di me?”. Feci finta di niente e pensai di concedergli una seconda chance. “Ho comprato qualche disco da te qualche tempo fa”. Riprese a trattarmi con grande gentilezza, chiamandomi per nome, e stavolta spese qualche soldo in più. Una domenica, mentre pedalavo verso casa, mi superò con la macchina e mi salutò. Anche lui andava in bicicletta in quel periodo. Quando passava davanti al negozio con la bici si fermava e mi diceva quanto gli fossero piaciuti i dischi che aveva preso. Un idillio, più convincente di quello precedente. “Che bello comprare i dischi in questo negozio, hai trovato proprio un grande cliente, vedrai!”. Fu straziante quello che accadde un pomeriggio. Mi portò l’ultimo CD che aveva comprato. Aperto. “Posso cambiarlo? Non mi è piaciuto. Dai, tanto me ne comprerò tanti altri!”. Gli dissi che mi ricordavo della volta precedente, ma glielo dissi con il cuore distrutto. Gli feci notare che non ci si comporta così e anche questo idillio terminò miseramente.

Altri clienti scompaiono nel nulla, all’improvviso. Un operaio passava ogni sabato, regolare come tutti i treni del mondo tranne i nostri, e mi lasciava ogni volta tra i cinquanta e i settanta euro in compilation dance. Una pacchia, direte voi, e lo era, ma fino a un certo punto. Intanto la dance commerciale, che è l’unica materia di riferimento del ragazzo, è il genere musicale che mi piace di meno, quindi la vendo solo perché fa parte del mio lavoro. Poi lui ha una passione sfrenata per quella degli anni novanta, ma così sfrenata da non accontentarsi neanche quando avevamo raschiato il fondo del barile. Dovete sapere che le compilation dance vanno fuori catalogo presto, diciamo che è difficile che rimangano regolarmente sul mercato per più di cinque anni, ad essere ottimisti.

Non ho mai capito il perché, o meglio, provo a immaginarlo: una volta il discotecaro “consumava” la musica in pochi mesi. C’era proprio una gara a scoprire le novità e a ballarle, e ricordo con nitidezza il fatto che nella dance anni novanta le canzoni venivano denigrate con l’aggettivo “vecchia” e non “brutta”. Contava solo la freschezza, non la qualità (spesso infima) di quella musica. Le case discografiche si sono sempre adeguate a quella mentalità, trascurando di ristampare le compilation in questione ma, negli ultimi anni, è uscito fuori un sentimento nostalgico verso certe canzoni da parte dei quarantenni di oggi, che giustamente vogliono comprare quella musica. Solo che, per quante raccolte rievocative siano uscite, i titoli in catalogo appartenenti a quella scena musicale non sono molti e, soprattutto, contengono spesso molte tracce in comune.

Christian, così si chiama l’operaio, non badava a spese. Non importava se nelle oltre cento compilation comprate da Nordovest ci fosse dieci volte The Rhythm Of The Night di Corona, la cosa fondamentale era collezionare tutte le canzoni di quegli anni. Io mi preparavo durante la settimana: ordinavo preventivamente le nuove uscite senza alcuna fatica ma poi dovevo cercare nel catalogo qualcosa di vecchio che non gli avevo già venduto. Alla fine era diventata una vera impresa ma ne valeva la pena. Christian si precipitava il sabato entusiasta come un bambino che deve scartare i regali di Natale. Senza battere ciglio, dava un’occhiata alle compilation che avevo scelto, fingeva di fare una selezione ma poi, puntualmente, le comprava tutte. Una pacchia, dicevamo, finita però in modo inglorioso.

Una sera mi ordinò l’intera discografia di Gigi D’Agostino. E’ passato un anno, quei CD fanno ancora bella (si fa per dire) figura sullo scaffale davanti a me. Dovrei essere arrabbiato per aver ordinato quei dischi a vuoto ma in realtà sono preoccupato per lui. Che fine ha fatto? Ha cambiato città? Ha perso il lavoro? Si è pentito dell’ordine fatto e si vergogna a passare? Torna Christian! Non fa niente per Gigi Dag, voglio tornare a ballare nel passato con Scatman John!

 

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