A UN PASSO DAL MITO

Bologna - 16/04/2014 -  Emidio Clementi sul palco con gli Skiantos al concerto WeLoveFreak tributo per Roberto "Freak" Antoni al Estragon Club (Photo by Roberto Serra / Iguana Press)

Musicheria era il mio negozio di dischi preferito. Stava nella parte alta della città e prima o poi avrà un racconto intero dedicato. Questa volta rappresenta solo il pretesto per descrivere un vuoto temporale nella mia vita di compratore selvaggio di musica. Frequentai quel negozio, nel senso che facevo proprio parte dell’arredamento, dal 1995 al 1999. Tutti i santi giorni stavo lì dentro ad ascoltare musica, a leggere le riviste e, inconsciamente, a imparare un lavoro che all’epoca non era nei miei programmi. Non ero esclusivista di Musicheria, come cliente, nel senso che se capitavo a Roma compravo i dischi un po’ ovunque, specialmente quelli usati. Revolver, Managua, Disfunzioni Musicali, Ricordi, Magic Sound, Millerecords: erano i luoghi da me più frequentati in quello che per me era il periodo universitario. In verità, proprio nel 1999, smisi di seguire le lezioni, quindi mi laureai studiando a casa. Le visite a Roma erano meno frequenti, Musicheria aveva chiuso, quindi rimasi senza un negozio di dischi da frequentare.

Ecco il vuoto temporale: dal 2000 al 2005, anno di apertura di Nordovest, mi dedicai poco alla ricerca e alla scoperta della musica. Non per mia volontà, ma per evidente mancanza di un punto di riferimento. La voglia di nuovi miti da scoprire c’era sempre. Una sera, al McDonald’s, incontrai Gianluca. Mi affidai a lui con la speranza di ricevere un’illuminazione come accadeva da Musicheria, dove ci eravamo conosciuti. “Che c’è di nuovo che devo ascoltare per forza?”. La risposta non ammetteva repliche: “Black Heart Procession e nient’altro”. Ovviamente non era vero che non ci fosse nient’altro di nuovo e di eccitante in quel periodo, ma quel misterioso gruppo californiano era davvero speciale. Era uscito il terzo disco ma dovetti subito recuperare anche il secondo, che è un testo sacro per chi vuole avvicinarsi a certa musica. I Black Heart Procession si presentarono al mio ascolto estasiato con ballate struggenti, genericamente accostabili al folk ma con un’anima dark accentuata da riverberi inquietanti e da parole decadenti. Niente mi era mai parso così magico e stupefacente. Sugli scaffali di Nordovest quei due album non mancano mai. Li vendo e li riordino sempre. Basta metterli on air e qualcuno puntualmente ne viene rapito.

Avrei visto quella band dal vivo tre volte, sempre a Roma, le prime due con Gianluca. Dopo il primo dei tre concerti mi autografarono il CD del terzo album, visto che lo stavano promuovendo in quel tour. Al ritorno in macchina Gianluca mi disse una cosa che non dimenticherò mai: “I miti non andrebbero mai conosciuti. Ho parlato con loro ma avrei preferito non farlo. Per carità, sono persone gradevoli ma parlandoci hanno perso tutto il mistero comunicato dalla loro musica”. Dietro ogni opera misteriosa e leggendaria ci sono persone normali, magari banali o antipatiche. Da quel giorno guardo con diffidenza ogni fotografia che i miei amici e i miei clienti sfoggiano con personaggi importanti. Cosa direi a Michael Stipe se lo incontrassi? Cosa dovrebbe importare a Bob Dylan di me? Non ne nomino due a caso, ma sono due divi che nelle loro canzoni e durante tutta la loro carriera hanno sempre mantenuto un religioso distacco dall’ascoltatore. Quante volte ho riflettuto su quanto criptica sia la loro scrittura, e su quanto misteriose siano, quasi sempre, le loro parole! Sempre Gianluca: “Non bisognerebbe mai suonare la cover di Like a Rolling Stone, della quale non è mai stata svelata la storia che c’è dietro”.

A vent’anni andavo in giro con un foglietto contenente le parole di Lungo i Bordi, dirompente secondo album dei Massimo Volume. Quei testi mi sembravano così potenti e lontani da me, eppure li tenevo nel portafogli. Emidio Clementi, che li ha scritti, divenne da subito la persona che non avrei mai voluto conoscere. Non volevo rimanere deluso da chi aveva raggiunto vette così alte. Non volevo ritrovarmi davanti una persona come me o addirittura peggiore. Tenermi lontano dai miti divenne così un’abitudine. Solo che Stipe o Dylan sono facilissimi da evitare, quell’altro invece si mise in testa dopo anni di oblio di riformare il vecchio gruppo, di recitare ancora quelle parole dirompenti. Non contento, si permise di portare un progetto collaterale nella mia città, nel mio locale di riferimento. Era un autentico attentato al mio proposito. Il rischio era che Antonio, che aveva organizzato la serata, potesse avere voglia di presentarmi Mimì, ma evitò di farlo. Se ci fosse stato Emiliano, giornalista musicale nonché titolare di un’etichetta indie, non avrei avuto scampo. Lui sì che mi avrebbe sicuramente coinvolto, distruggendo un’idea che avevo difeso per quasi vent’anni. Mi telefonò due giorni dopo: “Allora, com’è andata con Mimì? L’hai conosciuto? No? Che peccato, potevi parlare di calcio con lui tutta la sera!”. Il mito ridotto a uomo qualunque. Alla fine del concerto, mentre in tanti andavano a farsi autografare i suoi dischi e i suoi libri, io mi feci stappare una bottiglia di Paulaner e mi girai dall’altra parte. Il mito era salvo. Anche se quel foglietto accartocciato con i testi di Lungo i Bordi non esiste più da anni.

 

 

 

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