THE GREATEST

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“Si può avere una cazzo di birra in questa macchina?”. Ettore scandì, o meglio urlò quella frase durante tutto il tragitto Frosinone-Urbino con scalo a Gubbio. Perché se la stessa ragione del viaggio è viaggiare, come suggeriva il solito Fabrizio De André, in quella lunghissima giornata estiva di nove anni fa sembrava proprio che di arrivare a destinazione non ci fregasse nulla. Di bere sì, e solo bottiglie di Heineken con quel caldo! In realtà qualcosa era successo nelle nostre teste e nei nostri cuori ma bisogna tornare indietro di qualche mese per capire.

La mia istantanea ha per location un bar del centro storico che non esiste più. Era gennaio, qualcuno metteva musica da un computer. Passò il nuovo singolo di Cat Power e, volenti o nolenti, si deve ammettere tuttora che si trattava di qualcosa di eccitante. La reginetta dell’indie folk depresso era diventata improvvisamente una dea del soul sudista. La chitarra di Teenie Hodges e gli archi davano un respiro mai sentito alla sua scrittura, la voce era ammaliante come sempre ma più sexy, per quanto anche una ragazza depressa può essere sexy se si chiama Chan Marshall. Era il singolo che dava il nome all’album che sarebbe uscito pochi giorni dopo, un disco che fa parte della storia di Nordovest. Lo comprai, prima in CD poi in vinile, lo consigliai a cani e porci, ne vendetti veramente tante copie. Fu un incantesimo. Non solo il disco piacque ai fanatici della prima ora, nonostante il radicale cambiamento stilistico, ma anche chi entrava in negozio con altre idee per la testa alla fine sceglieva di acquistare The Greatest.

Ad agosto Cat Power sarebbe stata la stella di Frequenze Disturbate, piccolo festival di tre giorni organizzato nella per me inedita Urbino. Saltammo la prima serata, quella del venerdì, e partimmo il sabato mattina. La ragione del viaggio era viaggiare a parte il fatto che stavamo facendo tutta quella strada perché ci eravamo innamorati di un disco e della fanciulla che lo cantava. Quanto ci vuole da Frosinone a Urbino? Di certo molto meno delle sette ore e mezza che ci mettemmo noi quattro. A Gubbio ci fermammo non so quanto tempo in un bar dove, nella sala biliardo, troneggiava un poster dei Guns N’ Roses. Forse Ettore disse: “Si può avere una cazzo di birra in questo bar?”. Avevamo deciso di arrivare con la calma necessaria, un po’ come fa il protagonista del film Una Storia Vera di David Lynch, che per andare a trovare il fratello malato usa paradossalmente il mezzo di trasporto più lento, un tosaerba, imbattendosi così in un viaggio sorprendente e memorabile. Il protagonista del film di Lynch va a trovare il fratello malato. Anche noi andavamo a trovare una persona malata. Sapevamo che Chan Marshall (in arte Cat Power) aveva avuto problemi di depressione e che i suoi show non sono sempre lineari, ma quello era davvero il momento peggiore possibile per andare a vederla.

La location dei concerti era la Fortezza Albornoz, una rocca splendida in cima alla città. Ricordo il piacevole concerto del cantante dei Kings of Convenience, uno spilungone che avremmo incontrato in giro per Urbino anche il giorno successivo: un perfetto turista, curioso e gentile con tutti. Cat Power invece, dopo i primi venti minuti davvero emozionanti, cominciò a svalvolare. Parlava da sola, interrompeva i pezzi, litigava col fonico e beveva qualcosa da un contenitore misterioso. Il pubblico non la contestò, a parte un tizio che le urlò di tornarsene a casa. Qualche anno dopo a Roma un suo spettacolo simile avrebbe causato polemiche, commentate da un mio cliente con un’alzata di spalle e una sentenza: “Sai Marco, non mi è mica dispiaciuto vederla sbroccare. Almeno è autentica. Mi ha fatto pensare a gente tipo Jim Morrison. Chi lo andava a vedere dal vivo mica si lamentava del suo atteggiamento, no?”.

Ci eravamo fissati di volerla conoscere ma la nostra vacanza prese altre strade. Proseguimmo la serata giocando a calcio balilla in un locale, sfidando e battendo un gruppo indie romano, e facemmo amicizia con Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò, che è poi quello che suona pure nel meraviglioso Notturno Americano recitato da Mimì Clementi. Ettore chiedeva a gran voce un pezzo degli Stooges al dj tra un bicchiere di rum e l’altro. Ho un vago ricordo di musiche tratte da Pulp Fiction ballate per tutta la notte ma potrebbe essere semplicemente una fantasia utile per riempire questa pagina.

Il secondo giorno mangiammo in un ristorante che stava proprio a due passi dall’appartamento che avevamo preso in affitto. Io avevo incassato tanti soldi il venerdì in negozio e brindammo al buon momento di Nordovest. La sera tornammo alla rocca per gustarci gli Arab Strap, gruppo scozzese dalle sonorità pigre ma affascinanti. Simone regalò il CD del suo gruppo, gli Shout, al leader della band, io invece trovai un CD al banchetto dei dischi che cambiò la storia di Nordovest. Era un disco dei Died Pretty che cercavo da secoli. Non credevo ai miei occhi, e la mia attenzione fu attratta dal nome del distributore di quell’oggetto. Al ritorno a casa l’avrei contattato e sarebbe diventato il mio secondo fornitore di dischi, quello che mi fa arrivare le cose più rare da tutto il mondo.

Il lunedì, all’ora di pranzo, decidemmo all’ultimo momento di tornare al ristorante del giorno prima. Era tardi, avevamo i bagagli pronti, e la cameriera, una salentina bionda che parla con marcato accento marchigiano, ci odiò spudoratamente perché non c’erano altri clienti e credeva di aver finito il turno. Dopo averci portato il primo si arrese al fatto di dover lavorare per un’altra ora e decise che le stavamo simpatici. Così simpatici che ci ospitò a casa purché Simone (che è più o meno del mestiere) le riparasse il cesso della casa. Decidemmo di restare un giorno in più, e in verità non aspettavamo che una scusa per farlo. Lei e la sua coinquilina, cameriera in un altro ristorante, ci lasciarono proprio la casa, nel senso che la sera avevano di nuovo i turni di lavoro! Uscimmo con loro dopo che ebbero finito. Silvia, la salentina bionda, ci raccontò i segreti di Urbino, città storica e misteriosa. Da parte nostra le raccontammo del mio negozio, della nostra scena musicale, e degli studi accademici di Lorenzo. L’avrei sentita al telefono per anni, sempre a Natale o a Pasqua, con il solito ritornello che si recita tra chi si è conosciuto per caso in vacanza: “Prima o poi ci vediamo, eh!”.

Del viaggio di ritorno non ricordo niente. Forse perché la stessa ragione del viaggio è andare, non tornare.

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